Il «complotto» del New York Times

Con un articolo intitolato «Quando pubblichiamo un segreto?» i direttori del New York Times, Bill Keller, e quello del Los Angeles Times, Dean Baquet, erano ospitati ieri sulla pagina Op-Ed del quotidiano newyorkese. L’obbiettivo di quest’insolita apparizione a firma congiunta era quello di rispondere alla crescente ondata di attacchi riversata sul New York Times, in particolare per aver pubblicato reportage che documentano come, nell’ambito delle sue operazioni di antiterrorismo, l’amministrazione Bush abbia avuto accesso a un enorme numero di transazioni finanziarie internazionali che fanno capo al consorzio bancario belga Swift. Nel pezzo, i direttori delle due testate, ripercorrono i passi per arrivare alla scelta «dolorosamente difficile» tra il pubblicare o meno delle informazioni su programmi segreti del governo, una scelta, ricordano, diventata ancor più complicata dopo l’11 settembre. Citando come, 35 anni fa, la Corte suprema americana impedì che la Casa bianca bloccasse la pubblicazione dei Pentagon Papers sul Vietnam, i due hanno concluso che: «Capiamo che persone onorevoli possano non essere d’accordo. Ma la decisione -di pubblicare o meno una storia- è una responsabilità dei direttori, e un corollario del grande dono della nostra indipendenza. Non è una responsabilità che prendiamo alla leggera. E non è una responsabilità che possiamo cedere al governo».
Ci si chiede però se questo pezzo ragionevole, e attentamente calibrato, avrà alcun effetto… .. Dal bibliotecario dell’università texana che, in segno di protesta, ha cancellato d’ufficio l’abbonamento al NYTimes, ai deputati repubblicani che hanno indetto una risoluzione e un voto per condannare la scelta editoriale di mettere in pagina la storia sulla Swift, ai commentatori che vorrebbero i reporter autori dei pezzi incriminati secondo una legge contro lo spionaggio del 1917 (mai usata in situazioni del genere), la vicenda Swift (che segue analoghe rappresaglie contro i reportage premio Pulitzer sulle prigioni segrete in Europa e sui programmi illegali di intercettazioni telefoniche) è ormai teatro da campagna elettorale.
Cheney ha dato il via al circo venerdì scorso, in un discorso tenuto in Nebraska, e ieri a New York ha rincarato la dose. Bush gli ha fatto eco del Rose Garden, prima di partire per Graceland, e il coro non ha smesso da allora. Milioni e milioni di americani -che commenteranno indignati dell’irresponsabilità dei giornali davanti al barbecue del 4 di luglio- credono nella barzelletta di un complotto dei «liberal media» e non si sognerebbero mai di comprare il New York Times. Se no, il giorno prima dell’articolo di Keller, sulla stessa pagina, avrebbero potuto leggere l’ex funzionario dell’antiterrorismo Richard Clarke che ridicolizzava l’ipotesi secondo cui la rivelazione avrebbe messo a rischio la sicurezza nazionale degli Usa (titolo del suo pezzo: «Un segreto che I terroristi conoscevano già»). Clarke sosteneva anche che, al contrario delle intercettazioni telefoniche del governo che sono state fatte illegalmente e basta, queste incursioni dell’intelligence nelle transazioni finanziarie internazionali sarebbero pratiche non solo comuni dei servizi segreti ma anche legali.
Ma questa sfumatura è del tutto irrilevante in un contesto in cui l’inchiesta parlamentare sulle intercettazioni telefoniche non riguarda la legalità o meno da parte del governo di accedere alle telefonate di milioni di cittadini, bensì il danno che gli articoli di giornale su tali intercettazioni avebbero fatto alla lotta contro il terrorismo. Marines incriminati per omicidi di civili in Iraq, la corte suprema che delibera contro la Casa Bianca su Guantanamo, New Orleans ancora in macerie che chiede l’intervento della guardia nazionale contro il crimine, la stagione degli uragani all’orizzonte: ci sarebbero altre cose di cui Bush, Cheney e i deputati repubblicani potrebbero parlare. Ma nessuna di esse li aiuterebbe alle elezioni. Questo è solo l’assaggio della dieta a base di retorica sulla «guerra al terrore» che ci aspetta per i prossimi mesi. Che i sistemi d’informazione siano nel mirino non sorprende. Che, dopo tutti questi anni, la strategia continui a funzionare purtroppo sì.