Il congresso Ds ripreso dal basso

di Santostasi, Bonalumi, Caserta, Lucchesi, Garzia, Catalano.

Firmato l’ultimo verbale di votazione, abbassata la saracinesca della sezione che ha tirato più in lungo delle altre l’assemblea di quest’ultimo week end, il congresso ‘di svolta’ dei Ds sembra già concluso. Non è perché, con il sistema dell’elezione diretta del segretario nazionale nelle sezioni, si può già prevedere – come anticipano i risultati parziali (su 102.000 votanti, e il 50% dei congressi di sezione, i rapporti sono questi 32% alla mozione Berlinguer, 64 alla mozione Fassino, il resto a Morando) – chi andrà ad abitare al primo piano di Via Nazionale. È che sembra già esaurita la spinta propulsiva della baruffa del dopo 13 maggio, come se fosse già mancato al ‘maggior partito della sinistra’ il fiato per reggere un confronto politico vero, di quelli che danno alla luce faticosamente un cambiamento politico sostanziale.
Molto rumore per quasi nulla? Eppure le condizioni di un congresso affollato, teso, diviso, combattuto fino all’ultimo voto c’erano tutte, si sarebbe detto. Una sconfitta elettorale che minaccia marginalità ed estinzione, uno scontro fin troppo aspro nel gruppo dirigente, tre mozioni in campo, l’irruzione con insolita aggressività della Cgil e del suo segretario, i cento giorni thatcheriani del governo, e poi Genova e le macerie fumanti di New York, e la guerra… I resoconti del nostri ‘esploratori’ – per quanto ridotti e casuali per essere un campione – scattano, con poche eccezioni, un’istantanea assai diversa. Non tanto un congresso poco partecipato (i valori medi sono vicini al congresso del 1999), piuttosto un congresso per così dire ‘postumo’, una discussione non sufficientemente turbata dai tumulti e dalle tragedie che battono alla porta, che ha perduto la fiducia di decidere la politica e il destino della propria comunità. Le critiche alla ’diarchia’, che pure non mancano, non evocano un nuovo inizio; le insoddisfazioni di una stagione politica sembrano rivolte a un passato già archiviato : «Avrei voluto avere con me il mio partito quando sono andato a Genova a prendere manganellate…Qui non c’è vitalità, non c’è futuro», sbotta il compagno della sezione «Roveda» di Milano. E valga il vero. Tutto quel che contava è successo fuori del partito: alle giornate di Genova le bandiere della Quercia prima timidamente spiegate, poi rapidamente riavvolte; in Parlamento all’interrogativo cruciale ‘pace o guerra’ una risposta è stata già data in condominio con il governo; alla Perugia-Assisi i diessini ci sono andati magari in molti ma uti singuli, forse a qualche distanza dal loro presidente appena tollerato. Che altro si può decidere se non la partita tra Fassino e Giovanni Berlinguer, tra D’Alema e Cofferati, con Morando a correre per partecipare?
Dal sonno della politica, si sa, nascono i… ‘pacchetti di tessere’. Non deve meravigliare allora che in più di una provincia di questo territorio disertato dalla passione della politica e dall’orgoglio del protagonismo affiorino i sintomi inconfondibili di una degenerazione clientelare: qui le maggioranze si decidono, e magari si contrappongono capricciosamente a pochi isolati di distanza, in base al nutum del parlamentare o del consigliere di turno; là, quando si contano i voti finali, si scopre che i votanti sono non solo più numerosi degli iscritti ma quasi degli elettori; e Fassino (che nella Marca bassoliniana ha faticato a conservare il secondo posto) tuona: «La Campania non si illuda di portare al congresso più delegati della Toscana o dell’Emilia!». «Il partito leggero è diventato un partito fantasma», scherza, un po’ lugubre, un compagno di Roma.
Ma c’è poco da scherzare. Anzi. A carico dei gemelli-coltelli e del loro padre putativo Achille Occhetto, oltre al precipitare nel pozzo del 16%, va messa anche quest’altro sperpero di patrimonio democratico. Né è possibile registrare con indifferenza la dispersione della più grande comunità politica dell’Occidente. In questo contenitore sempre più ristretto e chiuso ci sono ancora donne e uomini con la mente e il cuore a sinistra. Torneremo a cose fatte su questo congresso, ma sin d’ora non si può che augurare alla loro generosa ostinazione di mantenere irriguo il terreno in cui seminare una diversa stagione della sinistra italiana.

Milano
Sezione «Giovanni Roveda»

È la sezione storica dei ferrovieri. Ha 73 iscritti, uno in più dello scorso anno. Tiene insieme dipendenti delle FFSS che lavorano in luoghi diversi, e parecchi pensionati. Negli ultimi anni si è molto discusso se fosse opportuno mantenerla in vita. Attualmente non ha un segretario: un vecchio compagno si è impegnato, con un certo successo, a contattare tutti gli iscritti e a invitarli a partecipare al congresso. Sono presenti in 30 (27 uomini e 3 donne). La maggioranza ha un’età fra i cinquanta e i sessant’anni, nove sono pensionati, due hanno meno di 40 anni.

Presentazione delle mozioni
mozione berlinguer Valorizziamo il preambolo comune e discutiamo con l’obiettivo dell’unità. La nostra mozione non è critica verso i governi del centro-sinistra, ma verso il partito e la gestione solitaria del partito. Non è stato sollevato il conflitto d’interessi, abbiamo attenuato l’antifascismo e lasciato attaccare la Costituzione. Lo scontro con la Cgil non ci ha aiutato. La centralità del lavoro è un tratto di identità; ora si è aperto lo scontro con Maroni e noi dobbiamo essere al fianco della Cgil.
Ai tempi del rapporto Brandt, il Pci aveva fatto propria la questione Nord/Sud; poi ci siamo chiusi nel caldo delle nostre società. Ora bisogna valorizzare il ruolo dell’Onu, togliere acqua al terrorismo. L’attacco all’Afghanistan può comportare dei rischi. Dobbiamo impegnarci a costruire la pace.
mozione fassino È positivo che nelle ultime settimane sia cessata la ricerca di un capro espiatorio. Dieci anni fa, con il passaggio dai Progressisti al centro-sinistra abbiamo salvato il partito. È vero, c’è stata litigiosità, troppi presidenti del Consiglio, idee diverse sull’Ulivo, ma questi limiti visti nel loro contesto sono tutti spiegabili e non autorizzano recriminazioni. Noi siamo parte del Pse e, dopo aver diretto il governo, non possiamo permetterci passi indietro. Nelle questioni internazionali decidono ancora i rapporti di forza: bisogna collocarsi in questi rapporti e partecipare, come in Kosovo, per incidere sugli eventi. Siamo in crisi perché non abbiamo saputo scegliere fra orgoglio della tradizione e capacità di innovazione. Da qui una scarsa incisività del carattere riformista del partito, le resistenze su lavoro e pensioni, che ci impediscono di parlare ai nuovi soggetti sociali e ai giovani. Questo compito non può essere dell’Ulivo, ma di una sinistra di governo, parte di un’alleanza. Fassino rappresenta al meglio l’esperienza di governo e conosce bene il partito.
mozione morando L’identità oggi deriva dalla collocazione internazionale, come dimostra Tony Blair. Politica, intelligence e uso della forza devono procedere insieme. Non basta dire «per tornare a vincere», anche il Pci vinceva. Bisogna «tornare a vincere per governare». Esaminiamo gli errori, per non ripeterli: la sottovalutazione del ruolo dell’Ulivo; la crisi del ’98 gestita con Cossiga, il centro-sinistra col trattino; l’operazione fallimentare della Cosa Due. Dobbiamo essere attenti al lavoro, ma anche all’impresa, e mettendo al centro la libertà dell’individuo, che è una grande risorsa sociale. Libertà, democrazia, giustizia sono i valori di fondo, e l’Ulivo è il soggetto politico che li porta avanti.

