Il debito non si abbatte ma si cambia

Il professor Monti dovrà ricredersi. Sulla politica macroeconomica il mondo accademico, tutt’altro che unanime, appare diviso e in fermento come non si vedeva da tempo. È infatti una vera e propria sfida quella che i firmatari dell’appello per la stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e pil (il manifesto, 16 luglio) hanno di fatto lanciato alla restante comunità degli economisti, e in particolare ai sostenitori dei piani di abbattimento del medesimo rapporto. A favore della stabilizzazione del debito – originariamente avanzata da Luigi Pasinetti e riaffermata in sede politica da Riccardo Realfonzo e dal sottoscritto – troviamo nomi del calibro di Garegnani, Graziani, Leon, gli economisti del convegno Rive Gauche e molti altri. Sul versante dell’abbattimento del debito troviamo invece diversi esponenti della Bocconi, della voce.info, del sito prodiano Governare per, supportati da numerosi editorialisti economici delle maggiori testate italiane e dagli interpreti più estremi di un altro appello, pubblicato sul Sole 24 Ore nel giugno dello scorso anno, che ambiguamente esortava il paese a un più incisivo «rigore» finanziario.
La questione, si badi bene, è cruciale. Tra i due obiettivi sussiste infatti uno scarto di bilancio annuale nell’ordine delle decine di miliardi, che nel caso della stabilizzazione del debito potrebbero esser destinati al welfare, all’istruzione, all’ambiente, alla politica industriale e territoriale, e che invece sotto l’ipotesi di abbattimento dovranno esser sottratti a queste voci di spesa a colpi di tagli e ulteriori dismissioni al fine di accrescere il ritmo dei rimborsi ai possessori di titoli pubblici. L’estrema rilevanza della questione fa tuttavia il paio con la sua oggettiva difficoltà tecnica. In ambito politico sta montando su di essa un interesse crescente, ma il dibattito sembra ancora fortemente condizionato da false credenze. Su queste stesse pagine alcuni pur stimati ambientalisti si sono gettati nella discussione commettendo i tipici errori della vulgata, mentre altri – forse sviati da improvvidi suggeritori – vi hanno accennato rinviando in modo alquanto superficiale alla disputa filosofica tra idealismo e materialismo. Per cercare allora di rimettere il dibattito sui propri binari è opportuno chiarire i termini e i naturali destinatari di questa utile sfida a colpi di logica. In quel che segue riporteremo alcuni tipici luoghi comuni a favore dell’abbattimento del debito pubblico. A ognuno di essi contrapporremo i nostri argomenti, che costituiranno un ulteriore supporto all’appello per la stabilizzazione del debito. Gli economisti contrari all’appello avranno così modo di esplicitare le ragioni del loro dissenso ribattendo punto per punto alle considerazioni qui riportate.

«L’abbattimento del debito pubblico conviene, a noi e ai nostri figli». Si tratta di un’idea alquanto diffusa, che tuttavia ribalta completamente la realtà dei fatti. Confrontiamo in tal senso l’ipotesi di stabilizzazione del debito pubblico con il profilo di abbattimento sancito dal recente dpef del governo. Dall’analisi comparata emerge che, rispetto alla mera stabilizzazione, l’abbattimento del debito richiederebbe strette di bilancio aggiuntive che vanno da 6 miliardi per il 2007 a 54 miliardi per il 2011. Uno scarto già di per sé ingente, che risulta ancor più cospicuo se alla dubbia previsione del dpef sul differenziale tra costo del debito e crescita nominale sostituiamo quelle dei principali istituti di ricerca. Ad esempio, adoperando le stime del Fondo monetario internazionale il divario tra le due politiche aumenta a 20 miliardi per il 2007 e a oltre 70 per il 2011. Una tale differenza scaturisce in buona parte dal fatto che il dpef si basa su una previsione d’inflazione particolarmente bassa. Il che significa che una modesta inflazione attesa non solo può risultare funzionale a un forte contenimento della dinamica salariale in sede di contrattazione, ma contribuisce pure a un parziale nascondimento delle effettive restrizioni di bilancio.
A ogni modo, un così elevato costo sociale dell’abbattimento del debito viene talvolta giustificato affermando che esso è tipico della sola fase di transizione: l’idea è che, una volta raggiunto il valore obiettivo del debito al 60% del pil, si potranno finalmente trarre i frutti del cosiddetto «risanamento». Si trascura però di aggiungere che, dopo tanti sacrifici, alla fine il raccolto potrebbe rivelarsi modestissimo. Infatti, il differenziale tra l’avanzo primario necessario a stabilizzare il debito ai valori correnti e quello che permetterebbe di stabilizzarlo al 60% è inferiore al punto percentuale di pil. Questo significa che, dopo aver subito per circa un ventennio le enormi strette necessarie ad abbattere il debito, si otterrebbero guadagni annui appena superiori a 10 miliardi.
