Il Corriere dello Stato d’emergenza

Chi sa che cos’è e a che cosa serve lo Stato di diritto non si scandalizza per qualche sequestro di persona (Abu Omar) o per qualche tortura inflitta a sospetti terroristi (Guantanamo, Abu Ghraib). Perché sa che uno Stato di diritto (un sistema nel quale i poteri sono esercitati nel rispetto delle leggi) può funzionare in situazioni di normalità, non certo in condizioni di emergenza come quella in cui ci troviamo. Il guaio è che, mentre altri (americani, inglesi e francesi) sanno tutto questo, noi italiani invece no. Siamo ignoranti e utopisti. Feticisti di una legalità di cui non conosciamo presupposti e finalità. E siamo afflitti da astrattezza moralistica. Non abbiamo capito che anche i principi sono strumenti – valori relativi – e vanno osservati se e finché conviene.
Questo il succo di due articoli pubblicati negli ultimi giorni da Angelo Panebianco sul Corriere della sera. Con soddisfazione del loro autore (che ha ammesso di volere «creare scandalo»), ne è seguita una polemichetta. Ad irritare è stata soprattutto questa storia dei principi ridotti ad artifizi retorici. A Panebianco ha risposto, tra gli altri, Claudio Magris, che non ha gradito il brutale realismo. Panebianco gli ha replicato con eleganza. Dandogli del letterato incompetente, con il quale non vale la pena di discutere di politica.
Eleganza a parte, non è detto tuttavia che l’aspetto più interessante della faccenda sia la greve declinazione teleologica (non contano i doveri ma le conseguenze dell’azione) imposta da Panebianco al problema morale. Su altro conviene piuttosto soffermarsi, e in particolare sulla descrizione dell’attuale stato di cose che sottende tutto il ragionamento.
La situazione in cui noi «occidentali» ci troviamo è tremendamente complicata. Siamo minacciati da un nemico «vero, assoluto» (che vuole la nostra morte e «ci ucciderà se non riusciremo a neutralizzarlo»). Siamo dunque coinvolti in una guerra all’ultimo sangue (viviamo «in uno dei momenti più cupi e pericolosi della storia recente dell’Occidente»). In una guerra, per di più, nuova e più insidiosa delle precedenti. Non convenzionale e non perimetrabile entro ambiti territoriali definiti. Ma, al contrario, onnipresente, «transnazionale» e capace di infiltrarsi e di esplodere nel cuore della normalità quotidiana. Siamo, in una parola (tanto cara a Carl Schmitt), in «stato di eccezione». Di qui la modesta proposta di Panebianco.
Si varino leggi speciali (come negli Stati uniti e in Gran Bretagna). Si metta da parte l’utopia della legalità costituzionale (che poteva andar bene, tutt’al più, al tempo dell’ordine bipolare). Si badi al sodo (ai concreti risultati della «guerra contro il terrorismo») affidandosi a coloro (gli «operatori della sicurezza») che debbono difenderci e che per questo debbono poter commettere crimini (torture, sequestri e quant’altro) senza esser poi chiamati a risponderne. È vero: Panebianco assicura di non volere abrogare lo Stato di diritto e di non auspicare l’avvento di uno Stato di polizia. Peccato che scriva anche, a chiare lettere, che siamo in emergenza e che in emergenza lo Stato di diritto «fallisce».
Fin qui Panebianco. Dei cui rimuginamenti non ci interesseremmo se non trovassero ampio spazio sulla prima pagina del più importante quotidiano del paese. Gramsci scriveva che i giornali sono partiti politici. Le domande che, leggendo Panebianco (ma anche Magdi Allam e lo stesso Gianni Riotta), dobbiamo porci sono quindi: che partito è, oggi, il Corriere della sera? Che cosa si propone? A quale progetto lavora? Può non piacere (e può stupire, considerato il catastrofico fallimento della politica di Bush) che la linea del più blasonato e influente quotidiano italiano ricalchi la dottrina neocon e contribuisca a diffondere l’ideologia dello «scontro di civiltà». Ma è un fatto. Del quale forse varrebbe la pena di occuparsi, mentre la «guerra infinita» insegue nuovi traguardi (dopo l’Afghanistan e l’Iraq, la Siria e l’Iran), minacciando di coinvolgere ancor più pesantemente il nostro paese.