Interventi

i intervento È il terzo anno che ci presentiamo senza segretario; bisogna rilanciare la sezione, magari dando vita a una sezione Trasporti. Dopo il congresso, tutto il partito deve tornare unito. Voto Fassino.

ii intervento (il segretario della sezione dei tranvieri «Ardizzone», porta il saluto) Non voglio interferire nel vostro dibattito, ma i giovani e le donne ci chiedono di guardare avanti
iii intervento (dirigente del sindacato regionale dei trasporti Cgil) Sulla lotta al terrorismo internazionale non vedo differenze fra Berlinguer e Fassino. Giusto auspicare un intervento dell’Onu, ma sappiamo che l’Onu è in crisi, e allora va bene la Nato. Appoggiamo l’invito del presidente D’Alema per una pausa umanitaria nei bombardamenti. La sconfitta elettorale è una responsabilità collettiva di tutto il gruppo dirigente, e nasce da una insufficiente cultura riformista. Ds e Cgil stanno conducendo congressi paralleli e sono convinto che la mozione Fassino sia la più vicina a quella della maggioranza della Cgil. Il Partito del Lavoro è una proposta datata. Abbiamo bisogno di diversi sindacati, fra i quali riscrivere un patto di autonomia e di unità.

iv intervento Sento la sfiducia della gente. Non entro nel merito delle mozioni, sembriamo la vecchia Dc. In questi giorni ho riletto il carteggio Berlinguer-Bettazzi, con quella idea alta della politica. Voto Fassino, che conosco ed è delle mie parti, ma spero che poi sia il segretario di tutti.

v intervento Difficile scegliere fra le tre mozioni. Ora i toni sono meno aspri, ma si discute ancora troppo del passato. I responsabili della sconfitta sono in tutte le mozioni. Ci vorrebbe più attenzione ai sentimenti, al lavoro, al partito, che è praticamente distrutto: se si potesse voterei capitoli di ciascuna mozione. Scelgo la più razionale, quella di Fassino, anche se non voglio sentirmi vincolato per tre anni.

vi intervento Gli errori vanno esaminati, non per azzerare tutto, ma per costruire una proposta. Centralità del lavoro non significa ‘partito del lavoro’. Cofferati era riformista quando questa era considerata una brutta parola. Oggi si dice ‘riformismo’ e si pensa alla flessibilità. Il partito deve discutere, dobbiamo riappropriarci della politica. In passato si discuteva di più, è stato giusto superare il centralismo democratico, ma il risultato è più centralismo e meno democrazia. Voto Berlinguer.

vii intervento Ascoltandovi comincio a capire perché abbiamo perso il 5% e perché io, che ho 33 anni, qui dentro sono il più giovane. Se guardo a quello che sta succedendo nel mondo, le tre mozioni mi sembrano assurde, come la nostra discussione. Avrei voluto avere con me il mio partito quando sono andato a Genova a prendere manganellate. Il voto sulla guerra è un’altra rottura e domani a Perugia dovrò marciare con chi ha approvato la guerra. Qui non c’è vitalità, non c’è futuro. Libertà, uguaglianza, fraternità: quale fraternità nel bombardare uno dei paesi più poveri del mondo? A questo dobbiamo cercare le risposte (voce dal fondo: «non ci sono!»). Chiedo che proviamo almeno a discuterne.

viii intervento Difficile parlare dopo questo intervento. Abbiamo fatto errori: la Bicamerale, il conflitto di interessi, forse anche su Genova abbiamo sbagliato. Il Partito non c’è più, le sezioni sono state chiuse e vendute, i giovani ci voltano le spalle.

ix intervento Sono un sindacalista passato dalla Cisl alla Cgil quando fu tagliata la scala mobile. Mi sono iscritto al partito nel ’90, non vengo dal Pci, e sono orgoglioso di appartenere ai Ds. Sto con la mozione Fassino per coerenza, perché la trovo più omogenea con la battaglia che sto conducendo nei congressi della Cgil. Sulla guerra non riesco a tenere insieme il cuore e la mente, scelgo la mente, e dico che a volte è giusto ricorrere alla forza. Comunque invito tutti a vedere il film di Ken Loach, tanto per non farsi illusioni su Tony Blair.

x intervento (una compagna) È negativo andare al congresso con tre mozioni. Fra i tanti problemi su cui riflettere, trovo drammatica la caduta elettorale al Sud, che doveva essere il nostro punto d’onore. È importante il ‘patto con le donne’. Scelgo la mozione Fassino, per la persona e per il progetto, che mi convince in particolare su due punti: accettare la sfida della modernità, e cambiare radicalmente il partito.

Hanno votato tutti i 30 iscritti presenti: Fassino 27, Berlinguer 3. Nel congresso del ’99, la mozione Veltroni aveva raccolto 14 voti, Nuova Sinistra 1. La partecipazione è cresciuta, ma l’influenza della scelta di Cofferati, in una sezione in cui tutti sono iscritti alla Cgil, appare del tutto irrilevante. Un segno: negli interventi più qualificati dei sostenitori di Fassino, quando si nomina D’Alema si dice «il presidente D’Alema».

Milano
Sezione «Ernesto Ragionieri»

Il territorio della sezione è all’estrema periferia nord-ovest di Milano, nel quartiere San Leonardo, in una zona popolare a forte edilizia pubblica e cooperativa. Iscritti 111 (di cui 49 donne, 5 reclutati, 3 recuperati), più 4 iscritti alla Sinistra Giovanile. Presenti e votanti 34 iscritti, di cui 12 donne.