Anche attualizzando queste cifre a tassi generosamente bassi, anche trascurando le pesanti ricadute strutturali che è ragionevole attendersi da una tale estensione temporale delle restrizioni, appare evidente che l’emergere di un vantaggio netto dalla politica di abbattimento si perderebbe in un futuro così remoto da risultare pressoché irrilevante: stando ai calcoli non basterebbero infatti tre quarti di secolo per far sì che la somma delle differenze attualizzate tra gli avanzi primari derivanti dalla stabilizzazione e quelli derivanti dall’abbattimento del debito diventi positiva. Ed è bene specificare che tali conclusioni potranno al limite essere rafforzate ma mai controvertite da eventuali, ulteriori incrementi dei tassi di mercato.
Il minore aggravio in termini di avanzo primario derivante dalla stabilizzazione del debito al 60 per cento anziché ai livelli correnti verrebbe infatti ampiamente compensato dai maggiori oneri che ci si dovrebbe accollare durante il percorso di riduzione del debito. Pertanto, se anche la Banca centrale europea decidesse irresponsabilmente di accentuare il già consistente scarto tra interessi e crescita, la politica di abbattimento resterebbe comunque la più costosa, probabilmente ancor più di prima. Ma allora, stando a queste evidenze, perché mai si dovrebbe preferire l’abbattimento alla stabilizzazione del debito pubblico?

«L’abbattimento rappresenta una via obbligata. I mercati ci costringono a percorrerla». Per verificare se questa opinione così in voga sia anche plausibile, va subito chiarito che il problema non verte affatto sull’eventualità di modesti incrementi, rispetto agli attuali minimi storici, del differenziale tra i tassi nazionali e quelli medi europei. Se pure si volesse paventare l’esistenza di precise relazioni causali tra debito e interessi, abbiamo già precisato che ordinarie variazioni degli oneri finanziari non rappresentano assolutamente una ragione di per sé valida per preferire l’abbattimento alla stabilizzazione del debito. Il vero problema è allora quello di verificare se la scelta di stabilizzare il rapporto tra debito e pil possa suscitare dubbi sulla futura «sostenibilità» delle finanze pubbliche italiane. In una tale circostanza infatti si aprirebbe la via a una vendita in massa di titoli pubblici nazionali e a una crisi di fiducia nei confronti dell’Italia e più in generale dell’unificazione monetaria europea. Si tratta, come sappiamo, di una eventualità evocata di frequente, soprattutto in ambito politico. A questo riguardo Padoa-Schioppa ha addirittura dichiarato che i mercati già «sentono l’odore del sangue». Al di là tuttavia delle infelici espressioni granguignolesche del ministro, ci pare che su questa tematica si sia voluto alimentare un formidabile equivoco. Esaminando la letteratura, infatti, si scopre che nessun concetto formalmente ammissibile di sostenibilità delle finanze pubbliche consente di privilegiare l’abbattimento del debito alla sua mera stabilizzazione. Sul piano strettamente logico le combinazioni del deficit e del debito che possono esser definite sostenibili risultano infinite. Chiaramente non sono mancati i tentativi di legittimazione scientifica delle sole combinazioni situate al di sotto dei limiti del 3% e del 60% sanciti a Maastricht. Questi esperimenti tuttavia si sono sempre basati su ingiustificate ipotesi ad hoc sui divari tra risparmi e investimenti, o addirittura su improbabili esplicitazioni utilitaristiche delle funzioni obiettivo degli agenti economici. Vale a dire su artifici che gli economisti più avveduti – almeno da questa parte dell’Atlantico – giudicano a dir poco risibili.
L’opinione corrente secondo cui bisognerebbe abbattere il debito per renderlo sostenibile appare dunque tanto diffusa quanto analiticamente infondata. Questo significa pure che la crisi di fiducia verso l’Italia e verso l’unificazione monetaria sia da ritenersi inverosimile? Niente affatto. Abbiamo più volte segnalato, anche su queste pagine, che il futuro dell’Unione risulta effettivamente minacciato da fenomeni di instabilità interna. Questa tuttavia riguarda gli squilibri dei conti esteri tra paesi membri, non dei conti pubblici. Anzi, è bene ricordare che la stabilizzazione del debito lascerebbe qualche margine aggiuntivo di intervento sui disavanzi commerciali, mentre l’abbattimento ne affiderebbe la risoluzione al solo meccanismo della deflazione da salari e da domanda. Una via, quest’ultima, che potrebbe incontrare legittime resistenze sociali e potrebbe quindi effettivamente preludere a una crisi generale.
