Il colpo al cuore che ha fallito

Un cielo insolitamente grigio oscura Baalbek. L’antica città del sole, nel fondo della Valle della Bekaa, a pochi chilometri dal confine con la Siria, è l’obiettivo più remoto colpito da Israele in Libano. Le sue ferite si scorgono subito. Una decina di palazzi nei quartieri di Sheikh Habib e Serah non esistono più. «Sono stati rasi al suolo dalle bombe, ci vivevano alcuni dirigenti di Hezbollah ma quando gli aerei israeliani sono arrivati non erano più lì da giorni», racconta Fawzi Astal, uno dei pochi commercianti che, puntuale ogni come mattina, apre il suo negozio di attrezzi agricoli. In strada si vedono poche persone, ombre che appaiono e scompaiono nel giro di pochi attimi. «Tanti sono andati via – spiega Fawzi – altri non lasciano più casa e si limitano ad uscire solo per procurarsi generi alimentari. Io non ho venduto un attrezzo da quando gli israeliani hanno cominciato a bombardarci».
L’invasione del Libano ordinata dal governo Olmert si sta spostando verso est, facendo scattare lo stato di allerta sul versante siriano del confine. Percorrendo la Valle della Bekaa fino a Baalbek si incontrano lungo la strada gli scheletri di metallo degli autocarri centrati dagli aerei. Gran parte degli autisti sono morti negli automezzi in fiamme, alcuni non erano libanesi ma di altri paesi arabi, ed erano entrati in Libano con il loro carico di merci – frutta, abiti, tessuti, benzina – da scaricare nelle cittadine della Bekaa. Tra i morti, ci raccontano, anche due camionisti degli Emirati che portavano aiuti per i civili libanesi, donati da associazioni umanitarie del loro paese. «Gli israeliani dicono che sparando agli autocarri bloccano le armi e i razzi per Hezbollah ma in realtà hanno soltanto ucciso dei poveri camionisti che da anni giravano da queste parti», dice Nureddin Karam, 47 anni, fermo davanti a ciò che resta di una stazione di rifornimento all’ingresso di Baalbek, centrata una settimana fa dalle bombe. Da una radio in un chiosco di bibite riecheggiano le note del «mawal» che Diana Haddad ha dedicato al suo Libano. Lei cantante notissima in tutto il mondo arabo, cristiana nata e cresciuta nel sud del paese investito dall’invasione israeliana, non ha voluto abbandonare il Libano, a differenza di tanti altri artisti che, alle prime esplosioni, si sono precipitati in Siria e poi in Giordania per decollare verso mete sicure in Europa e Stati Uniti. «Diana è una figlia del popolo, è rimasta con noi, non è scappata via come tanti altri», commenta Nureddin ripetendo il ritornello del «mawal»: «è forte e piacevole l’odore del Libano del sud, la terra di mio padre e di mia madre». Secondo dati ufficiosi sarebbero almeno mezzo milione i libanesi che, passando per la Siria, hanno lasciato il paese durante i primi giorni dell’offensiva israeliana. Molti sono finiti in centri di accoglienza a Damasco e altre città siriane; altri, i più ricchi, in possesso di un biglietto aereo, hanno scelto di attendere «la fine della guerra» in un’altra parte del mondo.
Quando si parla della Valle della Bekaa, molti si affrettano a precisare che è una «roccaforte di Hezbollah», dimenticando che in questa parte del Libano e a Baalbek abitano centinaia di migliaia di persone, anche di fede cristiana e non solo islamica, che conducono una vita semplice, che con il loro lavoro contribuiscono in modo significativo all’economia del Libano. Certo, questa regione fertile, ha una eccezionale importanza storica per Hezbollah, che nel 1982 venne fondato proprio qui, a Baalbek, dai Guardiani della Rivoluzione iraniana dopo l’invasione israeliana del Libano. E’ qui che l’attuale segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, cominciò a muovere i primi passi politici nei ranghi di Amal, l’altra formazione sciita libanese. Ed è’ qui che gli amministratori locali del «Partito di Dio», vittoriosi alle elezioni minicipali e provinciali, amministrano comuni e distretti. Ed è un dato di fatto il contributo che la Bekaa, assieme a gran parte dei centri abitati Libano del sud, ha dato al successo elettorale di Hezbollah e Amal, che alle politiche del 2005 si sono aggiudicati 35 seggi, diventando il secondo gruppo per importanza nel Parlamento. Ma, pochi lo ricordano, la Bekaa non è una roccaforte dell’estremismo religioso. Piuttosto della tolleranza in un paese come il Libano, dove etnie e fedi fino a qualche anno fa si scontravano con le armi in pugno. Il Festival di Baalbek, tra il Tempio di Giove e quello di Bacco, al quale partecipano artisti internazionali, è uno degli eventi culturali più importanti del Medio Oriente. E proprio Bacco è di casa nella «roccaforte» di Hezbollah. Zahle è il posto in Libano dove bersi un «arak», l’acquavite prodotta con i residui della spremitura dell’uva e aromatizzato all’anice. La Valle della Bekaa è la regione vitivinicola più importante del paese e alcune sue aziende come Kefraya, Ksara, Massaya, in questi ultimi anni si sono fatte apprezzare dagli appassionati. Serge Hushar, proprietario di Chateau Musar, ha continuato a produrre vino durante la guerra civile e dopo l’ascesa al potere locale di Hezbollah. Samir, cattolico maronita di Beirut, a Massaya, ad un paio di chilometri dal valico di frontiera di Masnaa, organizzava prima dell’offensiva israeliana buffet a base di arrosto di maiale e vino rosso per i gitanti della capitale. «Quelli di Hezbollah sanno benissimo cosa facevamo e non hanno mai aperto bocca. Non abbiamo mai avuto problemi. Non è sempre rose e fiori per la minoranza cristiana nella Bekaa, ma non abbiamo mai dovuto risolvere guai seri nei rapporti con gli sciiti e gli altri musulmani», dice risalendo sul suo fuoristrada giapponese.
Le aziende vitivinicole non sono state toccate dai bombardamenti ma nella Bekaa si contano i danni alle fabbriche, alle fattorie, e ai magazzini agricoli, tutti potenziali «depositi di armi» secondo i comandi militari israeliani. Gli F16 e gli elicotteri Apache hanno preso di mira in particolare edifici, strade e ponti a ridosso della frontiera della Siria da dove, dicono a Tel Aviv, continuerebbero a transitare mitra e munizioni per la guerriglia di Hezbollah. «La popolazione sciita è tutta per Hezbollah, nessuno lo nega – spiega Akram Mituwalli, un egiziano stabilitosi a Baalbek venti anni fa – ma questo non significa che stia partecipando alla resistenza armata. Hezbollah qui è soprattutto una forza politica e sociale che ha costruito costruito scuole come l’istituto superiore Nasser e l’ospedale Hekmah. In giro i muqawiyyin (gli uomini della resistenza) non si vedono mai». E non c’è traccia anche dei 400 pasdaran che secondo un giornale italiano si troverebbero nella Bekaa per dare sostegno a Hezbollah e neppure i consiglieri militari iraniani che avrebbero addestrato i guerriglieri sciiti ad utilizzare le armi fornite da Teheran al partito di Nasrallah. «Qui troverete contadini, commercianti e guide turistiche, tutti di Hezbollah e sostenitori della resistenza ovviamente, ma che questa guerra non l’hanno mai cercata», conclude Nureddin, avviandosi a passi veloci verso casa.