Il compito arduo, ma possibile, che ora attende la sinistra

Può sembrare un futile paradosso, ma nella risicata vittoria del 10 aprile c’è anche un risvolto positivo: nessuno tra quanti hanno esultato per questa nuova Liberazione (nessun 25 aprile nella storia repubblicana fu più sentito di questo) potrebbe abbandonarsi all’illusione che il pericolo sia scampato una volta per tutte, che la sconfitta elettorale della destra rifletta già il suo tramonto politico. In altri termini, il 10 aprile ha liberato l’Italia ma ha anche assegnato con chiarezza il formidabile compito che attende la sinistra e le forze democratiche: trasformare l’esigua vittoria numerica in una piena vittoria politica. E, a tal fine, radicare nel Paese le ragioni dei diritti del lavoro, della giustizia sociale, della solidarietà e della pace.
E’ un compito arduo ma certo non impossibile. Arduo, in primo luogo, per la deteriore qualità dell’avversario. Come ha mostrato la vicenda delle tasse nel corso della campagna elettorale, pur di conservare il potere la destra italiana non esita a ricorrere alla corruzione della società ammiccando alle pulsioni più retrive e facendo leva sulla paura e sul disprezzo per chi sta peggio. In tal modo, la destra ha messo a nudo tutta la fragilità della democrazia. Che è un gioco sano quando i contendenti rispettano i principi fondamentali della modernità (a cominciare dal valore-base dell’eguaglianza) ma che si trasforma in un meccanismo assai pericoloso quando si riduce alla ricerca del consenso da parte di forze interessate soltanto alla difesa aggressiva del privilegio.

Il compito che ci attende è arduo anche per un secondo e forse più rilevante motivo. La sinistra e le forze democratiche debbono trovare in sé la forza di recuperare una capacità di ascolto del Paese reale che hanno pressoché smarrito in questi ultimi vent’anni, da quando ha prevalso l’antipolitica, la criminalizzazione dei partiti e delle grandi culture politiche del Novecento. E da quando la classe dirigente anche di sinistra ha accettato di trasformarsi nell’amministratrice dell’esistente, dialogando con le élites e con i poteri forti piuttosto che con il corpo vivente della società.

Questo modo di porsi si è rivelato l’errore più devastante poiché, abbandonata a se stessa, parte del “popolo della sinistra” è caduta preda di capipopolo capaci di impiegare con efficacia gli strumenti della demagogia e della disinformazione.

E’ dunque vitale e urgente che la sinistra e le forze democratiche recuperino un rapporto vero con la propria gente. E questo – sebbene difficile, com’è sempre la ricerca di strade da tempo dismesse – non è, per fortuna, impossibile. Non si tratta, infatti, di perorare cause impopolari né di persuadere masse stremate della presunta necessità di scelte dolorose.
Al contrario. Si tratta di fare intendere a quei giovani, a quei proletari, a quelle donne, a quegli anziani che hanno votato ancora per la Cdl che porre un saldo argine alla prepotenza della destra – alle leggi dell’impunità; ai condoni per gli evasori; ai benefici per gli speculatori; alla precarizzazione; ai tagli alla spesa sociale; alle privatizzazioni; alla guerra – è indispensabile per restituire a ciascuno una vita accettabile e la possibilità di guardare con fiducia al proprio futuro.

E’ ovvio: questo implica che a sua volta il centrosinistra non metta in atto esso stesso politiche anche vagamente somiglianti a quelle della destra. Implica quindi che l’Unione operi un taglio netto rispetto agli anni Novanta, determinando una inequivocabile inversione di tendenza nei confronti del liberismo temperato (l’illusione di poter salvaguardare il lavoro e i diritti sociali ottemperando ai dettami del monetarismo) e dell’interventismo democratico (la pretesa di giustificare l’impiego della forza militare con l’appello ai diritti umani) e cominciando a parlare con nettezza la lingua dell’equità e della giustizia sociale, dei diritti del lavoro e della pace.

Questo, non altro, è il compito assegnato alla nuova maggioranza uscita dalle urne e al governo che essa esprimerà. Dal saperlo assolvere dipenderanno non soltanto le vicende del nuovo esecutivo ma anche la sorte del Paese allo scadere di questa nuova legislatura.

Se questo è vero, due indicazioni emergono con grande evidenza dall’agenda politica. In primo luogo, la necessità di impegnarsi a fondo nella campagna sul referendum costituzionale del 25-26 giugno. Ove entrasse in vigore, la legge con cui la destra ha riscritto in un colpo solo 53 articoli della Costituzione determinerebbe un terremoto capace di trasformare la Repubblica parlamentare nata dalla lotta antifascista in una sorta di principato plebiscitario, nel quale il capo del governo disporrebbe di poteri discrezionali sul Parlamento e sulle autorità di garanzia, compresi il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Non solo. Qualora, forte della capacità di mobilitazione mediatica del proprio elettorato dimostrata nella recente campagna elettorale, la destra riuscisse a prendersi una rivincita sul 10 aprile vincendo il referendum, non sarebbero al sicuro nemmeno il nuovo Parlamento, la nuova maggioranza di centrosinistra, il nuovo governo. Berlusconi e i suoi inscenerebbero proteste di piazza per revocarne in dubbio la legittimità e potrebbero avere buon gioco nella richiesta di nuove elezioni.

Ce n’è abbastanza per comprendere come il compito di dare avvio a una nuova stagione di serrato confronto politico con il Paese e con la nostra gente debba partire da qui al più presto. Profondendo il massimo sforzo di mobilitazione affinché nessun voto contrario alla controriforma costituzionale vada perduto. Contrastando lo strapotere mediatico della destra. Diffondendo la massima consapevolezza della posta in gioco.

Considerazioni analoghe valgono per la campagna a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per il ripristino della Scala mobile. In questo caso il compito appare più semplice. I banchetti per la raccolta delle firme registrano ovunque uno straordinario successo e si trasformano spontaneamente in occasioni di confronto politico. La ragione sta nella diretta esperienza che tanti lavoratori hanno fatto a partire dal 1992, quando la Scala mobile venne abolita. In questi quattordici anni il costo della vita è quadruplicato, mentre salari e pensioni sono rimasti al palo. Il risultato è che tanta gente che lavora non sbarca il lunario ed è costretta a far debiti, mentre le grandi ricchezze crescono a dismisura su se stesse.

Anche in questo caso, dunque, la strada è chiara e va imboccata subito, con la massima determinazione. Certo, l’obiettivo del ripristino della Scala mobile non è previsto dal programma dell’Unione (che comunque riconosce la necessità di superare il criterio dell’inflazione programmata e di definire “meccanismi” in grado di “garantire la copertura dell’inflazione reale”). Sappiamo anche che in Parlamento sarà difficile trovare i numeri per far passare una legge di questo tipo. Ma ottenere consensi massicci – centinaia di migliaia di firme – sarebbe essenziale al fine di dare forza alla battaglia per una efficace politica redistributiva.

Occorre dunque che il Partito e le altre forze politiche e sociali della sinistra di alternativa si impegnino a fondo nella raccolta delle firme, dimostrando alla nostra gente che si intende davvero farsi carico delle sue domande e dei suoi bisogni. Sarebbe finalmente un chiaro segnale della volontà di cambiare davvero rispetto al passato. Solo così le forze che hanno vinto il 10 aprile potrebbero ripagare le aspettative di chi ha votato per l’Unione e conquistare la fiducia di tanti che non hanno votato o hanno scelto la destra: una fiducia necessaria, senza la quale non vi sarà certezza di essersi lasciati alle spalle l’incubo di questi cinque anni.