Presentazione delle mozioni
mozione berlinguer Occorre una discontinuità di linea politica e una chiara identità, quella di una forza della sinistra europea. La sconfitta è innanzitutto sociale. Al governo è mancata la fase due. Errori del partito: abbandono dell’Ulivo, della questione morale e della discriminante antifascista, attacco alla Cgil. Non c’è stato un deficit di riformismo, ma un deficit di sinistra. Noi siamo per la reversibilità, non per la flessibilità del lavoro a senso unico. Abbiamo parlato per anni di società civile e oggi la società civile ci si è presentata, con i giovani di Genova e della Perugia-Assisi: non volere o non riuscire a collegarci a questa nuova realtà, vorrebbe dire tradire la nostra storia.

mozione fassino (una compagna) La sfida è la globalizzazione dei diritti. I nemici di bin Laden sono l’Islam moderato e l’Occidente con le sue libertà, e con la modernità femminile. Bisogna combattere il terrorismo su più fronti: umanitario, investigativo, politico, ma la forza è un elemento necessario. Una sinistra che superi il deficit di riformismo, stia dentro i processi di cambiamento e li sappia orientare, con l’obiettivo di rendere tutti più liberi: è questo il senso delle nostra mozione. Bisogna uscire dal congresso con un segretario, un gruppo dirigente coeso e fattivo, un programma, e un partito diverso da questo, perché quando si arriva al 16% c’è poco da conservare. L’Ulivo è la scelta strategica, ma oggi la priorità è una forza di sinistra più forte, più unita, a vocazione maggioritaria.

mozione morando Il tracollo è troppo evidente, per non pensare a un cambiamento. Intorno a noi cambia tutto, in Italia e nel mondo. Il soggetto a vocazione maggioritaria è l’Ulivo. Se vogliamo salvare i Ds e la stessa tradizione socialista, occorre una svolta. Di ricordi non si vive, un partito esiste se è necessario. Il progetto di Amato prevede l’unione tra filone socialista e liberale, il socialismo di Bobbio, uguaglianza più libertà individuale. Questi processi devono investire non solo noi, ma anche il Pse, che deve aprirsi alla logica dell’Ulivo.

Interventi

i intervento La gente non capisce cosa vogliamo. I giovani guardano altrove, il partito non c’è più, è una enorme testa senza corpo. Socialismo e libertà ho imparato a coniugarli nel Pci, tanti anni fa. Privatizzazioni e lavoro interinale non sono né libertà, né modernità, sono una rinuncia, un tornare indietro di decenni. Dell’attacco terroristico vediamo solo gli effetti, non abbiamo il coraggio di guardare le cause. Ricordo che Nilde Jotti diceva: «Il terzo mondo busserà alle nostre porte». E ora ha bussato in questo modo atroce.

ii intervento Avevamo già perso, prima delle elezioni. Troppi errori: la caduta di Prodi, l’elezione di Di Pietro, il conflitto di interessi, la fuga di Veltroni e D’Alema. E si continua sulla strada sbagliata, con l’appoggio alla guerra. Per i morti di Sabra e Chatila non ricordo nessun minuto di silenzio. E i palestinesi continuano a morire, con la complicità degli Usa. Gli americani non hanno ancora portato prove concrete contro bin Laden, ma anche se le avessero, non possono bombardare un intero paese.

iii intervento (una compagna) Il mondo era interdipendente anche prima dell’11 settembre. Ma c’è voluto l’attacco alle Torri per scoprire che l’Onu è in crisi, l’Europa è debole e un miliardo di esseri umani rischia la morte per fame. Siamo diventati dei provinciali, tutti presi dalla nostra piccola politica, e ci ritroviamo un partito con un’età media di cinquant’anni. Questo mondo è anche il frutto di dieci anni di politica e di governo della sinistra europea. Non sono d’accordo con il nostro sostegno alla guerra. Questi temi erano presenti nelle grandi manifestazioni di Genova e Assisi. Alla Perugia-Assisi ho visto un movimento maturo, non ideologico. Abbiamo scoperto che esistono questi giovani, e non abbiamo nessun rapporto con loro. A questo ci ha portato un decennio di politicismo senz’anima. Continuare a sbagliare sarebbe una tragedia. Pur con molti limiti, ho trovato alcune di queste idee nella mozione Berlinguer, insieme a un giusto richiamo alla democrazia interna: senza discussione e partecipazione, il partito di massa muore.

iv intervento I valori di uguaglianza, libertà, giustizia, dignità della persona, solidarietà, pari opportunità, sono comuni a tutte le mozioni. Non ci sono fra noi differenze di identità, altrimenti alla fine del congresso avremmo tre partiti. Ci sono invece tre proposte politiche per un solo partito, e dopo il congresso non ci dovranno essere correnti organizzate. Dobbiamo rispondere alla sconfitta elettorale, alla difficoltà a costruire alleanze, alla crisi del partito, cercando di capire meglio i cambiamenti avvenuti nel decennio in Italia e nel mondo. Contro il terrorismo siamo a una scelta come quella del ’98 sul Kosovo e dobbiamo comportarci come allora. I compagni non si chiedono perché l’Islam moderato e persino Arafat, appoggiano l’intervento? Non vedono che bin Laden ha confessato? Non dimentichiamo che i partigiani hanno preso le armi, e che senza il sacrificio degli americani non ci saremmo liberati dal fascismo. I nostri valori di pace sono gli stessi dei giovani di Genova e di Assisi, ma un partito ha il dovere di dire anche come si ottiene la pace. Diversamente da Morando credo che un partito della sinistra serva ancora. Voterò la mozione Fassino.

v intervento Bin Laden è un miliardario che usa le sue ricchezze contro le Torri di New York, ma ce ne sono altri che usano le loro per svuotare la democrazia. Nel mondo si muore di fame e bisogna fare qualcosa, altrimenti verranno, e senza bussare. Abbiamo fatto tanti errori, ma il più grave è di non aver sollevato il problema delle tv di Berlusconi. Fassino ha dato tanto, e si dimostra capace. Voterò per lui.

vi intervento È giusto che la base discuta le scelte politiche, ma quando convochiamo le assemblee di sezione ci ritroviamo i soliti quattro gatti. È dall’89 che ci presentiamo divisi ai congressi e questo non è bene. Non ho letto le mozioni, ma voto Fassino, che mi ispira fiducia.

vii intervento Oggi i giovani si battono per qualcosa, non contro, come facevamo noi. Se si guardasse alle cause del terrorismo, sull’Afghanistan si dovrebbero buttare patate anziché bombe. Non mi preoccupano le tre mozioni, purché ci sia unità sui valori di fondo.

viii intervento (una compagna) Un partito esiste se è necessario. Il Pci è stato necessario all’Italia. Oggi l’unico modo per salvare i Ds è quello indicato dalla mozione Morando.

ix intervento Malgrado la mia età sono andato alla Perugia-Assisi e ne sono contento. Fassino avrebbe fatto meglio a restare il vice di Rutelli.

Hanno votato:Berlinguer, 17; Fassino, 14; Morando, 3 (nello scorso congresso Veltroni 19, Nuova Sinistra 11). La «Ragionieri» rappresenta una delle diverse tipologie delle sezioni di Milano. Più popolare, più anziana, più ‘di sinistra’ della media cittadina, inserita nella residua rete di cooperative, Sunia, consiglio di zona, giornale di quartiere. L’impressione è di incontrare quel che resta di una robusta sezione del Pci degli anni 80 (ben 32 dei 34 presenti vengono dal Pci). Gli interventi vengono applauditi, nessuno si sogna di chiamare ‘Unità di base’ quella che resta la ‘sezione’, il ‘Presidente D’Alema’ qui torna a essere ‘D’Alema’ o ‘il compagno D’Alema’.

