Il “cancro” della camorra a Marigliano, Nola e Acerra accresce malattie e malformazioni

Per Lancet Oncology è il “triangolo della morte”. Gli effetti collaterali del business dell’immondizia

La rivista scientifica internazionale Lancet Oncology non ha esitato a definire “triangolo della morte” l’area compresa fra i comuni di Marigliano, Nola e Acerra, in Campania. Un allarme un po’ affrettato forse, basato su di uno studio che molti specialisti hanno definito generico, ma soprattutto una severa sottovalutazione degli studi in corso dal 2002, da quando cioè Legambiente Campania ha avviato una collaborazione con il reparto di Epidemiologia Ambientale dell’Istituto Superiore di Sanità finalizzato proprio a monitorare le conseguenze sanitarie del ciclo dei rifiuti nell’area a cavallo tra le province di Napoli e Caserta.
I risultati della ricerca, pubblicata su Epidemiologia e Prevenzione, non smentiscono comunque l’allarme lanciato nel settembre scorso da Lancet, se mai lo rendono più concreto attraverso l’analisi delle singole patologie – dalle malformazioni ai tumori, dalle malattie del sistema cardio-circolatorio a quelle degenerative – che evidenzia un aumento significativo della mortalità rispetto al resto della regione.

A Giugliano, Qualiano e Villaricca, in particolare, è cresciuta la mortalità per tumore (soprattutto polmone e pleura ma anche vescica, laringe, fegato e cervello) ma anche quella dovuta alle malattie cardiocircolatorie. Più diffusi del normale sono anche l’Alzheimer, il diabete e la cirrosi epatica, che colpisce più duramente la popolazione femminile di Qualiano. Incrementi che sono stati riscontrati un po’ ovunque sul territorio: nel 19 per cento dei comuni casertani e nel 43 per cento dei comuni napoletani per quanto riguarda la popolazione maschile e rispettivamente nel 23 e nel 47 per cento dei comuni per quanto riguarda la popolazione femminile. Per avere ulteriori dettagli sulla situazione bisognerà aspettare che si concludano le ricerche ancora in corso, come quella commissionata dal Dipartimento della protezione civile all’Istituto superiore di sanità al Cnr e all’Oms e condotta con la collaborazione dell’Osservatorio epidemiologico regionale della Campania e dell’Arpac. Del resto i primi dati dello studio pilota, presentati lo scorso gennaio, non fanno che confermare questa tendenza: «Lo studio rivela ampie aree con mortalità generale e per diverse cause tumorali superiori a quanto atteso sulla base dei dati regionali» ha dichiarato Marco Martuzzi, epidemiologo dell’Organizzazione mondiale della sanità, aggiungendo che «un andamento praticamente sovrapponibile lo si osserva per le malformazioni congenite nei nati e nelle gravidanze interrotte a seguito di diagnosi prenatale».

I motivi sono presto detti e ben noti, visto che nei 35 comuni che interessano le province di Caserta e Napoli la presenza di discariche abusive è da primato: fra le 980 e le 990 discariche, secondo l’Arpa Campania, tutte ben note alla Direzione investigativa antimafia che, da qualche anno, compila un rapporto dedicato al business dei rifiuti, tossici e non. Inchieste, incriminazioni e sequestri non riescono ad arginare un giro d’affari estremamente redditizio che, secondo il Rapporto Ecomafia 2005 stilato da Legambiente, per un singolo trafficante di rifiuti può fruttare fino a venticinquemila euro al giorno. In sostanza, un imprenditore campano che smaltisce rifiuti fuori regione può arrivare a fatturare un milione e mezzo di euro al mese. Secondo il rapporto della Dia di quest’anno «la Campania si colloca al primo posto per quel che concerne i reati collegati all’illegalità ambientale, e per quanto riguarda il problema dell’illecito smaltimento dei rifiuti sono state riscontrate operazioni illegali nelle varie fasi del ciclo: dal trasferimento iniziale dal produttore alle imprese specializzate della gestione dei rifiuti, al trasporto e stoccaggio, fino al trattamento, riciclaggio e smaltimento».

Di fatto, dal commissariamento deciso nel 1994 in seguito alla dichiarazione dello stato d’emergenza, la situazione non ha fatto che peggiorare. Malgrado siano stati improntati tutti sull’emergenza gli atti amministrativi non hanno ottenuto i risultati sperati ma, al contrario, hanno suscitato notevoli critiche, come ad esempio la decisione di costruire un inceneritore senza farlo passare per le valutazioni d’impatto ambientale e lasciando all’aggiudicatario della gara la individuazione dei siti, proprio in nome dell’emergenza. Dal 1997 al 1998 il Ministero dell’Interno ha disposto diverse ordinanze per accelerare l’istallazione degli inceneritori ad Acerra e Santa Maria la Fossa autorizzando la deroga alle procedure ordinarie di valutazione dell’impatto ambientale. Nel 1998 la Fibe (una consociata del gruppo Impregilo) ha vinto la gara d’appalto ( una gara che presenta molti dubbi come denunciato alla Procura dal sen. Sodano) e, dopo il via del Ministero per l’Ambiente, l’allora commissario straordinario Bassolino ha firmato il contratto nel 2000. Eppure, l’emergenza è rimasta tale. Del resto il fatto stesso di far passare la costruzione di un inceneritore (definito un termo-valorizzatore perché dovrebbe produrre energia dalla combustione dei rifiuti) come una soluzione per l’emergenza è ben strano visto che sono necessari parecchi anni per ultimarne la costruzione e metterlo in funzione.

Eppure già dal 2001 vengono espresse forti critiche al Piano regionale dei rifiuti e alla scadente qualità delle tecnologie utilizzate (le interpellanze del senatore Sodano nel luglio 2001), critiche successivamente confermate anche dalla Commissione bicamerale d’inchiesta sulle attività illecite connesse con il ciclo dei rifiuti (come risulta dal documento approvato all’unanimità del dicembre 2004). Nel frattempo si sono cominciate ad accumulare le “ecoballe” che dovrebbero alimentare il termovalorizzatore ancora da costruire: dal 2001 a oggi ne sono state stoccate 2 milioni e mezzo di tonnellate, una quantità che, per essere smaltita, richiederebbe 56 anni di intensa attività degli impianti a pieno regime. Ma saranno mai a pieno regime? Al momento non c’è nemmeno la certezza che lo smaltimento possa avere luogo. L’8 febbraio scorso, durante un’audizione davanti alla Commissione bicamerale d’inchiesta, il direttore generale del ministero dell’Ambiente Bruno Agricola, ha dichiarato che le ecoballe stoccate finora – che di qui alla fine dei lavori avranno raggiunto la notevole cifra di otto milioni e mezzo – potrebbero non essere idonee per il termovalorizzatore in costruzione ad Acerra. Quando poi la Guardia di Finanza ha accusato l’azienda di avere evaso le imposte e di avere sversato in discarica il Fos (Frazione organica stabilizzata), un tipo di rifiuto destinato al recupero ambientale, i dubbi sulla capacità della Fibe di gestire l’inceneritore si sono fatti più seri.

Malgrado le iniziative dell’amministrazione pubblica, il lavoro dei magistrati, delle forze ordine e le consistenti spese – 800 milioni di euro da quando è stato avviato il Commissariamento – la crisi-rifiuti e ben lontana dall’essere risolta. Nella “terra dei fuochi” situata tra Giugliano e Villa Literno (CE), «i becchini della camorra continuano sfacciatamente a seppellire e incendiare rifiuti» si legge sul Rapporto Ecomafia di Legambiente «in un’area fortemente urbanizzata, dove risiedono circa 150 mila persone, si segnala la presenza di ben 29 discariche di cui 27 probabilmente con presenza di rifiuti pericolosi. Negli ultimi cinque anni le discariche sono aumentate del 30 per cento. Ormai da tempo il fetore dei liquami, la diossina sprigionata dagli incendi di copertoni riempiti di rifiuti pericolosi, veleni ed eternit minacciano le produzioni agricole». Infatti il giro d’affari del comparto agricolo in quest’area è in picchiata, con una diminuzione del 30-40 per cento e un calo della produzione che, solo nel 2004, ha toccato il 20 per cento.

Stretti fra il degrado dei terreni e le pressioni della camorra, agli agricoltori non resta che vendere o affittare le proprie terre per nuove discariche illegali dove viene riversato ogni sorta di veleno chimico proveniente dalle industrie di tutta Italia. Veleni già noti per essere tossici e che nella “terra dei fuochi” reclamano un tributo altissimo: il 20 per cento di tumori in più rispetto alla media regionale, con picchi del 30 per cento per i tumori alla vescica, oltre alle patologie già menzionate. Dieci anni d’emergenza di routine, costellati dalle cicliche esplosioni di rabbia della popolazione alle quali, ciclicamente, viene risposto con i manganelli dalle amministrazioni di ogni colore.