Il congresso della chiarezza

I giornali dei poteri forti piangono a calde lacrime per l’esito inatteso del congresso di Rifondazione Comunista. Non riescono a capacitarsi che Niki Vendola, il governatore della Regione Puglia sostenuto da Fausto Bertinotti, sia stato sconfitto da Paolo Ferrero. E, soprattutto, si mostrano indignati e spaventati del fatto che conquistare la guida di Rifondazione Comunista sia stata la componente che intende attestare il partito nella contrapposizione netta e frontale non solo alla maggioranza di centro destra ma anche al Partito Democratico. Di fronte a queste lamentazioni non si può non rimanere che esterrefatti. Nolo solo perché è bizzarro che ci si stupisca se la leadership di un partito che si definisce di Rifondazione Comunista viene assunta da gente che non si vergogna affatto di definirsi comunista e si ripromette di aggregare tutti quelli che non hanno alcuna intenzione di ammainare la bandiera con la falce e martello e rinunciare all’eredità lasciata dal marxismo-leninismo. Ma soprattutto perché ai giornali dei poteri forti sembra sfuggire completamente che la scelta di Ferrero e la bocciatura di Vendola costituiscono un elemento di chiarezza, il primo dopo la sconfitta elettorale, per l’intera sinistra italiana.
Naturalmente non sfugge che il vero motivo delle doglianze dei vedovi del bertinottismo è che la svolta di Rifondazione costituisce la pietra tombale dei due progetti in questo momento accarezzati contemporaneamente dal Partito Democratico in attesa della decisione definitiva. Quello di fare del Pd il perno di una sinistra plurale e di riproporre lo schema ulivista e prodiano delle alleanze che vanno dal più moderato dei riformisti al più acceso dei massimalisti. E quello della strategia dalemiana di rilanciare il disegno di un Pd partito egemone dell’intera sinistra come ai bei tempi del Pci di togliattiana o berlingueriana memoria. Il congresso di Rifondazione e la vittoria di Ferrero fanno piazza pulita sia del primo che del secondo progetto. Perché chiariscono una volta per tutte che la sinistra massimalista non vuole più avere nulla a che spartire con quella riformista. Ha pagato un prezzo troppo salato alla istituzionalizzazione di Bertinotti come Presidente della Camera ed alla partecipazione al governo Prodi per credere ancora all’idea di una sinistra capace di essere al tempo stesso “plurale” e di governo. E non ha alcuna intenzione di riconoscere agli eredi del Pci-Pds-Ds il diritto di essere perennemente considerati come gli unici titolati a guidare l’intera sinistra sia al governo che all’opposizione. L’elezione di Ferrero, in altri termini, stabilisce una volta per tutte che la sinistra della sinistra non si vuole confondere più con le altre, che non si candida a partecipare a future coalizioni di governo e che è decisa ad occupare il ruolo di forza d’opposizione pronta a fruttare a proprio vantaggio tutti i conflitti sociali del presente e del futuro. C’è poco da dolersi, allora, se i comunisti vogliono tornare ad essere tali. C’è, al contrario, da manifestare soddisfazione per questo elemento di chiarezza. Che costituisce un passo decisivo verso la salutare separazione definitiva dei massimalisti dai riformisti. E che pone una volta per tutte questi ultimi di fronte al problema di seguire l’esempio dei massimalisti e di stabilire il ruolo, la funzione ed il futuro dei riformisti stessi. Grazie a Rifondazione, quindi, il Pd deve scegliere.