(Edgardo Bonalumi)

I congressi in Emilia-Romagna

La macchina congressuale dei democratici di sinistra in Emilia Romagna si sta scaldando. Nel fine settimana dal 12 al 14 ottobre si sono svolti i primi congressi di sezione e alcune assemblee precongressuali di rilievo.
La situazione internazionale sta fortemente influenzando il clima politico, gli stati d’animo, gli interventi; mentre d’altra parte le tre mozioni ufficiali sono in parte superate, poiché sono state elaborate prima dei fatti di Genova, dell’attacco agli Usa e dell’intervento in Afghanistan.
Il dibattito si concentra su due, tre argomenti più sentiti: innanzitutto l’apprensione per gli attacchi terroristici e per l’escalation della guerra, la preoccupazione per le ulteriori divisioni nell’Ulivo e nel partito emerse nel voto alla Camera, una generale aspettativa di pace, del resto testimoniata dall’ampia partecipazione dei militanti alla marcia Perugia-Assisi.
Numerosi interventi e domande, soprattutto da parte di giovani lavoratori, sono relative al quadro socio-economico, alla tutela dei diritti, alla salvaguardia del Welfare-State in rapporto alle nuove condizioni di lavoro e alle modifiche legislative preparate dal governo Berlusconi. Emerge la preoccupazione che le diverse posizioni espresse, in parte nelle mozioni, e anche di più da singoli dirigenti, disegnino un partito poco convinto e deciso nella difesa dei diritti di chi lavora, più incerto tra ambizione di dirigere la cosiddetta modernizzazione e radicamento sociale. In questo contesto la mozione che candida Berlinguer ha già determinato uno spostamento di asse politico, riportando a maggiore centralità la questione lavoro.
Al di là delle polemiche sul ruolo del sindacato, sulle scelte congressuali di Cofferati e dei maggiori dirigenti della Cgil, e di quello che potrà essere il voto finale sulle mozioni, la base avverte che il mancato recupero di una linea e di un progetto autonomi del partito sulle questioni sociali può rappresentare una pericolo mortale dopo la grave sconfitta elettorale.
Gli stessi iscritti che si riconoscono nelle posizioni più ‘liberal’, si guardano bene dall’enfatizzare le differenze con i contenuti più netti della mozione Berlinguer e con le opinioni prevalenti dei quadri sindacali, fino al punto, come nel caso di un importante esponente regionale di Bologna che, in sostegno della mozione Fassino, è giunto a negare con veemenza che sia mai esistito alcun problema di divergenze o differenze di linea di politica economica, nei gruppi dirigenti del partito e della Cgil (sic!).
Le critiche, e le autocritiche, degli errori compiuti nella fase del governo di centro-sinistra, prevalenti ovviamente da parte dei compagni che dichiarano di preferire la mozione Berlinguer, sono molto nette e indicano l’esigenza di un cambiamento di prospettiva politica, di un più marcato e riconoscibile progetto di sinistra, di una maggiore attenzione ai temi delle ‘differenze’, della difesa dell’ambiente, di ritrovare sensibilità e partecipazione ai movimenti di critica a questa globalizzazione, a partire dall’esperienza di Genova e dalla manifestazione di Assisi: insomma chiedono un partito più aperto, dialettico, più strettamente collegato con quanto si muove nella parte viva della società.
Il ‘piatto forte’ negli interventi per la mozione Fassino è invece il pressante richiamo all’unità del partito e la difesa a oltranza dal ‘martirio’ di Massimo D’Alema. Sono questi i punti sui quali la discussione è più accesa e dove si manifestano le tensioni di fondo, in un partito gravemente colpito nell’orgoglio per le brucianti sconfitte, ma proprio perciò ancora più preoccupato di ulteriori possibili lacerazioni. Il sindaco di una storica cittadina dell’Appennino bolognese ha fornito quest’interpretazione al congresso della sua sezione: «Il partito è la mozione Fassino, le altre sono di dissidenti».
È da sottolineare altresì che anche in quest’ambito alcune modificazioni sono nei fatti già intervenute: è scomparso dal vocabolario congressuale il ‘partito del leader’; anche i più strenui difensori del recente passato pongono, magari timidamente, l’accento sulla necessità di garantire che il partito sia diretto in modo più collegiale.
Anche questo è il risultato di una spinta profonda che non porta la maggioranza degli iscritti fino al punto di votare la mozione che propone una svolta ma si manifesta col disagio, il malumore, il borbottio ed è la testimonianza di un malessere diffuso che non si spinge a pretendere un cambiamento politico ma in fondo ci spera.
Infine, dalla lettura di alcuni risultati di partecipazione (oscillanti, con sensibili differenze, tra il 12 e il 20%) e di voto dei primi congressi di cui abbiamo il resoconto, si evidenziano tendenze piuttosto diversificate: in alcuni casi l’adesione alla mozione Berlinguer avvicina nuovi iscritti di giovane età, soprattutto recupera alcune forze precedentemente allontanatesi dalla vita attiva di partito; in altri casi, al contrario, come ad esempio a Fidenza (Parma) o a Reggio Emilia, la partecipazione di solito elevata è sensibilmente diminuita rispetto al precedente congresso, per l’astensione – che evidentemente danneggia la mozione Berlinguer – di numerosi compagni che avevano votato per la Nuova Sinistra.
Il dibattito congressuale non è stato, dunque, finora in grado di dare risposte sufficienti alla profonda crisi di fiducia e di prospettive che attraversa una significativa parte di iscritti ed elettori del maggior partito della sinistra.

(Sergio Caserta)

Toscana
Sezione «Enrico Berlinguer» Orbetello

Odore di chiuso. Qualcuno lo dirà nel dibattito: meno male che almeno ogni tanto c’è chi viene ad aprire le finestre. Sono quasi 200 gli iscritti, ma i presenti non arrivano a 30, compresi alcuni invitati. Alle pareti è rimasta l’iconografia del Pci. Ci sono anche Che Guevara e Ho Ci Min, di cui è citata una frase sulla vittoria del comunismo, ma tutt’intorno siamo circondati da tabelloni sui risultati delle ultime elezioni amministrative e politiche. Si sovrappongono gli uni agli altri, scompaiono dietro i vecchi mobili, ma restano lì, non si capisce se come monito o solo perché dispiace mettere via un lavoro tanto meticoloso. Giovani non se ne vedono, si parte dai quarantacinque a salire. Due le donne.

i intervento Si schiera fin dall’esordio. Replicando al relatore della mozione Fassino, domanda polemicamente: perché abbiamo perso se abbiamo fatto tutto bene e la gente grazie a noi sta meglio? Non è vero che non conviene perdere tempo per capire gli errori. Se non lo si fa, come si potrà raddrizzare la barca? Abbiamo pensato di fregare Berlusconi con la Bicamerale, e invece siamo rimasti noi presi all’amo. Essere più di sinistra vuol dire mettere in primo piano gli interessi dei settori più deboli della società, a iniziare dai lavoratori e dai pensionati. Tutt’e tre le mozioni dicono di voler cambiare, ma in politica conta chi dà le carte. Oggi occorre un lavoro di ricostruzione per preparare col tempo necessario una prospettiva sicura. Per questo Berlinguer è la scelta giusta. La nostra opposizione sia al governo nazionale che a quello locale è così tiepida da apparire invisibile.

