Il Congresso Usa s’inchina a Bush

Non c’era solo il Patriot Act che con qualche lieve modifica, la Camera bassa (dopo il senato) ha approvato definitivamente ieri (280 contro 138) dando a Bush quello strumento «essenziale» alla sua «guerra contro il terrorismo» e infischiandosene delle libertà civili americane. Bisognava fare qualcosa, dopo la scoperta che la Casa bianca aveva violato la legge sulle intercettazioni telefoniche, e il Congresso – cioè l’organismo che nella «prima democrazia del mondo» è chiamato fra le altree cose a controllare ciò la Casa bianca fa – ha deciso che la cosa giusta è cambiare la legge in modo che quelle intercettazioni non siano più illegali. Una soluzione «berlusconiana» che il New York Times – probabilmente poco al corrente degli ultimi cinque, disgraziati anni vissuti in Italia – commentandola quando ancora era solo una «ipotesi» aveva paragonato a un’automobilista che, dopo essere stato fermato per eccesso di velocità, riesce a fare aumentare il limite oltre il quale le miglia all’ora diventano troppe in modo che lui possa evitare di pagare la multa. «Ormai è un’abitudine», aveva proseguito il Times. «Il presidente Bush si infischia della Costituzione e delle leggi e la codarda, rigidamente faziosa maggioranza repubblicana del Congresso lo aiuta a riscrivere le leggi che lui stesso ha violato». Il giornale aveva pubblicato quel commento infuocato quando i giochi non erano ancora fatti, forse nella speranza di scuotere qualche coscienza, ma evidentemente ci vuole altro, di questi tempi. Da quanto si è saputo la soluzione è stata elaborata da due protagonisti precisi: Dick Cheney, il vice presidente, e Pat Roberts, il presidente della commissione Servizi segreti del Senato. Quest’ultimo doveva avviare, come gli era stato chiesto dai democratici e da alcuni repubblicani, un’indagine sullo «scandalo» di quelle intercettazioni compiute senza ottenere l’autorizzazione del tribunale come prescrive la legge, ma nicchiava, diceva bisognava essere cauti, che c’era il rischio di «fare un favore ai terroristi» e intanto si consultava con Cheney, che però almeno sulle prime lo trattava malissimo. Per evitare l’indagine, spiegava Roberts, bisogna cambiare qualcosa. Ma di cambiamenti il vice presidente non voleva neanche sentir parlare. Per lui infatti le violazioni non erano avvenute per le ragioni «pratiche» di cui aveva balbettato Bush (cioè il fatto che il rispetto della legge avrebbe fatto perdere tempo prezioso nella lotta contro il terrorismo, cosa del tutto falsa), bensì per ragioni «idelogiche», nel senso che quella legge, varata nel 1978 dopo la scoperta che Richard Nixon aveva fatto intercettare le telefonate di tutti quelli che gli stavano antipatici, era una brutta e andava abolita.

Roberts però insisteva. Qualche cambiamento – diceva – è necessario affinché quei repubblicani che all’esplodere dello scandalo erano stati molto vociferanti contro le intercettazioni illegali avessero un appiglio per fare marcia indietro. Alla fine lui e Cheney si sono messi al tavolino e hanno stabilito i principi della nuova legge. La Nsa, cioè l’agenzia che materialmente compie le intercettazioni, potrà ascoltare tutte le telefonate che vuole e controllare tutte le e-mail che le pare ma dovrà notificare la cosa al tribunale «entro 45 giorni» (un lasso di tempo quindici volte superiore a quello della legge attuale, che è di 72 ore) passati i quali, se l’amministrazione non vuole acora fare la sua notifica, il segretario della Giustizia Alberto Gonzales ne spiegherà le ragioni a un «comitato ristretto» di senatori. Alberto Gonzales, cioè quello che quando è andato a deporre davanti alla commissione Giustizia del Senato è riuscito a fare arrabiare con le sue risposte vaghe e contorte perfino il presidente repubblicano della commissione medesima, Arlen Specter, che a un certo punto è sbottato con un «ciò che lei dice è al di fuori della logica e della lingua inglese».

Comunque il cambiamento ha avuto il risultato voluto e cioè la marcia indietro dei repubblicani arrabbiati. «Siamo felici di lavorare con il Congresso su una legge destinata a codificare ulteriormente l’autorità del presidente», ha commentato una portavoce della Casa bianca.