Il “capitalismo dei raiders” si alimenta a spese di prezzi e salari

Ecco chi paga gli enormi costi finanziari delle scalate “alla Ricucci”

Indipendentemente dai suoi esiti, si può trarre dalla scalata al gruppo Rcs una riflessione generale sull’attuale schema di funzionamento del capitalismo, sia italiano che globale? E soprattutto, è possibile derivare da essa delle precise indicazioni politiche per la sinistra?
Il tentato assalto di Stefano Ricucci ai vertici della Rcs non rappresenta un fenomeno isolato. Da oltre un decennio si registra, a livello mondiale, una crescita esponenziale degli scambi di pacchetti di controllo delle società per azioni quotate in borsa, e un notevole incremento della velocità di acquisto e cessione degli stessi. Queste tendenze segnalano il progressivo affermarsi di una forma di capitalismo sotto certi aspetti inedita: potremmo definirla “capitalismo dei raiders”, ossia di quegli incursori capaci di scuotere gli assetti proprietari del sistema produttivo attraverso la mobilitazione di ingenti masse di capitale finanziario.

La moderna figura del raider nasce negli Stati Uniti, durante i primi anni Ottanta, in seguito all’affermarsi del cosiddetto modello di “contendibilità” dei regimi proprietari. In base a questo modello la disciplina del mercato finanziario deve esser tale da favorire le scalate, in modo da rendere facili e trasparenti i passaggi di proprietà delle imprese.

Il modello della contendibilità viene solitamente difeso in base alla vecchia massima dell’economia volgare secondo cui i valori azionari rifletterebbero, in media, l’andamento dei “fondamentali” delle imprese, vale a dire dei fattori che a lungo andare determinano l’andamento dei profitti. L’idea di fondo è che la scalata avviene soltanto qualora un compratore ritenga di poter ricavare dall’impresa in questione un profitto superiore a quello realizzato dall’attuale proprietario. La scalata ovviamente provoca una crescita della domanda e quindi dei prezzi delle azioni, ma questo non sarebbe altro che il riflesso dell’avvenuta consapevolezza, da parte del mercato, della possibilità di maggiori profitti futuri. In questa operazione il raider si inserisce semplicemente grazie alla sua abilità speculativa di anticipazione dei comportamenti altrui. Egli cioè acquisisce il pacchetto di controllo, assumendosi l’onere della scalata, per poi solitamente rivenderlo entro un breve arco di tempo all’effettivo futuro proprietario. E il tutto, si badi, avviene senza alcun bisogno di accordi preventivi con quest’ultimo, con buona pace di chi si è affannato in questi giorni a ricercare un mandante occulto dietro le manovre degli incursori.

Nell’ottica dell’economia volgare, dunque, le scalate (e il ruolo che i raiders ricoprono in esse) rappresentano semplici manifestazioni dell’imperativo della ricerca di efficienza al fine della massimizzazione dei profitti. Che il raider, per finanziare le sue operazioni, scarichi sulla stessa società scalata masse ingenti di debiti; che egli il più delle volte agisca in assenza di qualsiasi riferimento ad un piano industriale di rilancio; o che talvolta le scalate conducano a vere e proprie esplosioni dei valori azionari; tutto questo è ritenuto conforme alle leggi del mercato e in particolare alla presunta, intrinseca razionalità delle stesse. E’ chiaro infatti che se il raider ha visto giusto, se cioè nell’impresa oggetto di scalata sussistono effettivamente ampi margini per una crescita dei profitti, alla fine tutto si metterà a posto: qualcuno si farà avanti con un piano di acquisto e di rilancio industriale, gli elevati valori azionari risulteranno più che giustificati e gli stessi debiti verranno dunque saldati.
Sembra il migliore dei mondi possibili. Ma le cose stanno davvero in questi termini? Prendiamo ad esempio il caso della scalata a Telecom, più volte citato in questi giorni. Come è noto, dopo il “raid” di Colaninno, Tronchetti Provera si ritrovò ad acquistare a valori azionari elevatissimi una società carica di debiti. Quegli stessi valori, oltretutto, subirono una pesante caduta, a seguito dello scoppio della bolla speculativa che si era formata attorno a Telecom e, più in generale, all’intero listino di borsa. In teoria, stando al paradigma della contendibilità, l’acquisto di Tronchetti avrebbe dovuto trovare nell’incremento dei profitti d’impresa una sua giustificazione a posteriori. Guardando al bilancio della Telecom, si può ritenere che in parte qualcosa del genere stia avvenendo. Ma il punto chiave verte sulle modalità in base alle quali i profitti stanno lentamente aumentando. Rispetto ai piani della vecchia proprietà, infatti, è ben noto che Tronchetti ha dovuto intensificare le pressioni per il mantenimento di tariffe non concorrenziali e per il controllo salariale. Tronchetti, in altri termini, sta cercando di scaricare l’enorme incremento dei costi finanziari, causato dai raids precedenti e dalla sua stessa scalata, sui soggetti più deboli della vicenda: vale a dire sugli utenti e sui lavoratori.

