Il Consiglio di Stato annulla il referendum e Vicenza rischia di divenire la più grande base america

Il Consiglio di Stato cancella il referendum sulla nuova base Usa a Vicenza, negando ai vicentini persino il diritto di potersi esprimere rispetto ad una questione così densa e decisiva per la vita di una comunità come quella di una ulteriore e pericolosa militarizzazione del territorio.
E’ chiaro che la decisione del Consiglio di Stato mette in discussione le regole più elementari della democrazia e del rapporto democratico tra cittadini e Stato; tuttavia, tale decisione, rimanda in verità ad una questione di più ampia portata, relativa alla legislazione vigente in Italia, una legislazione dalla quale il Consiglio di Stato trae la propria “legittimità” antidemocratica e che vieta al popolo italiano di potersi esprimere in materia di Trattati internazionali e su tutto ciò che da essi consegue, come ad esempio l’installazione di nuove basi militari straniere o il loro rafforzamento.
Un intero e repressivo apparato legislativo (al quale si aggiunge un’opprimente e capillare inclinazione antidemocratica quale proiezione dei rapporti di forza sociali e politici) emargina, mortifica ed ammutolisce “legalmente” – dunque – l’intera popolazione italiana, costretta ad essere soggetto completamente passivo delle scelte di guerra che i governi italiani subiscono dagli Usa e dalla Nato.
Tutto ciò ci pone di fronte a due questioni fondamentali: primo, ad una vera e propria rottura democratica, data dallo strapotere di apparati legali ed istituzionali che trasformano i Trattati internazionali e militari in immodificabili “leggi di natura”; secondo, alla questione dell’opprimente, indegna e mortificante subalternità dell’Italia agli Usa e alla Nato, con il relativo pericolo di accettazione supina sia della militarizzazione del territorio che dei rischi di coinvolgimento in ogni azione e in ogni guerra imperialista. Questioni che pongono il problema di un rilancio forte della parola d’ordine “fuori l’Italio dalla Nato”.
La negazione (formalmente “legale”) del referendum sposta oggi, e drammaticamente, su Vicenza tutta la questione della violazione della democrazia insita nella legislazione che impedisce ai cittadini italiani di esprimersi sui Trattati internazionali, e tale, densa questione, si aggiunge all’altro, più noto e gravissimo problema: la trasformazione di Vicenza nella più grande base americana di guerra in Europa.
Ora, non vogliamo qui ricordare quale attivo, vasto ed inquietante ruolo bellico possa svolgere una base militare come quella di Vicenza in questa fase di acutizzazione ed espansione della pulsione di guerra della Nato. Ciò che ci preme qui mettere in evidenza è lo scarto ormai profondo tra i pericoli che si addensano a Vicenza (come prende materialmente corpo, qui, la negazione della democrazia; come prende corpo, qui, la soppressione dei diritti e la subordinazione alla Nato; come prende corpo, qui, un pericolo militare che va ben oltre i confini nazionali per divenire continentale, europeo) ed il grado di attenzione nazionale – da parte delle forze comuniste, di sinistra, sindacali e di movimento – sulla città e sulla base.
Vogliamo dire, chiaramente, che il pericolo vicentino è sottovalutato, che non è vissuto come è giusto che sia: un pericolo nazionale e transnazionale e che Vicenza non può più essere lasciata solo alla pur importante e generosa e ormai lunga lotta dei vicentini.
Vicenza è un problema nazionale ed europeo; la base americana vicentina è un attacco alla pace nazionale ed europea e dunque il livello di lotta e di movimento deve essere a quest’altezza, e se non giunge a quest’altezza rischia semplicemente di “non essere”, di non incidere.
Oltre Vicenza, oltre la lotta dei vicentini vi è, fondamentalmente, il silenzio. Ciò che chiediamo, al Prc, al Pdci, alle forze di sinistra, sindacali e di movimento, è di mettersi al lavoro, cominciare a riflettere e ad agire per cogliere l’obiettivo di estendere la lotta per liberare Vicenza oltre Vicenza: che gli studenti di Messina sentano il problema come gli studenti vicentini.
Bisogna trasformare la questione della base americana a Vicenza in una questione nazionale, collegandola poi ad una battaglia continentale. Bisogna che la questione vicentina divenga senso comune tra i lavoratori, tra gli studenti, nel movimento, tra le forze sindacali. Ciò che chiediamo al nostro Partito e alle altre forze comuniste e di movimento è di porsi, sin da subito, tale problema. Da parte nostra avanziamo alle forze comuniste e di movimento una prima, modesta, proposta di lavoro, che non vuole essere esaustiva, che può essere cestinata, ma che ha come scopo primario quello di indicare solo una linea di lavoro e di impegno, volto a far vivere Vicenza ovunque, far nascere – attraverso Vicenza e per liberare Vicenza – una lotta più vasta contro la Nato, per la pace e la democrazia. La proposta è la seguente: perché non chiediamo ad un centinaio di intellettuali, scienziati, dirigenti comunisti e di sinistra, rappresentanti del movimento e dei sindacati di lanciare un appello nazionale per Vicenza, contro la base americana? Con quell’appello si potrebbe iniziare un lavoro di fronte alla scuole e di fronte alle fabbriche, da quell’appello potrebbe costituirsi un vasto comitato nazionale di lotta e di movimento. Pensiamoci, a questo o a qualche cosa d’altro. Ciò che conta sapere è che Vicenza è l’Italia e l’Europa. E che la battaglia, perché sia vincente, va allargata molto al di là dei suoi confini. E l’11 ottobre a Roma, nella manifestazione nazionale, iniziamo dando spazio e parola alla lotta contro la base americana.
*direzione nazionale Prc
**segretario federazione Prc Vicenza