Il centro di accoglienza per minori licenzia dieci precarie storiche

Storie di ordinaria precarietà, questa volta si ambientano in un centro di prima accoglienza per minori, quello di Roma. Dieci operatrici socio-assistenziali si sono rivolte al sindacato per il rispetto dei diritti elementari (come la retribuzione degli straordinari e dei festivi) e per tutta risposta la loro cooperativa, che gestisce l’appalto per conto del Ministero della giustizia, le ha licenziate in tronco. O meglio, non le ha rinnovate. La comunicazione è arrivata via fax, allo stesso centro di accoglienza, cosicché chiunque ha potuto leggere la notizia: un notevole rispetto per la privacy che la «Tartaruga verde» (questo il nome della cooperativa) non ha mancato di dimostrare per lavoratrici impiegate ormai da 7 e più anni al servizio.
Prima di raccontare la storia delle 10 operatrici, è opportuno spiegare cosa sono i centri di prima accoglienza per minori. I cpa sono speciali centri di accoglienza, istituiti nel 1988 per evitare ai minori dai 14 ai 18 anni un impatto traumatico con la realtà carceraria. Dopo l’arresto, la polizia porta i minori direttamente nel centro, evitando il carcere, e lì possono essere trattenuti per massimo 96 ore (4 giorni) prima di essere condotti dal giudice per l’interrogatorio. In questi 4 giorni i giovani vengono seguiti da psicologi e operatori che tracciano un primo profilo psicologico, o li intrettengono con attività come la pittura o la musica. Nel centro di Roma, unico del genere in tutto il Lazio, ci sono le sbarre alle finestre ma per il resto – ci racconta un’operatrice – non sarebbe simile a un carcere, ma piuttosto paragonabile a un casa famiglia. C’è una sezione maschile, che il ministero di giustizia fa gestire interamente al personale di polizia penitenziaria, e poi c’è quella femminile, gestita appunto dalle 10 operatrici licenziate (e attualmente sostituite da nuove lavoratrici), dal direttore della struttura e da un’agente di polizia donna. Le operatrici socio-assistenziali, però, venivano utilizzate spesso come «jolly»: in alcuni casi erano addette anche a mansioni di portineria, di solito affidate a personale armato per il rischio cui si viene esposti. Senza contare gli straordinari richiesti – fino a 18 ore continuative di lavoro (unendo giorno e notte, dunque anche teoricamente le ore di sonno, seppure spesso la notte venga interrotta dai nuovi arrivi). Le strutture di prima accoglienza ospitano fino a 1200 minori l’anno, e rispondono al Dipartimento giustizia minorile del ministero guidato da Clemente Mastella. Si calcola che gli addetti dei cpa in tutta Italia – spiegano le Rdb, che seguono le lavoratrici – siano circa 200, ma è una stima per difetto, perché ogni città li organizza un po’ a modo suo, e soprattutto non sono presenti in tutte le province del nostro paese.
I servizi vengono spesso esternalizzati: il ministero bandisce gare che vedono partecipare diverse cooperative sociali. La «Tartaruga verde» è solo l’ultima cooperativa che si è aggiudicata negli anni l’appalto della sezione femminile del cpa di Roma, nel luglio 2005, trovandosi obbligata ad assumere – come prevede la convenzione con il ministero – tutti i lavoratori impiegati precedentemente nel centro. Così le 10 operatrici licenziate in dicembre non stanno al cpa da 1 anno e mezzo, ma molte di loro da più di 7 anni: «Dall’ultima cooperativa abbiamo avuto sempre contratti di sei mesi e tre proroghe in tutto, ma prima di novembre ci avevano detto che volevano assumere una parte di noi a tempo indeterminato e le altre confermarle a termine – spiega Giulia Morello, una delle operatrici non rinnovate, autrice tra l’altro di un romanzo sui cpa, Schiena contro schiena – Noi ci siamo rivolte al sindacato per avere le ore di straordinario e le festività pagate. Non abbiamo alcuna indennità per la reperibilità, né quella per il rischio, che invece viene riconosciuta alla polizia penitenziaria. La tredicesima viene erogata in ritardo, e gli stipendi sono molto bassi, perché nonostante le nostre specializzazioni siamo inquadrate al terzo livello del contratto». Per circa 150 ore al mese, le operatrici fanno massimo 800 euro. Appena il sindacato si è mosso, la cooperativa ha spedito il fax di non rinnovo, impiegando nuove lavoratrici: a marzo, quando verrà rinnovata la convenzione, potrebbero essere queste ultime a godere del diritto alla riassunzione, escludendo le precarie storiche. «Noi puntiamo alla riassunzione delle lavoratrici e alla reinternalizzazione del servizio – spiegano le Rdb con il coordinatore Pio Congi – Il superamento del precariato nella pubblica amministrazione non può certo essere risolto con i licenziamenti collettivi».