Il caso di “Aldro”: reagire al sonno della ragione

Sono passati più di cinque mesi dalla terribile mattina in cui perse la vita il giovane ferrarese Federico Aldrovandi.
Ad oggi la verità, quella verità descritta drammaticamente dall’immagine del cadavere di Federico resa pubblica pochi giorni fa dalla madre, non è emersa.
Alle richieste di giustizia avanzate dai familiari e da una città che lentamente si sta svegliando dal torpore e dall’indifferenza hanno fatto seguito smentite, accuse, ambiguità, menzogne.
Sia chiaro: confidiamo nel fatto che le indagini possano ricostruire con evidenza inequivocabile le sequenze che hanno preceduto la morte di Federico. Confidiamo tutti nel fatto che la trasparenza degli accertamenti condurrà all’individuazione di precise responsabilità. Responsabilità che, una volta accertate, andranno punite.
Tuttavia non ci convincono almeno due aspetti dell’intera vicenda: le troppe ombre che legittimano dubbi e quesiti ancora irrisolti ed il contesto generale nel quale questi vengono posti.
Perché il pubblico ministero, contrariamente alla consuetudine, oltre che ad un principio ovvio di obiettività e terzietà, ha affidato le indagini allo stesso corpo, la Polizia di Stato, coinvolto nella vicenda?
Perché il Procuratore Capo di Ferrara dichiarò, ben prima di disporre degli esiti dell’autopsia, che la causa della morte non era in alcun modo riconducibile alle percosse?
Perché si è insistito e si insiste nel ricondurre il decesso di Federico Aldrovandi all’abuso di sostanze psicotrope quando l’assunzione di dosi minime di ketamina può al più produrre un incremento di pochi battiti della frequenza cardiaca e di qualche millimetro di mercurio della pressione sanguigna?
Perché si è insistito e si insiste nel cercare nella vita di questo ragazzo prove di devianza e di disagio che in qualche misura possano giustificare la versione ufficiale dei fatti che è stata costruita?
Perché non si dà ascolto alle testimonianze di chi ha sentito Federico gridare, chiedere aiuto? Di chi ha sentito un agente rivolgergli l’accusa di mentire sulla sua identità e di essere un extracomunitario?
Perché non ci si interroga sui motivi per i quali si sono rotti, in quella circostanza, due manganelli, così come ha ammesso in Parlamento lo stesso ministro Giovanardi?
Perché, infine, di fronte ad una fotografia del cadavere sfigurato in un lago di sangue, di fronte ai segni delle manganellate, ai lividi da compressione sul collo, allo schiacciamento dello scroto e alle tante ferite lacero-contuse non si ammette che qualcosa non quadra e che, forse, le zone di ombra sono ancora troppe?
Nella società ed in Parlamento la verità su Federico va richiesta a gran voce e ci batteremo perché ciò avvenga.
Le grida con cui Federico chiedeva aiuto vanno ascoltate. Lo dobbiamo alla famiglia, a tutti i ragazzi come lui ed al rispetto di un principio elementare di verità e giustizia.
Dai quesiti, e dall’impegno che ci assumiamo, al contesto: il caso di Federico Aldrovandi non è isolato. Pochissimi giorni fa abbiamo commentato l’aggressione di un ragazzo marocchino da parte di due carabinieri di Sassuolo. Ciò che è accaduto nel luglio del 2001 a Genova, per le sue vie e le sue piazze, nella caserma di Bolzaneto, nella scuola Diaz, è indelebilmente impresso nella memoria di tutti noi.
Uno studente arrestato dopo gli scontri di piazza Alimonda ha testimoniato di aver sentito un agente della polizia penitenziaria a Bolzaneto, la sera del 20 luglio, dire: « Vi ammazziamo, tanto con Berlusconi possiamo fare quello che vogliamo ».
Oggi la destra cerca di insabbiare le inchieste su quei fatti; scrive, con il Presidente del Senato Marcello Pera, un manifesto razzista che incita allo scontro tra civiltà, aggredisce lo straniero e il diverso e si chiude a riccio a difesa della propria identità e delle istituzioni di controllo e repressione.
Ciò che è inaccettabile è che a questo vento di destra, agli strepiti delle forze xenofobe e reazionarie non si contrapponga una simmetrica risposta di massa delle forze di sinistra e democratiche.
Cosa dice l’ala moderata (e maggioritaria) dell’Unione rispetto a questi fatti? Difende l’Arma, come sta facendo a Sassuolo? Tace e acconsente, come a Genova? Perché non scende in piazza per reagire alla campagna terroristica che alcuni sindacati di polizia stanno orchestrando contro chi cerca soltanto la verità?
È imbarazzante la debolezza dell’opinione pubblica democratica ed il silenzio della sinistra in un clima in cui l’odio per lo straniero e l’arroganza identitaria di un Occidente capitalistico in crisi preparano il terreno e le giustificazioni per i prossimi conflitti militari.
Non possiamo illuderci di restarne fuori. Questo clima sta portando con sé il razzismo, l’assillo della sicurezza e della difesa, l’autoritarismo delle istituzioni e dei poteri e il consenso irrazionale di molti nei confronti del loro arbitrio. Sta portando con sé, in alcune vicende come quelle che abbiamo richiamato, la sospensione di fatto dello Stato di diritto. Come a Guantanamo, Abu Ghraib, nelle carceri segrete della Cia, nei teatri di guerra e nei territori occupati.
In questo clima un ragazzo può morire pochi minuti dopo essere entrato in contatto con le forze dell’ordine ed un altro può essere pestato selvaggiamente da agenti in servizio perché extracomunitario.
In questo scenario l’indifferenza, il sonno della ragione, ci sta conducendo in un vortice pericolosissimo. Dobbiamo reagire, come sempre, con la denuncia e con la lotta.