Il culto new age del capitalismo

Non c’è bisogno di guardare alle varie forme dell’integralismo oscurantista che ammorbano attualmente larghi scenari del pianeta per cogliere come il cosiddetto mondo occidentale, per definizione edonista e materialista, sia in realtà intriso di un sotterraneo e insinuante afflusso di religiosità eclettica e spuria. Non è difficile rendersi conto che si tratta del bisogno di «credere » in un «qualcosa» di eccedente l’eperienza angosciante e schizoide della quotidianità nell’era del capitalismo globale, vale a dire in questo tempo della competizione totalizzante secondo il modello dell’ideologia liberista, ben dura a morire. Infiltrate dalle sorprendenti venature di una sorta di «empirismo teologico», appaiono proprio le forme di vita delle sedicenti democrazie pluraliste – ormai un puro ricalco del dogma del mercato – la cui morfologia sociale si presenta per lo più scandita da un paradigma produttivo capace di occultare la nuova (antica) struttura classista anche grazie all’asservimento della tecnologia informatica più sofisticata. Guardato più da vicino, e sottoposto a un’esplorazione in profondità, questa specie di ossimoro – empirismo teologico, appunto – attecchito nelle società del capitalismo estremo, appare come una forma di millenarismo dai caratteri posticci, disseminato di atti simbolici pseudo-mistici e para-ascetici che si installano nelle insostenibili tensioni della vita reale in funzione compensativa, per non dire apotropaica. Un petulantemistero Con il suo densissimo Credere, (Meltemi, pp. 234, 19,50), Slavoj Zizekdirige proprio un tale sguardo ravvicinato su questo sottile, tenace e inapparente sgretolamento delle già granitiche convinzioni «laiche» e «secolariste » dell’Occidente ad opera di una religiosità tanto petulante quanto algida e artificiosa (non a caso il titolo originale del libro, editato nel 2001 a Francoforte, è Die gnadenlose Liebe, e significa pressappoco «spietato amore», o «amore senza pietà»). Subito nell’introduzione, Zizek squaderna l’oggetto di questa sua ricerca: «nessuno sfugge davvero al credere», anzi, «nella nostra secolare cultura post-tradizionale e ufficialmente atea ed edonistica, in cui nessuno è pronto a confessare pubblicamente la propria fede, la struttura soggiacente del credere è tanto più pervasiva». Quale che sia il senso e il grado di «verità» di questa tesi, che in fondo tradisce una certa distanza dal tempo in cui è stata formulata (certo antecendente alle Twin Towers, alla disastrosa invasione dell’Iraq e alla recrudescenza dei vari fondamentalismi che ne è seguita), ciò che appare rimarchevole è il proposito dell’autore che viene reso esplicito più avanti con queste parole: «Il presente libello si sforza di aggirare questo patetico orientamento predominante». Il «patetico orientamento» cui si riferisce Zizekè quella mistura di cognitivismo scientifico, buddismo occidentale e idolatria digitale, che rappresenta l’oggetto centrale della sua analisi, tenuto conto naturalmente che essa si dipana in più direzioni con la ormai consueta ricchezza di rimandi al pensiero filosofico «alto», ma anche alla “bassa” cultura pop, oltre – va da sé – alle teorie di Jacques Lacan, «maestro» riconosciuto del filosofo. Il nodo cruciale di tutto il discorso consiste certamente nella messa a fuoco di questo indigesto mélange, sorta di fenomeno panico che va per lo più sotto il nome impagabile di New Age. Intanto, il passaggio mediante il quale si incontrano, curiosamente, cognitivismo e buddismo è rappresentato dalla negazione dell’Io in quanto tale, vale a dire dalla negazione di una soggettività universale autosussitente. Come fa notare Zizek, «la negazione del cognitivismo contemporaneo di un Io unitario, stabile, identico a se stesso», viene da alcuni associata «alla negazione buddista dell’Io come sostanza permanente soggiacente ai nostri atti-eventi mentali». L’Io, insomma, sarebbe un «vuoto»; semmai, un’associazione di eventi e stati mentali, e non certo la sussistenza di una struttura sostanziale. Bisogna quindi «liberarsi di quest’idea ingannevole e farsi pienamente carico del fatto che non c’è Io, che ‘io’ non sono altro che un’ammasso senza fondamento di effimeri ed eterogenei eventi (mentali)»: questa, secondo Zizek,la conclusione tratta tanto dai cognitivisti quanto dai buddisti. Non si tratta – per il filosofo – di rivendicare però un Io sostanziale, sostrato dell’autocoscienza, e neppure di individuare il luogo di formazione dell’autocoscienza stessa. Si tratta invece di prendere atto che una tale negazione dell’Io si coniuga perfettamente con certe teorie del cyberspazio, giocate sul disincarnamento e sull’idea, sottesa, dell’ascesi- fluttuazione delle pure intelligenze: «un’intera scuola di teorici del cyberspazio difende l’idea che i fenomeni del cyberspazio rendano palpabile nella nostra esperienza quotidiana il “soggetto decentrato” decostruzionista: dovremmo dunque confermare la “disseminazione” dell’Io unitario in una molteplicità di agenti in competizione, in una “mente collettiva”, una pluralità di immagini- di-sè priva di un centro di coordinamento globale che è operativa nel cybersapazio ». Buddismo occidentale Zizek,insomma, sostiene che il «misticismo di Internet» (come lo definisce il libro) e il cosiddetto «buddismo occidentale» si tengono, si rispecchiano l’uno nell’altro, e soprattutto si coniugano perfettamente con quel lato delle teorie cognitiviste che sembra voler ignorare la sussistenza (ingombrante) dei corpi, quelli fatti di carne e di sangue. Tutto ciò, anzi, non è poi così distante, per esempio, dall’ascetismo estremo rappresentato dal pensiero gnostico del II secolo, quella radicalizzazione del platonismo che intende il corpo come una gabbia di cui liberarsi e da cui fuggire per attingere l’autentico sapere, e per la quale, come annota Zizek, «la via della salvezza non sta nel vincere i nostri peccati, ma nel vincere la nostra ignoranza, nel trascendere il mondo delle apparenze materiali portando a compimento la vera Conoscenza». Alla fine, in buona sostanza, il senso profondo del libro gioca intorno alla seguente implicita domanda: questo «credere», questa «fede» in tale «con-fusione» di orientalismo, tecnofilia estatica e neo-scientismo, come si pongono nei confronti del tardo capitalismo? Sono, essi, una forma di resistenza, se non di antagonismo, agli attuali processi di produzione capitalistica della ricchezza? Al contrario, afferma il filosofo: questa religiosità artefatta, questo spiritualismo meticcio, costituiscono un’ideologia perfettamente complementare al progetto globale del capitale, buona sopprattutto per il supermercato degli stili di vita. Su questo terreno Zizek è financo tranciante: «Il “buddismo occidentale” si adatta perfettamente alla modalità feticista dell’ideologia nella nostra era presunta “post-ideologica” esso permette di partecipare pienamente al ritmo frenetico del gioco capitalistico, mantenendo al tempo stesso la percezione di starne fuori e di essere ben consci di quanto sia desolante questo spettacolo».