ii intervento È di un compagno che da qualche anno non ha rinnovato la tessera, avendo in precedenza ricoperto anche incarichi di responsabilità. Esordisce senza preamboli: ho accettato il vostro invito perché dovevo poter sfogare la rabbia che ho accumulato in questi anni. Abbiamo voluto scimmiottare Berlusconi, senza averne né mezzi né capacità. Prima cercavamo di stare in mezzo alla gente, poi ci siamo preoccupati soltanto di andare in televisione. Tanti non partecipano più perché sentono di non contare niente. Anche i congressi non cambiano questo andazzo perché i gruppi dirigenti fanno ciò che vogliono. A Orbetello la sinistra aveva sempre governato, oggi il centro-destra ha il 60% dei voti e un sindaco che si comporta come un gerarca fascista. Dobbiamo recuperare i valori della sinistra e chiamare con il loro nome i nostri avversari. Il Polo è di destra, Bossi è razzista, la loro politica è quella di proteggere i loro affari. Dobbiamo dirlo dappertutto e dobbiamo iniziare adesso a costruire un’alternativa anche a livello locale formando un gruppo dirigente del partito che sappia preparare una classe dirigente in grado di governare.

iii intervento Intreccia la diffusa preoccupazione per una disputa che può aprire spaccature profonde nel partito con un’esplicita polemica nei confronti di quei dirigenti (vengono citati Mussi e Salvi) che oggi criticano, ma ieri erano sempre d’accordo con Veltroni e D’Alema. Temo gli scontri personalistici, e li vedo anche nel nostro territorio. Questa discussione non deve andare oltre il congresso nazionale. Da quel momento il partito deve avere una sola posizione.

iv intervento (dirigente della Camera del lavoro) Mi auguro che sia l’ultima volta che ci presentiamo con mozioni contrapposte, perché in esse si annidano sempre dei preconcetti. Ma non drammatizziamo, l’unità del partito non è in discussione. Non mi convince il modo in cui si ragiona di lavoro e modernità nella mozione Fassino. Stare nella modernità significa abolire l’Articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori? Molti sostenitori della mozione Fassino lo dicono apertamente. E sulle pensioni, quale riforma si vuole? Qualcuno (D’Alema) in questi anni ha fatto intendere di voler rivedere la riforma che avevamo tanto faticato a far approvare dai lavoratori. E la polemica sul valore del contratto nazionale, a cosa è servita? Io non ho sottoscritto nessuna mozione, ma è evidente che quella di Berlinguer su questi punti non lascia equivoci. In quanto alle alleanze, abbiamo fallito su tutta la linea. Non ci hanno votato i giovani, non ci hanno votato i lavoratori, ma non ci hanno votato neppure i piccoli imprenditori. Dobbiamo caratterizzarci come forza di sinistra. Non l’abbiamo fatto ed è per questo che abbiamo donato sangue alla Margherita.

v intervento Apprezza l’esistenza di posizioni alternative e auspica che alla fine lo scarto sia molto contenuto in modo da rendere più facile una sintesi. Solleva tre interrogativi che considera decisivi. Come ci collochiamo rispetto al liberismo che in questi anni, impossibile nasconderlo, abbiamo subito? Come ci collochiamo nei confronti della globalizzazione e delle sue due principali caratteristiche: allargamento dello sfruttamento e distruzione dell’ambiente? Cosa diciamo sulla guerra? Il terrorismo è esecrabile, ma la guerra può essere un rimedio? O, piuttosto, non rischia di essere lo strumento col quale l’Occidente vuole imporre il suo modo di pensare e di vivere? La mozione di Berlinguer non dà tutte le risposte, ma si fa sicuramente preferire perché affronta problematicamente i temi più importanti.

vi intervento (dirigente della Camera del lavoro, proviene dal Psi) Dichiara di non aver firmato le mozioni e contesta la validità di un congresso fatto con questa modalità. Ho tenuto diverse assemblee congressuali della Cgil. I lavoratori si dichiarano insoddisfatti, anche se non misconoscono le cose positive fatte dai governi di centro-sinistra. La critica si appunta soprattutto sulla carenza di una politica di sinistra. Del resto che le cose non vanno lo dimostra anche la partecipazione a questo nostro congresso, soprattutto se la confrontiamo con quella di qualche anno fa. Dobbiamo puntare a un nuovo progetto politico e all’unità della sinistra. Anch’io mi auguro che non nascano correnti, ma le idee che si stanno confrontando, quelle sì che debbono rimanere nel partito come patrimonio comune.

vii intervento (consigliere comunale) Questa situazione non spinge alla partecipazione. Confesso che l’attività di partito che faccio dipende essenzialmente dal rispetto che porto a quei compagni più anziani che, nonostante tutto, continuano a impegnarsi. Ma sono troppi quelli che non si fanno più vedere. Dove sono finiti gli ex amministratori? E quando li incontri, ti guardano quasi con supponenza. Il partito pesticcia, pesticcia, ma non cambia niente. Nel frattempo, Berlusconi guadagna terreno e consensi, mentre noi rischiamo di perdere anche il governo della provincia. A febbraio la Rai passerà nelle mani di Berlusconi. Vi immaginate quanto sarà difficile recuperare? Forza Italia si presenta bene, ha gruppi dirigenti molto giovani e dinamici. Noi siamo riusciti a dividerci anche nella marcia Perugia-Assisi. La spiegazione delle tante sconfitte elettorali che abbiamo subito è senz’altro complessa, ma non va cercata in un deficit di sinistra. Piuttosto domandiamoci cosa abbiamo fatto sulla microcriminalità o quale messaggio abbiamo mandato sugli immigrati. Su questi temi la gente è molto di destra.

ix intervento (segretario dell’Unione comunale) È vero che tanti non vengono più, ma a maggior ragione quelli che sono rimasti vanno ringraziati e non può certo essere gettata loro addosso la croce se le cose vanno male. Il collegamento del segretario alla mozione è un errore che va superato. Le mozioni di Fassino e di Berlinguer sono al 90% uguali. Le differenze di fondo riguardano due aspetti. Il primo è il concetto di sinistra. Per noi, e Fassino fa questa scelta, il riferimento non può essere altro che la sinistra europea, la politica delle grandi formazioni socialdemocratiche. Più sinistra, sì, ma in quella direzione. Il secondo punto è il rapporto fra Stato e mercato e la ricerca di un nuovo equilibrio per governare la modernizzazione. Anche i nuovi lavori costituiscono un terreno decisivo per misurare la capacità di affermare nuovi diritti. Sulla guerra, la necessità e la piena legittimità di una risposta forte sono fuori discussione. Dobbiamo ragionare sull’efficacia delle scelte compiute.

Si vota. Finisce dieci a dieci e tre delegati a testa a Berlinguer e Fassino. Tre simpatizzanti invitati al congresso fanno sapere che avrebbero votato Berlinguer. Sarà per un’altra volta. O no?

