Il barbaro

Fino a qualche anno fa era «the mad dog». E anche chi non lo considerava un cane pazzo (da abbattere), sorrideva del suo Libro verde, della «terza via» (che non era quella di Tony Blair), della «democrazia diretta» e della Jamahiriya, «il potere delle masse». Poi, col tempo, il cane pazzo di Tripoli fu riammesso nel salotto buono. Sia perché la Libia galleggia sul petrolio sia perché qualunque persona non assatanata (tipo un Magdi Allam) capiva benissimo che lui era una delle poche barriere islamiche contro la marea montante del fondamentalismo islamico. Gheddafi considerava Osama bin Laden e i talebani un nemico quando ancora i Bush facevano affari, economici e politici, con lo sceicco saudita e gli studenti di teologia afghani. Il discorso del leader libico, giovedì a Sirte, ha scatenato le prevedibili reazioni in Italia. Un coro quasi unanime che respinge, condanna, esecra (il quasi è riferito a D’Alema che almeno ha detto anche qualcos’altro e al ministro Pisanu che ha la patata bollente degli immigrati clandestini in partenza dalla costa libica da maneggiare).

In realtà Gheddafi non ha detto niente di straordinario, anche se lo ha detto con parole forti.

Ma Gheddafi a Sirte ha detto anche altro, che va oltre la nostra parrocchietta elettorale. Qualcosa di interessante, che entra a piedi uniti nel problema-dibattito, particolarmente lacerante dopo l’11 settembre ma presente da molto prima anche se in forme meno esasperate e sofferte, della democrazia. Specie in questi tempi di democrazia d’esportazione manu militari. Una democrazia che si è ridotta ormai quasi esclusivamente a democrazia elettorale: le elezioni sinonimo e panacea di tutti i mali. Non come ultimo anello di un processo di ristrutturazione sociale, politica, economica, ma come il primo e sovente il solo. Do you remember Iraq and Palestine?

Volete portarci la vostra democrazia-solo-elettorale, signori dell’Occidente? Allora, dice Gheddafi, preparatevi. Perché se le elezioni saranno libere, il Pakistan sarà governato dai seguaci di Bin Laden e non dal vassallo Musharraf, il mullah Omar diventerà presidente dell’Afghanistan al posto del burattino Karzai, in Iran (dove ha già vinto Ahmadinejad) se uscisse dalla tomba Khomeiny rivincerebbe a man bassa, gli hezbollah di Nasrallah vinceranno in Libano, i Fratelli musulmani in Egitto spazzeranno via il presidente a vita Mubarak, l’Indonesia, lo Yemen… Nella Palestina (occupata da Israele) hanno fatto le elezioni (libere) e ha vinto Hamas «che per loro (cioè per noi) è un’organizzazione terrorista». Che farà l’Occidente (cioè noi) se milioni di persone, in libere elezioni, «vogliono Bin Laden o al Zarqawi o anche Fidel Castro?». Li bombardiamo tutti finché non imparano come (e chi) si vota? L’Occidente (cioè noi) non vuole «vere elezioni libere» ma solo «servire i propri interessi», conclude Gheddafi. Parole di un pazzo che parla nel deserto? Questo tipo di democrazia è in crisi profonda, non solo ma soprattutto al di fuori dell’Occidente. La «terza via» e il «potere delle masse» di Gheddafi forse non vanno bene. La «democrazia partecipativa» al posto di quella rappresentativa del venezuelano Chavez forse non va bene, la «democrazia socialista» di Fidel forse non va bene.

Se non vorrà alimentare la micidiale panzana di fare del cruento scontro politico in atto con il mondo arabo-islamico uno scontro di civiltà, è su questo che si deve riflettere e dovrà riflettere anche il prossimo governo italiano, sperabilmente di centro-sinistra, presumibilmente senza più un Fini e probabilmente con D’Alema al ministero degli esteri (a meno che le liste di proscrizione dell’ambasciatore israeliano Gol, del Corriere della sera e dei portavoce della comunità ebraica italiana non riescano nell’intento di mettere alla Farnesina qualcuno più docile). E, con buona pace degli assatanati lo dobbiamo (anche) al barbaro Gheddafi.