Il contrordine di Bertinotti

Contrordine, compagni. Il governo Prodi sarà pure un «poeta morente» ma è comunque «nato per affrontare i problemi per un’intera legislatura. Questo è il suo compito e il compito della maggioranza». Maggioranza in cui Rifondazione resta e resterà anche soffrendo. Tra le due dichiarazioni di Fausto Bertinotti -la prima rilasciata martedì scorso, la seconda ieri a Modena – pare infilarsi una drastica correzione di rotta.
Bacchettato pesantemente da Eugenio Scalfari proprio su Repubblica, il presidente della camera non ritratta la sua intervista ma prova a chiudere lo scontro istituzionale con il presidente del consiglio. «Interpreto le sue parole come un via libera -risponde non a caso un Romano Prodi visibilmente soddisfatto – gli stop & go fanno parte della politica».
E’ sempre più chiaro che se il solco politico e personale tra i due non è certo appianato non sarà la sinistra a porre fine all’esperienza del Professore a palazzo Chigi. Anche se a gennaio sarà una «verifica vera», ripete il segretario del Prc Franco Giordano, soddisfatissimo per l’avvio del processo unitario alla Fiera di Roma, i toni non sono certo ultimativi. Perché la priorità, ora, sta tutta nel costruire il nuovo «soggetto della sinistra». E rompere con il governo, molto probabilmente, vorrebbe dire rompere anche con i Verdi e Sd.
A via del Policlinico e ai piani alti di Montecitorio la massima convergenza strategica: governo, riforma elettorale e sinistra arcobaleno devono procedere su binari separati. Se cade uno cade l’altro. Bertinotti ha accolto la tesi veltroniana che (almeno per ora) l’unico governo che può fare le riforme è quello retto da Prodi. E il Professore, rinviando di fatto il vertice di maggioranza sulla legge elettorale, ha fatto capire che non si metterà di traverso al dialogo parlamentare e alle mosse «veltrinottia-ne». Prodi governa. E gli altri provino a fare filotto sulle riforme istituzionali (alla camera) e la riforma elettorale (in senato).
Passata la finanziaria, per il Prc il confronto con il premier si articolerà su due punti chiari e un terzo più o meno inconfessato. Per dire, non si riterrà pregiudiziale un sì ò un no al ritiro dall’Afghanistan. Le due priorità di Rifondazione per il 2008 sono il sostegno ai salari (attraverso il recupero del fiscal drag, meno tasse ai lavoratori, etc.) e la lotta al precariato con una profonda revisione della legge 30. Sul mercato del lavoro il punto di partenza è noto da tempo: sul tavolo parlamentare c’è già un progetto di legge firmato da tutta la sinistra curato dal giuslavorista Piergiovanni Alleva. La terza richiesta, venuta allo scoperto con la rumorosa intervista di Bertinotti, è che ci si accordi su un proporzionale senza premio di maggioranza.
A parte quest’ultima, non sono richieste su cui il governo può cadere. Si tratta di un normale negoziato politico. Tanto più se nel governo si trovano orecchie sensibili, visto che a palazzo Chigi, così pare, si sta già lavorando al taglio delle aliquote Irpef per i redditi più bassi.
E’ difficile però sostenere che i prò-, Memi per la maggioranza siano risolti. Bertinotti, indispettito per le forzature alle sue parole, pare solo sfilarsi da una casa che crolla un minuto prima del disastro. «Non ha mai detto che avrebbe tolto la spina a Prodi come nel ’98», spiegano nel Prc. Anzi. Ma certo Bertinotti si è scontrato con quelli che a via del Policlinico chiamano scherzando i due «dogmi del prodismo-leninismo». Il primo riguarderebbe la riforma elettorale: «Prima si tratta nella maggioranza e poi si va alla confronto con l’opposizione». Il secondo segue il primum vivere. «Prodi ha preteso fin dall’inizio la garanzia che se lui cade si torna al voto». Su entrambi il presidente della camera ha voluto mettere i puntini «sulle i» in presunta sintonia con Veltroni: sì al negoziato con il Cavaliere e ni a un ipotetico governo istituzionale.
A complicare un quadro così torbido il fatto che il negoziato parlamentare che inizia martedì in senato non ferma le lancette di un referendum che solo al Professore non dispiace affatto ma che Veltroni e Berlusconi vogliono bypassare entrambi.
Se la trattativa fallisce l’unico modo sicuro per evitarlo sarebbe la caduta del governo. Un’ipotesi che piace sempre di più alla palude centrista di entrambi i poli o a chi non teme il ritorno alle urne con il «Porcel-lum», come dimostra lo scalpitare di settori cattolici sul «decreto sicurezza». Se per il Pd e la «sinistra arcobaleno» il voto sarebbe la prova del fuoco, per altri, come per l’Udeur di Mastella, non lo sarebbe affatto. Anzi, lucrando su un margine di voti piccolo ma necessario, i «piccoli» avrebbero un vero interesse ad aprire la crisi e tornare al voto. Il guardasigilli lo ripete da giorni: «La mia è una lotta per la sopravvivenza».
Anche per questo il numero due del Pd avvisa gli alleati a 360 gradi: «Se cade Prodi si torna al voto. E il Pd non farà una legge elettorale che elimini con la clava i propri alleati». Smemorati e sospettosi non hanno che da fidarsi.