(Carlo Lucchesi)

Roma

Roma, con quasi 11.000 iscritti ai Ds, è tappa obbligata per capire l’andamento del congresso della Quercia. Non si tratta solo del peso numerico delle tessere, esaltato dal regolamento congressuale che prevede il voto delle mozioni e l’automatica indicazione del candidato segretario. Il dato è politico. Nelle sezioni della capitale, infatti, fino a questo momento, i parziali delle votazioni congressuali danno alla mozione che candida Giovanni Berlinguer un risultato (1594 voti e il 41%) sensibilmente migliore della media nazionale, contro 2321 voti e il 55% alla mozione Fassino; Morando è al 3%. Come si spiega questo risultato?
A Roma le sconfitte elettorali dell’Ulivo hanno fatto tornare la destra alla Regione e alla Provincia. Per conservare il Campidoglio è dovuto scendere in lizza l’ex segretario Walter Veltroni. Nella capitale, per la sua dimensione metropolitana, la crisi delle sezioni territoriali è più forte che altrove. Di qui il refrain che si è ascoltato in tutti i congressi: «Magari fossimo un partito leggero, siamo diventati un partito fantasma». Altro problema che ha premiato le posizioni della mozione Berlinguer è stato quello della mancata autonomia culturale dei Ds. In una città dalle molteplici risorse intellettuali si chiede al partito maggioritario della sinistra «un punto di vista sulle cose dell’Italia e del mondo».
A questi temi si è aggiunta ovviamente la guerra. Sull’intervento armato contro l’Afghanistan non ci sono diversità rilevanti tra le due mozioni congressuali. Chi si riconosce in quella di Berlinguer pronuncia un ‘sì’ sofferto e si mostra sensibile alle questioni internazionali («Perché la sinistra europea e l’Internazionale socialista sono silenti? Cosa abbiamo fatto per sollecitare la loro iniziativa?»). La giusta ossessione di portare l’Italia in Europa con il varo dell’euro – hanno detto in molti – ha fatto smarrire ai Ds uno dei patrimoni migliori del Pci di Enrico Berlinguer, quando si sapeva dialogare con Olof Palme e Willy Brandt, con Yasser Arafat e Fidel Castro. Le ‘guerre umanitarie’ e gli ‘interventi di polizia internazionale’ – ecco la preoccupazione di fondo dei congressi, più che un residuale antiamericanismo – sono diventate costanti del mondo unipolare dove le Nazioni Unite non contano nulla. La condanna del terrorismo è unanime. E si unisce alla consapevolezza che se non torna in scena la politica a mediare i conflitti non sarà certo la guerra a risolvere le controversie internazionali.

Testaccio e Garbatella

L’andamento di due congressi, quelli di Testaccio e Garbatella, quartieri popolari a composizione sociale mista, con un radicamento nel centro storico e nell’immediata fascia che precede le zone periferiche della città, può dar conto delle inquietudini della Quercia romana.
A Testaccio, dove i Ds hanno accorpato gli iscritti anche delle zone di San Saba e Aventino, a rinnovare la tessera del 2001 ci hanno pensato in 765, risultato che fa di questa sezione quella con maggiori iscritti della capitale. Qui, un’isola rossa nel cuore di Roma, nelle elezioni politiche del maggio scorso l’Ulivo ha raggiunto il 60% e i Ds hanno superato la soglia del 35. Ecco perché, in una sala affollata, a presentare le tre mozioni arrivano nomi di prima linea: Giovanni Berlinguer, Gavino Angius e Lanfranco Turci.
Il ‘professore‘, come lo chiamano i militanti, usa argomentazioni forti. «Vi dico subito che l’idea che devono essere gli iscritti a eleggere il segretario implica una concezione troppo leaderistica del partito. Si dà eccessiva autorità al segretario e si indebolisce il ruolo dei gruppi dirigenti», dice Berlinguer. Poi incalza: «Non siamo mai stati così malmessi. Solo un italiano su quattro sceglie la sinistra e uno su sei sceglie i Ds. In alcune zone del paese il partito è inesistente. Il nostro modo di fare politica si risolve nella presenza istituzionale. Penso che non abbiamo saputo comunicare la politica dei governi dell’Ulivo, ma non abbiamo neppure saputo ascoltare. Oltre al riformismo dall’alto, c’è stata l’insensibilità alle critiche che ci venivano mosse». Il primo applauso giunge su una battuta efficace: «Il socialismo liberale forse è possibile, il socialismo neoliberista è davvero impossibile». Il discorso prosegue su: moralità pubblica («Non mi riferisco a casi di corruzione, che nei Ds sono rari, quanto a una concezione dell’azione politica»), giovani («Il movimento no-global è la novità, dopo anni di assordante silenzio») e si conclude sullo scenario internazionale («Contano troppo le istituzioni economiche e finanziarie. Il G8 è solo un pezzo della realtà»).
Angius inizia con l’autocritica: «Abbiamo pensato che si potesse fare a meno del partito. È stato un errore. Ma questo congresso non mi piace. Siamo senza segretario da mesi, le mozioni obbligano a schierarci. Potevamo definire un nuovo progetto con più calma, dandoci appuntamento in primavera». L’analisi di quanto è accaduto l’11 settembre è messa in testa al ragionamento: «Possiamo dire né con il terrorismo né con la guerra? No, dobbiamo stare a fianco degli Stati Uniti. Sappiamo pure che la guerra da sola non basta. Occorre eliminare le radici del terrorismo e lavorare a un mondo più equo». La difesa della politica dei governi dell’Ulivo è netta: «Se c’è stato un errore, sta nel fatto che non abbiamo dato il senso della sfida sociale che ci contrapponeva alla destra. Poi, sono arrivate le divisioni della sinistra con la rottura di Rifondazione e la nostra incapacità a rinnovare le alleanze in una larga coalizione elettorale. La destra non ha stravinto in numeri e percentuali, la rivincita è possibile». Non manca, in chiusura, la stoccata alla Cgil e a Sergio Cofferati: «Gli autunni caldi si fanno, non si annunciano nelle interviste».
Lanfranco Turci ha il compito più ingrato. La mozione di Enrico Morando non raccoglie molti consensi. «Siamo un partito invecchiato e lacerato dalla diarchia D’Alema-Veltroni. Noi indichiamo la frontiera del socialismo liberale e auspichiamo il rafforzamento dell’Ulivo. Ci chiamano ulivisti. Pensiamo, invece, che i Ds restano il perno di quell’alleanza, a condizione che l’Ulivo si dia regole certe non solo al momento delle elezioni’», dice Turci. Sulla guerra lascia perplessa la platea: «L’Italia non deve affidare il peso militare dell’intervento in Afghanistan solo a Stati Uniti e Gran Bretagna. Dobbiamo esserci anche noi».
A iscriversi nel dibattito sono in molti. C’è voglia di parlare e di farsi ascoltare. A prendere la parola per prime ci pensano alcune donne. Annamaria, anziana militante, ci tiene a dire: «Sono tornata nel partito il giorno dopo della sconfitta elettorale. Non prendevo la tessera dal 1991, ero rimasta smarrita con la fine del Pci». Angela, pensionata, teme per l’unità dei Ds: «Le tre mozioni distinte non sono state una scelta giusta. Mi sento ancora una volta in campagna elettorale e penso che la Cgil abbia sbagliato a schierarsi». Claudia, anche lei neoiscritta dopo anni di distacco («Sono tornata a casa»), parla di un partito che col passare del tempo è diventato uno spettro, perché era inutile partecipare con l’illusione di contare sulle scelte. Giorgio, insegnante in pensione, chiede una svolta radicale negli orientamenti dei Ds: «Da dieci anni non elaboriamo collettivamente la nostra strategia politica».
Gli interventi sono tanti, tutti appassionati. Se si dovesse giudicare da Testaccio, la Quercia resta partito popolare e reattivo. Non c’è lo smalto organizzativo dell’ex Pci, non si sono però spezzati i fili del legame con la società. La guerra, l’opposizione al governo Berlusconi, la rappresentanza della realtà dei lavori precari, la relazione con i giovani e il movimento no-global tornano in decine di interventi. C’è chi dice di condividere la sfida sulla modernizzazione proposta dalla mozione Fassino. C’è chi pone al primo posto il rinnovamento del partito e del suo gruppo dirigente. C’è chi chiede, riconoscendosi nella mozione Berlinguer, un’iniezione di sinistra nella cultura e nell’identità dei Ds.
Le operazioni di voto si svolgono per appello nominale in tre seggi diversi. Si fa la fila per votare. Alla fine, il risultato dà ragione alla mozione Fassino (177 voti) con uno scarto (74 voti alla mozione Berlinguer, 3 alla mozione Morando) che non ha eguali in altre sezioni di Roma e non rispecchia l’andamento della discussione. «Ha vinto chi ha fatto più telefonate per mobilitare gli iscritti», dice sconsolata Giuliana.