Dall’esempio citato si può trarre una considerazione generale. Contrariamente a quanto sostenuto dall’economia volgare, l’azione dei raiders favorita dalla crescita di contendibilità degli assetti proprietari non sembra affatto contribuire, attraverso una migliore previsione dei profitti futuri, a un incremento di efficienza del sistema economico. Al contrario, essa pare configurarsi come una delle cause principali della crescita ipertrofica delle transazioni e dei relativi costi che la finanza capitalistica fa ricadere sulla sfera della produzione. I raiders, in altri termini, più che prevedere maggiori profitti futuri tendono piuttosto a generare oneri. La conseguenza è che le loro incursioni finiscono per selezionare i compratori in modo avverso: tra questi, infatti, prevarrà solo chi si sente disposto a coprire la crescita dei costi finanziari attraverso una gestione aziendale sempre più aggressiva e spregiudicata, tesa all’incremento dei prezzi e allo schiacciamento dei salari. Siamo di fronte, insomma, a un ferreo legame causale – e talvolta a una vera e propria fusione delle identità – tra incursori finanziari e amministratori aziendali, che mette in luce l’approssimazione e il conformismo di chi, soprattutto a sinistra, si ostina a distinguere tra un capitalismo “parassitario” da combattere e un capitalismo “produttivo” con il quale allearsi.

La sequenza fin qui descritta tende oltretutto ad auto-alimentarsi. A questo proposito, molti commentatori in questi giorni si sono meravigliati della capacità di Stefano Ricucci e degli altri raiders di procacciarsi le enormi masse di denaro liquido necessarie a finanziarie le scalate. Qualcuno si è addirittura divertito a notare che Ricucci, appena due anni fa incapace di erogare due milioni di euro una tantum alla ex moglie, fosse oggi in grado di mobilitare risorse centinaia di volte superiori. E qualcun altro ha quindi insinuato il solito sospetto che dietro questi affari girasse cash poco pulito. Ma queste miscele di gossip finanziario e vulgata legalitaria, così di moda negli ultimi tempi, non ci aiutano molto nella comprensione degli eventi.

Per capire infatti l’origine della espansione delle linee di credito dei raiders in procinto di avviare una scalata, basterebbe ricordare che da oltre un ventennio la compressione delle retribuzioni e della spesa sociale sottrae giganteschi volumi di risorse dal monte salari e dal bilancio pubblico per destinarli ai circuiti del capitale finanziario privato (basti pensare che, anche quando gli Stati privatizzano, i flussi di denaro ottenuti vengono adoperati per abbattere lo stock di debito pubblico, e quindi finiscono sempre nei circuiti del capitale privato). In misura ben maggiore rispetto alla stagnazione e alla crisi, dunque, è l’esito ultraventennale del conflitto distributivo ad avere ingrossato le riserve di liquidità del sistema. Pertanto, possiamo dire che la compressione salariale e dei bilanci pubblici rappresenta al tempo stesso non solo l’effetto ma anche in un certo senso la causa del successo del modello di contendibilità degli assetti proprietari, e del capitalismo dei raiders che da esso consegue.

Ancora oggi, a sinistra, gli apologeti dell’azionariato democratico abbondano. Questi soggetti si sono lungamente impegnati a diffondere fiducia nel mercato borsistico, in base all’idea che la contendibilità dei regimi proprietari avrebbe fatto prevalere i capitani d’industria più efficienti. Inoltre, attraverso le offerte pubbliche di acquisto, il modello di contendibilità avrebbe permesso anche ai piccoli risparmiatori di godere della crescita dei valori azionari che tipicamente seguono le scalate. Dove questa linea di indirizzo ci abbia realmente condotti è ormai ben chiaro.

Il sogno del capitalismo “capillare e democratico” – sul quale tanti lavoratori e pensionati avevano ingenuamente contato – si è drammaticamente infranto con lo scoppio delle bolle speculative dei primi anni 2000. Ma soprattutto, la decantata efficienza del modello di contendibilità si è concretizzata in un boom dei costi finanziari del sistema, e in un conseguente inasprimento del conflitto sui luoghi di lavoro e nella fase di determinazione dei prezzi finali delle merci. Questa tendenza, oltretutto, si è finora manifestata solo in parte. Siamo infatti ancora ben lontani dallo scenario americano, dove l’immensa quota di prodotto sociale destinata alla finanza capitalistica costituisce lo specchio riflesso dello stato miserevole in cui versano i servizi sociali e dello sfruttamento intensivo del lavoro ad opera dei vertici delle aziende quotate. In Europa, d’altro canto, grazie alla sempre maggiore centralità assunta dai mercati finanziari all’interno del circuito capitalistico, ci muoviamo a grandi passi nella medesima direzione.

La possibilità di fermare questa corsa dipenderà essenzialmente dal riemergere o meno di pressioni sociali e politiche in grado di spingere nuovamente sul salario per unità di prodotto e sul disavanzo pubblico destinato alla spesa sociale, al fine di sottrarre ai mercati finanziari i flussi di liquidità attualmente destinati ad alimentare bolle speculative e scalate, e di permettere al tempo stesso di riprendere la via della socializzazione di quote crescenti del sistema produttivo.

Anche per questo motivo sarebbe grave se i partiti comunisti e della sinistra cosiddetta radicale rinunciassero all’obiettivo di oltrepassare i vincoli ai salari e alla spesa sociale che attualmente contraddistinguono l’azione di tutti i governi europei, siano essi di destra o di sinistra.

E’ solo in subordine a questo obiettivo che potrebbero aver senso iniziative politiche ulteriori, specificamente indirizzate al ridimensionamento dei mercati azionari all’interno del circuito capitalistico. Il recupero della tassa Keynes del 1936 – un’imposta sulle transazioni azionarie sufficientemente elevata da scoraggiare gli scambi e ridurre in tal modo i costi finanziari ad essi associati – potrebbe quantomeno aiutare a riprendere coscienza che il mercato azionario rappresenta uno strumento non di efficienza ma di conflitto, come dimostra il fatto che la sua espansione inesorabilmente deteriora le condizioni delle masse lavoratrici. Arrestare questa espansione sarebbe un atto innovativo, che ci permetterebbe di guardare al futuro con un minimo di ottimismo.