Non sussistono ragioni plausibili, insomma, per ritenere che i mercati premieranno l’abbattimento e puniranno la stabilizzazione del debito. A meno ovviamente di una possibilità: ammettere che i players del mercato finanziario siano in grado non tanto di prevedere quanto piuttosto di fare il mercato, e con esso quindi anche la politica. Questa ipotesi, che in letteratura ha iniziato a farsi strada attraverso i modelli di oligopolio finanziario, ha due fondamentali implicazioni: da un lato essa in effetti segnalerebbe un vincolo ulteriore alla sovranità statuale in materia di politica economica, ma dall’altro il fatto stesso di ammetterla potrebbe far nuovamente esplodere il dibattito sulle scelte dell’ultimo trentennio in materia di liberalizzazione finanziaria.
Un argomento di discussione tanto scomodo quanto avvincente, dunque, sul quale sarebbero senz’altro benvenuti una presa d’atto e un approfondimento da parte degli economisti avversi alla proposta di stabilizzazione del debito.

«È l’Europa che ci impone di abbattere il debito». Al di là dell’ultima circostanza menzionata, rimane allora solo il vincolo politico-istituzionale europeo a giustificare la scelta di abbattere anziché stabilizzare il debito. Per i firmatari dell’appello del 16 luglio, la sola possibilità di situare a questo livello l’altimetro della discussione costituirebbe di per sé un successo. Ci troveremmo infatti nell’ambito della politica tout-court, senza appigli né mistificazioni teoriche. Non tanto gli economisti, quanto piuttosto i politici, dovrebbero a quel punto convincerci del fatto che su questo versante spazi di manovra non ve ne sono. Un’opera di persuasione che si annuncia ostica, per vari motivi. In primo luogo perché il Trattato dell’Unione prevede sanzioni in caso di superamento del limite del deficit annuo al 3% del pil, mentre nulla è direttamente stabilito riguardo alla violazione del vincolo del debito al 60%. Questa lacuna è un fatto politico rilevantissimo che nessuna risoluzione interpretativa del protocollo aggiuntivo può sminuire. Il che potrebbe bastarci, considerato che la proposta di stabilizzazione del debito non implica necessariamente violazioni del limite del deficit al 3%. Ma è forse opportuno aggiungere ancora qualcosa. Va infatti ricordato che, grazie anche al decisivo placet dell’Italia, negli ultimi anni è sempre mancato il sanzionamento delle ripetute e significative violazioni del limite del 3% da parte di altri paesi membri. È questo, come sappiamo, uno dei numerosi sintomi dell’attuale stallo politico-istituzionale europeo. Uno stallo che viene giudicato negativamente dai più, ma nel quale sarebbe molto miope non intravedere anche un’importante occasione politica. Nell’attuale situazione l’Italia potrebbe infatti giocare un ruolo attivo in difesa degli interessi propri, delle «periferie» europee e del lavoro, attraverso una richiesta formale di riapertura della discussione sui capitoli macroeconomici del Trattato. Non dimentichiamo che gli studi in questa direzione ormai abbondano: dalle pubblicazioni del Cambridge Journal of Economics alle ricerche del cosiddetto Euromemorandum group. A meno di considerare ottimale il vigente assetto deflazionistico dell’Unione – instabile, sperequativo e sempre più a corto di consensi – perché mai dovremmo lasciar passare una fase così propizia, rinunciando a suggerire una nuova, credibile via di rilancio del progetto europeo?
«Più mercato, meno Stato». Una possibile risposta è che forse c’è un pregiudizio a monte che spiegherebbe l’adesione di molti ai piani di abbattimento del debito pubblico e più in generale all’attuale, pernicioso assetto dell’Ue. È il pregiudizio di chi vorrebbe sempre e in ogni caso ridurre il peso del bilancio statale nell’economia, e che non esita a evocare le più improbabili correlazioni al fine di giustificare il proprio orientamento politico. Si pensi ai frequenti quanto fumosi richiami alla possibilità che l’abbattimento del debito ci costringerà a esser più virtuosi nel campo della lotta all’evasione, o addirittura che assicurerà una più vigorosa crescita del reddito e del benessere sociale. In tutta franchezza non riteniamo che di fronte a simili argomentazioni sia necessario scomodare la vasta letteratura sui nessi tra debito da un lato e base imponibile e reddito dall’altro, né sui reali effetti in termini di welfare delle strette fiscali e delle privatizzazioni. Preferiamo lasciare ai temerari sostenitori di simili relazioni causali il gravoso onere della prova. Del resto, la gran parte dell’accademia italiana ha dimostrato di saper mantenere, in questi anni difficili, un grande distacco critico nei confronti delle tendenze politiche prevalenti e dei rozzi argomenti con cui esse venivano il più delle volte sostenute. È dunque ragionevole attendersi che la netta maggioranza degli economisti contrari all’appello per la stabilizzazione del debito accetti di confrontarsi con i suoi promotori con l’animo di chi intende davvero approfondire la questione, evitando di ricorrere alle inflazionate espressioni apodittiche della vulgata liberista. La sfida è lanciata. Siamo certi che verrà ben presto cavallerescamente raccolta.