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A Garbatella, quartiere ancora imbandierato di giallo e di rosso per festeggiare lo scudetto di Totti & C., gli iscritti ai Ds sono 360. Il palazzetto che ospita la sezione reca tuttora i segni della scissione con Rifondazione. In un’ala ci sono le sale dei Ds, nell’altra quelle del Prc. I due partiti convivono come divorziati nella stessa casa.
A presentare le mozioni ci pensano Fabio Mussi (Berlinguer), Domenico Giraldi (Fassino) e Franca Prisco (Morando). La ferita della guerra in Afghanistan è di quelle che bruciano, ma i tre dirigenti – pur tra sfumature diverse – dicono di condividere la scelta dell’intervento armato. Mussi sa di doversi conquistare la platea, pure qui affollata come nelle grandi occasioni: «Sono tra gli imputati. Per sette anni sono stato capogruppo alla Camera. Ma questo è un congresso che serve a indagare le ragioni della sconfitta e a definire una piattaforma politica. E io sono per nette correzioni di linea, oltre che per cambiare lo stile di lavoro del partito».
Tra i primi a prendere la parola è Giorgio, da sempre iscritto al partito. Il suo è un grido d’allarme: «A me questo congresso ricorda quello del 1991, quando nacque Rifondazione. Ci sono troppe divisioni. Chi perde resterà nel partito? Dovremmo essere consapevoli che a sbagliare siamo stati tutti, non solo Massimo D’Alema». Il nome di D’Alema ritorna in molti interventi. Marco, ad esempio, mette uno dietro l’altro quelli che reputa i gravi errori dell’ex premier: la Bicamerale, la scelta di andare a Palazzo Chigi senza la legittimazione delle urne, l’insensibilità alle critiche, la scelta dello staff al posto della collegialità di partito. Marta, che è giovane ma parla come una sperimentata dirigente, punta l’indice sull’assenza di cultura politica dei Ds: «Non abbiamo una linea quasi su niente. A Genova abbiamo fatto una figuraccia: prima l’adesione alla manifestazione, poi l’invito a non andarci». Ci sono anche interventi di sindacalisti e di singoli iscritti al sindacato che battono tutti sullo stesso tasto: «Come si può pensare a un partito di sinistra che si contrappone alla Cgil e dissente dalle sue politiche? Tutto questo sarebbe impensabile nella Spd tedesca e finanche nel Labour inglese».
Il dibattito prosegue per due pomeriggi. Ogni intervento si chiude con la dichiarazione di voto per le singole mozioni. Nonostante le divisioni di orientamento, il confronto non trascende. A Garbatella si discute e ci si divide senza le rigide regole del centralismo democratico. I più smarriti, però, sono i compagni dalla lunga milizia, restati fedeli all’idea che i panni sporchi si lavano in casa. Per loro, l’unità del partito e della sinistra è un valore in sé.
Il pronunciamento finale sulle mozioni premia la sinistra: 121 voti per Berlinguer, 87 per Fassino, nessuno per Morando.
Ps dell’ultim’ora: al Salario (61 voti a 52), a Montesacro (106 a 84) e ai Parioli (per un voto) ha vinto la mozione di Fassino; al Tufello, Alberone e Primavalle si è imposta quella di Berlinguer. Al mattino di lunedì 22 i risultati generali della Federazione di Roma davano la prevalenza a Fassino (con 2321 voti e il 55%) su Berlinguer (1594 voti e il 41%). La mozione Morando spunta qualcosa in più del 3%.

(Aldo Garzia)

Napoli e provincia

«È dal 1989, data infausta, che non facciamo un vero congresso! – esordisce Nunzio Caccavale, della Fiat Auto di Pomigliano d’Arco – E in questi anni si è esercitata l’egemonia di un gruppo dirigente precostituito». Si rivolge alla presidenza – dove siede il segretario provinciale Nicola Oddati – dando le spalle alla platea e incurante degli inviti dei compagni a rivolgersi verso la sala. La sua analisi dell’operato del governo di centro-sinistra è severa; particolarmente duro il giudizio sulla mancata tutela dei diritti del lavoro, che ha alimentato la polemica tra D’Alema e Cofferati: «Si è inteso blandire il padronato – dice – affermando che i contratti sono obsoleti, ma gli imprenditori non verranno mai con noi. Oggi col governo Berlusconi si è visto da che parte sta la Confindustria». Quando i compagni lo invitano di nuovo a rivolgersi all’assemblea, Caccavale sbotta: «Queste cose ce le siamo dette tante volte tra di noi: è a loro, ai dirigenti, che voglio parlare!».
Una volta il congresso degli operai dell’auto, ricorda Vincenzo Barbato, dava il polso del partito e il suo stato di salute. Le tre fabbriche di Pomigliano (Alfa Sud, Aeritalia, Alfa Avio) contavano 4500 iscritti, di gran lunga più della sezione territoriale. Oggi la sezione della Fiat auto conta 136 iscritti, elegge un solo delegato al congresso, poiché la quota relativa agli elettori, i cui delegati vanno attribuiti alla sezione territoriale, non gli tocca. Hanno partecipato al congresso tra i quaranta e i cinquanta compagni. La mattina seguente hanno votato solo trenta compagni per eleggere l’unico delegato per la mozione Berlinguer.
Ma, come nei vecchi club inglesi, del Pci la sezione ha conservato il cerimoniale e la compostezza. Dopo aver insediato la presidenza, tutti in piedi per osservare un minuto di silenzio in memoria del compagno Caldara, quindi il segretario uscente Di Tuoro svolge la relazione, affrontando subito gli avvenimenti dell’11 settembre. Non è d’accordo con la guerra, ma è per obiettivi mirati contro il terrorismo, parla di colpe dell’Occidente verso gli arabi e della necessità di cambiare politica verso il Sud povero del mondo. Mette in guardia il partito dal clima di unità nazionale, di cui Berlusconi approfitta per approvare la legge sulle rogatorie. Si pronuncia a favore di un referendum per abrogarla e chiede una vera opposizione dell’Ulivo in Parlamento. Critica i tentennamenti dei Ds nei confronti del movimento no-global a Genova. «Al governo – afferma – il centro-sinistra ha segnato il passo sulle riforme e l’innovazione e la modernità hanno soppiantato i valori che davano identità alla sinistra. Oggi il partito vive una crisi di rapporto con i lavoratori perché abbiamo sacrificato i diritti e la dignità del lavoro».
Guerra e bilancio dell’azione governativa sono stati al centro del dibattito. Per Nicola Oddati, presentatore della mozione Berlinguer, «di fronte al liberismo imperante anche le forze socialiste in Europa si sono mosse nel solco del neoliberismo. Abbiamo cercato di governare il mercato, ma il risultato è che nel mondo gli squilibri sono aumentati. Nel 1998 in Italia abbiamo commesso l’errore di considerare finita l’esperienza dell’Ulivo e scelto la governabilità e non il rinnovamento». Per il segretario Ds bisogna stare attenti perché contro il terrorismo un’azione di forza illimitata e prolungata è una guerra. È possibile un’alternativa? Citando D’Alema, Oddati risponde: «bonificare i giacimenti di odio».
Luigi Annichiarico, presentatore della mozione Fassino, è d’accordo a sua volta con Berlinguer perché «la pace non esclude l’uso delle armi». A suo avviso l’America si muove con più cautela oggi di ieri, tanto che «Bush, il repubblicano guerrafondaio, ha costruito una nuova Yalta contro il terrorismo». Contesta la lettura dei cinque anni di governo, «come se fossero solo macerie»; quanto alla destra, «ha vinto, ma non c’è stata un’ondata reazionaria, perché è stata capace di collegarsi al Ppe e di assemblare vari settori dell’elettorato, dalla destra economica al ceto medio anticlericale». Chiede un partito unito che «raccolga le forze, coniugando modernità e diritti».

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La sezione di Case Puntellate è nella parte nord del Vomero. È composta da ceto medio e ha un discreto nucleo di sinistra giovanile. Ha 126 iscritti e una quota alta di elettori.
La critica al gruppo dirigente investe tutti, tranne Giovanni Berlinguer, uomo di scienze e non di apparato e Sergio Cofferati, citato in positivo. Neanche Antonio Bassolino ha l’onore di una citazione, né positiva, né negativa. Il segretario Franco Tambaro parla della necessità di una «discontinuità nella gestione del partito» e invoca «una federazione di sinistra» aperta ai Verdi e a Rifondazione. Sergio Delli Carri rileva «la separazione tra sinistra e i movimenti». Antonio Giano critica la mozione Fassino che parla di riduzione, invece che di annullamento, del debito dei paesi poveri.
Ma Aldo Musciacca, milizia nei gruppi, nel sindacato, quindi nel partito, solitamente vivace e riflessivo, apre il fuoco sul quartier generale: «Non hanno medaglie da appuntarsi sul petto. Hanno fallito e devono andare a casa!». Enrico Scarciglia è un comunista vomerese, generazione anni ’60. Si presenta alla presidenza con uno spesso volume di foglietti, che legge velocemente. La sua è una raffica di mitraglia: non è d’accordo con ‘la pax americana’, con il ‘frastuono bellicista’ dei media, con la posizione ‘inaccettabile’ dei Ds, con la Bicamerale, con la rincorsa al centro e con ‘l’omologazione’ della politica del governo di centro-sinistra al programma della destra, con le scarpe di D’Alema. Parla di verticismo, di decisionismo, di carrierismo. Se al posto dell’anziano e bonario presidente ci fosse D’Alema, sarebbe un corpo a corpo da non perdere.
Anna De Marco, della mozione Fassino, è contrariata dalle accuse personali e insiste sulla identità della sinistra nella coalizione dell’Ulivo. Tocca alla giovane Paola smorzare i toni parlando del no- global come unico movimento di massa; paragona l’11 settembre alla caduta del Muro di Berlino e auspica che i rapporti internazionali si fondino sul diritto.
Rino D’Alessandro, della mozione Morando, critica tutte le formulazioni sulla fase due o sul riformismo forte, «come se l’obbiettivo dell’euro non fosse stato un traguardo riformista».
I risultati finali sono: 58 voti alla mozione Berlinguer, 10 alla mozione Fassino, 17 a quella di Morando; rispettivamente 68,2%, 11,2%, il 20 %.

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Nei 64 congressi finora svolti (su 167) hanno votato 5433 iscritti su una platea di 8608 (63,12%). I voti si sono così distribuiti: 61,2% (e 119 delegati) alla mozione Berlinguer, 25,6% (32 delegati) a quella di Morando, 13,5% (18 delegati) a Fassino. I risultati regionali sono rispettivamente: 56%, 24%, 17%.
Ma il congresso di Napoli è diventato un caso nazionale per un’altra ragione: il centro accusa la Campania di aver acquistato pacchetti di tessere, alterando i rapporti di forza tra le mozioni. In un’intervista di settembre, Piero Fassino ha dichiarato: «Non ci si illuda che la Campania porti più delegati della Toscana o dell’Emilia». I dirigenti di Napoli si difendono affermando che il rapporto è alterato non sui dati del tesseramento (gli iscritti della federazione di Napoli sono all’incirca gli stessi di quelli del congresso di Torino), ma dalla percentuale dei votanti nei congressi di base: a Napoli partecipa alle votazioni più del 50% della platea potenziale, mentre a Bologna o a Firenze la percentuale si abbassa al 10-15%. Una commissione nazionale sta valutando i pacchetti di tessere in contestazione.
Aldo Cennamo ammette: «Lo spettacolo non è edificante. L’acquisto di pacchetti di tessere da parte di dirigenti e rappresentanti delle istituzioni effettivamente c’è stato e riguarda indistintamente tutte le mozioni». Proprio a Ponticelli nella sezione «Emilio Sereni» (oggi base elettorale di un consigliere comunale) in 380 hanno votato per la mozione Morando, 3 per Berlinguer, 2 per Fassino. Ma in una sezione di Torre Annunziata il rapporto si è invertito: 506 per Berlinguer, 35 per Fassino, 10 per Morando. Mario Tarallo, della Camera del lavoro di Napoli, racconta di anziani, quasi invalidi, accompagnati a votare in una sezione di Salerno, come nei seggi elettorali ai tempi dei notabili democristiani. L’immagine che risulta è di un partito che sta modificando dal profondo il rapporto tra dirigenti e iscritti. Nino Ferraiuolo, coordinatore provinciale della sinistra, spiega: «Non c’è più il proselitismo, ma un tesseramento finalizzato ai confronti congressuali». Rileva Salvatore Chessa: «Per non certificare divisioni che potessero emergere rispetto agli avvenimenti, dopo l’11 settembre non è stata convocata la direzione nazionale né il direttivo provinciale».
Quanto al futuro, molti si augurano una parziale inversione di tendenza ma non vedono le condizioni per una svolta risolutiva.