«Il centrosinistra non si fa col bilancino»

MILANO «Pensiamo all’alternativa di centrosinistra, senza che ciascuno porti il suo vino annacquato». Con il suo solito fraseggiare per immagini colorite, il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani, sintetizza così il passaggio cui è chiamata la coalizione che si propone di sostituire il centrodestra. E invita gli alleati a non pensare più al solito bilancino che misura il giusto quantitativo di centro e di sinistra, ma piuttosto a impegnarsi tutti insieme «per esprimere una forza gravitazionale» in grado di confermare i voti dei propri sostenitori ma anche di «essere attrattiva» per chi nel 2001 si è lasciato incantare dalle sirene berlusconiane.
Onorevole Bersani, in un’intervista pubblicata dal “Corriere della Sera” il leader della Margherita Francesco Rutelli ha detto che per vincere bisogna spostarsi più al centro. Ci risiamo?
«Io credo che in quell’intervista Rutelli, in realtà, rimette un po’ di ordine, liquida certe speculazioni strategiche e aggancia saldamente la Margherita al centrosinistra, che anche nelle sue parole non assume quel carattere topografico o genetico ipotizzato altre volte.
Però lui dice una cosa abbastanza netta, anche se non nuova, cioè che bisogna puntare al centro. Questo non pone problemi tra gli alleati?
«Tutto questo dibattito nel merito nasce da zone di preoccupazione di una nostra radicalizzazione, che ci porrebbe in contrapposizione i nostri elettori e quelli della Margherita. Ma io dico che, invece, il tema è un altro: cioè come esprimere una forza gravitazionale in grado di confermare il sostegno di quegli elettori che già l’hanno scelta ma al tempo stesso che sappia essere attrattiva per quei ceti popolari che nel 2001 hanno votato per Berlusconi».
E come si crea questa forza gravitazionale?
Si crea con un programma alternativo e intelligente, con una leadership alternativa e intelligente, con una compagine alternativa e intelligente. E mi sembra proprio che anche Rutelli abbia idee molto simili a queste.
Ma intanto lui ha detto che bisogna spostarsi al centro, e non è neanche l’unico che pensa che quello sia il modo per conquistare voti “moderati”.
«Ecco, quest’idea che il centro sia il luogo della moderazione mi sembra ormai infondata. Anzi, ultimamente è stato luogo di radicalismi come il leghismo e il berlusconismo. Sono espressioni moderate, queste? Altrettanto stupido, però, sarebbe dire che il luogo dei radicali. Insomma secondo me dire “mai più condoni per 5 anni” è radicale, mentre sostenere la redistribuzione del reddito per i ceti medio-bassi e difendere l’universalismo dei sistemi di welfare mi suona molto di più come una posizione moderata».
Ma essere moderati significa che dobbiamo poi tenerci la riforma delle pensioni che ha congegnato questo governo?
«No. Ma imboccare un percorso nuovo significa però che è inutile litigare per stabilire se è più di sinistra chi butta via più cose fatte da Berlusconi. Noi, invece, dobbiamo esserci con il nostro programma, che comunque dirà no al dualismo della riforma Moratti, no alla precarizzazione senza tutele della riforma del mercato del lavoro, no all’irrazionalità micidiale della riforma delle pensioni. Bisogna evitare di soffermarsi su argomenti utili alla singola bandierina politica che alla formazione di questo programma. E allora vedremo tutti che in fin dei conti non la pensiamo tanto diversamente».
Anche perché perché oltre a chi chiede più centro c’è chi chiede più sinistra…
«Ma io dico a tutti, anche a Rifondazione comunista, di non accostarsi alla prossima discussione in termini di “mediazione”, ma di “sintesi originale”, tutti con più fantasia per pensare a riforme e scelte politiche – dalle liberalizzazioni in economia alla riforma fiscale – per bonificare quelle di Berlusconi e Tremonti. Ma allora dobbiamo pensare tutti insieme a come essere alternativi e di centrosinistra. Senza che ciascuno porti in tavola il suo vino annacquato».