Il 16 ottobre: scenario peggiore della vigilia

L’articolo del compagno Franco Giordano apparso ieri su Liberazione contiene affermazioni alle quali è necessario fornire risposta.
Trattando delle primarie, egli scrive che la grande partecipazione registrata il 16 ottobre è il segno della «esasperazione sociale e democratica del popolo delle opposizioni» e che quindi si è trattato di «un voto contro il governo Berlusconi e le sue politiche»: ci sembrano considerazioni del tutto condivisibili. Aggiunge che si è trattato «anche» di «un voto che chiede di essere ascoltato, interpretato e tradotto sul terreno delle scelte politiche»: condividiamo anche questa osservazione (sul problema della «traduzione» del voto «sul terreno delle scelte politiche» torneremo più avanti). Giordano conclude questa parte dell’articolo leggendo nel successo delle primarie «la richiesta esplicita di rottura di ogni forma di separatezza ed autoreferenzialità della politica»: anche su questo ci pare di poter convenire.

E infatti cosa si dice sin qui? Una cosa sulla quale da sempre siamo certi e insistiamo: c’è nel Paese una grande istanza di partecipazione. Qualcuno nel Partito ha mai detto qualcosa di diverso? Se non muovessimo da questo presupposto, cosa ci staremmo a fare in un partito comunista e perché mai dedicheremmo ogni sforzo alla costruzione di un partito di massa, in controtendenza con la cultura dominante che predica la fine dei partiti e delle forme politiche organizzate?

Ma Giordano attacca a testa bassa le minoranze interne del Partito e reclama autocritiche (vizio, evidentemente, duro a morire). Egli ci accusa di non avere capito nulla di ciò che si muove nella società e ritiene di poter desumere tale imputazione dalla nostra critica alle primarie. Non ci sembra un ragionamento molto solido.

Il fatto che le primarie siano state molto partecipate, al di là di qualsiasi previsione (anche di quelle formulate da chi le ha volute), dimostra la sete di partecipazione sulla quale – come dicevamo – nessuno ha mai nutrito dubbi. Ma non dice nulla circa la qualità dello strumento, sulla quale si appuntavano (si appuntano) tutte le nostre critiche. Al contrario. I risultati delle primarie confermano la fondatezza delle nostre riserve e dei nostri timori.

Tutti – ma proprio tutti – gli osservatori leggono i risultati ponendo in rilievo due dati di fatto: 1) Prodi ha ottenuto una legittimazione plebiscitaria; 2) ricevendo in percentuale poco più dei voti del Prc, Bertinotti ha ottenuto un risultato importante, ma inferiore alle aspettative. È una lettura condivisibile? Prima di precipitarsi a chiederci di fare «autocritica sul fallimento delle previsioni», Giordano dovrebbe rispondere a questa domanda. Secondo noi è una lettura condivisibile, che rafforza le nostre perplessità della vigilia sulla bontà dello strumento primarie. Vediamo rapidamente perché.

1) Il plebiscito per Prodi rafforza la deriva leaderistica. È tanto difficile prevedere che, forte della legittimazione personale ottenuta, Prodi cercherà di svolgere il ruolo di dominus della coalizione, di suo capo autocratico? Sottolineiamo che questa previsione non è nostra e non deriva da una pervicace e preconcetta ostilità verso le primarie: la cogliamo tra le righe dell’intervento del compagno Folena, apparso anch’esso ieri su Liberazione; ma soprattutto è implicita nelle dichiarazioni rilasciate da Bertinotti all’indomani delle primarie. «Se uno dice “faccio il programma da solo” – ha affermato il segretario – l’altro a quel punto può anche rispondere “fattelo e veditela tu”. Il programma non è una cosa autocratica» (Corsera del 18 ottobre): Bertinotti si riferiva a una concreta eventualità o evocava scenari fantapolitici?

2) Giordano sembra vedere solo il dato assoluto (i 631mila voti ricevuti dal Segretario), estrapolato dal contesto complessivo (gli oltre 4 milioni e 300mila voti). Comprendiamo la logica del suo ragionamento: ma non si può glissare sul fatto che proprio la grande partecipazione al voto, giustamente messa in rilievo e apprezzata, ridimensiona oggettivamente il nostro pur importante risultato. Si dà il caso che nessun risultato elettorale può essere compreso se si separa il dato assoluto dal dato percentuale, e le primarie – dispiace per il compagno Giordano – non fanno eccezione. Il 14,7% dei voti sono poco più della percentuale ottenuta dal Prc alle elezioni; e proprio Bertinotti lo ha implicitamente riconosciuto, dichiarando che l’esito delle primarie «fotografa il consenso delle forze politiche». Chiediamo: era questo lo scopo perseguito? È per avere questa «fotografia» che è stata decisa una campagna di inusitata intensità mediatica e una massiccia (e onerosa) mobilitazione del Partito? O non si era accarezzata la speranza di un forte incremento di consensi, di un significativo spostamento di voti verso il candidato del nostro Partito?

Alla luce di questi dati di fatto ciascuno potrà considerare come si distribuiscono ragioni e torti sulla sostanza del problema: si tratta di prendere atto dei dati reali e in ciò non vi è alcuna forzatura “ideologica”. Polemiche a parte, il punto è ora un altro. La vera questione è quali conseguenze avranno questi risultati delle primarie. Lungi dall’ attenuarsi, a questo riguardo le nostre preoccupazioni si accrescono.

A guardar bene, la «fotografia» scattata il 16 ottobre ci restituisce uno scenario peggiore della vigilia. Fuori dal 14,7% di voti per noi e tolte le briciole raccolte da Pecoraro Scanio e da Panzino, cosa resta? Resta la massiccia forza del centro e della sinistra moderata, che totalizzano circa l’82% dei voti. E resta una inedita frammentazione della sinistra di alternativa. Nei disegni di chi le ha propugnate, le primarie avrebbero dovuto spostare a sinistra l’asse dell’Unione. