Il belpaese della precarietà totale

Mai come in queste ultime settimane c’è stato un unanime refrein per mettere a fuoco i risultati elettorali. «Il paese è spaccato a metà», è stato scritto come incipit per poi tornare a battere sentieri divergenti. Alcuni commentatori si sono affrettati a rassicurare l’opinione pubblica affermando che l’Italia è sempre stata divisa in due e che dunque il risultato elettorale del 9 aprile non è certo un’anomalia nella storia repubblicana, evocando l’immagine di due blocchi sociali granitici contropposti perché contrapposti sono gli interessi e le culture politiche e civiche che esprimono. Una spiegazione che accetta l’idea dello sfaldamento del sistema della rappresentanza politica, ma considera secondaria la ben più radicale mutazione che ha colpito la realtà sociale. In pochi, al contrario, hanno cercato di comprendere i motivi che hanno portato l’elettorato a scindersi in due così nettamente. Una prima, involontaria risposta la si può trovare nella lettura di un libro che dichiara sin dal suo titolo l’argomento che vuol affrontare: Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…., una serie di interviste a giovani donne e uomini dello scrittore Aldo Nove per il quotidiano Liberazione e ora raccolte in volume da Einaudi nella collana Stile libero (pp. 176, euro 12,50).
Un paese alla deriva
Ne esce la fotografia di un paese marchiato a sangue dalla precarietà, intendendo con questo termine non solo la forma giuridica che regola il rapporto di lavoro, ma un sentimento di incertezza e fragilità emotiva, nonché sociale che coinvolge milioni di uomini e donne. Certo, il lavoro è il punto di partenza e di approdo del volume e non potrebbe essere altrimenti, visto che il confine tra vita e lavoro è andato in pezzi e si è in produzione anche quando si ascolta musica o si intrattengono normali relazioni di amicizia. Ma il background – sociale, produttivo, financo simbolico – è appunto quello di una dolorosa e in alcuni casi livorosa precarietà sans phrase. Non c’è aspetto della vita sociale che non sia segnato da questa condizione di incertezza, dalla casa ai trasporti, dalla scuola alla salute.
Così, trovi il lavoratore interinale che passa da un contratto di dieci giorni ad un altro di due mesi, per poi tornare a un contratto di otto giorni con il terrore di non arrivare alla fine del mese e di non riuscire a pagare l’affitto. C’è l’avvocato che guadagna 400 euro al mese; ha trentacinque anni e, o chiede aiuto alla famiglia, oppure va a fare il cameriere durante il week-end, contravvenendo alla regola dell’ordine professionale che vieta agli uomini in toga di fare altri lavori oltre quello forense. C’è la giovane «cervello in fuga» che si è rifiugiata a Parigi per svolgere il lavoro che le piace. Nel portfolio della precarietà non poteva mancare anche l’insegnante precario che racconta come la legge sia continuamente aggirata dai «soliti raccomandati». Mentre il giovane siciliano si considera fortunato perché svolge quattro lavori part-time per arrivare a guadagnare al massimo mille euro.
Ogni storia è un piccolo dramma e ogni storia non fa che sottolineare che in questa condizione di ricatto è inutile sperare che i precari si rivolgano al sindacato o alla politica. Il tempo è interamente colonizzato dal lavoro, sia quando lo si svolge sia quando lo si cerca. E quando si lavora, dimenticate le otto ore canoniche: la giornata lavorativa va dalle dieci alle sedici ore.
Aldo Nove introduce ogni intervista per sottolineare questo o quell’aspetto della realtà italiana. La denuncia della pervasività della televisione nel formare l’opinione pubblica, ad esempio, è il leit motiv dello scrittore milanese per spiegare l’ascesa del «cavaliere nero». Mentre la degenerazione della vita pubblica è vista come conseguenza dello tsunami neoliberista che investe il made in Italy. La feroce concorrenza non riguarda solo le imprese, ma si traduce in un altrettanto feroce darwinismo sociale. L’evasione fiscale diventa il logo di uno status individuale di chi si sente protagonista della grande avventura della globalizzazione: viene sì stigmatizzata, ma al tempo stesso è considerata da alcuni esponenti del popolo delle partita Iva l’unica possibilità per guadagnare i soldi necessari per sopravvivere.
Insomma, il mondo del precariato è un magma incandenscente con il quale tutti i partiti rischiano di bruciarsi. Eccetto Silvio Berlusconi, che ha saputo sfruttarlo politicamente a suo favore, nonostante durante il suo governo l’Italia sia divenuta più povera. Il Nord della piccola e media impresa, le comunità dei produttori del nord-est smarrite per l’«invasione cinese», il variegato mondo dei professionals ha votato a grande maggioranza il centrodestra non tanto e non solo perché la televisione del biscione ha saputo, con capacità demoniaca, manipolare le coscienze o perché si è manifestata la forza propulsiva degli spiriti animali del libero mercato, quanto per la capacità politica di Forza Italia di dare una prospettiva a quel segmento della forza-lavoro che viene chiamata, a fasi alterne, lavoro autonomo o lavoro precario. «Autonomi» e precari che in questi ultimi cinque anni si sono impoveriti, ma che hanno reinvestito politicamente sul centrodestra. E questa scelta non vale solo per la capitale del lavoro precario (Milano), ma anche per quella Puglia che ha eletto non più di un anno fa Niki Vendola. Regione che, tra un distretto del divano e uno del mobile e uno del tessile, vede all’opera una forza-lavoro quasi sempre in nero e supersfruttata negli atelier della fabbrica diffusa. Regione dove Forza Italia ha avuto, ahime, una buona performance elettorale.
Lo tsunami neoliberista
Le elezioni politiche del 2006 mandano a dire che gran parte del magma del lavoro precario – se con questa espressione si fanno rientrare tutte le figure lavorative che hanno forme contrattuale «deregolamentate» -, non ha affatto girato le spalle alle sirene neoliberiste. A differenza, quindi, di quanto sperava Aldo Nove quando intervistava i protagonisti di questo libro. Ci sarà tempo per riflettere su questo populismo postmoderno incarnato da Berlusconi, che punta a produrre «un popolo» altrimenti inesistente a colpi di immaginario mediatico, ma per il momento è certo che la costellazione sociale che gravita attorno a questa inquietante forma della politica va rapidamente destrutturata. Detto con un linguaggio marxiano bisognerebbe spaccare quel blocco sociale. Ovviamente senza rincorrerlo sul suo terreno. Operare questa rottura sta semmai nei gruppi di base, nei sindacati di base che in questi anni hanno espresso punti di vista che, partendo proprio dalla grande mutazione del capitalismo flessibile, hanno affermato pratiche di lotta e espresso diritti sociali di cittadinanza su base universale. E’ questo l’unica scelta possibile per mettere a nudo il cavaliere nero. In fondo, l’unico realismo possibile è sempre chiedere l’impossibile.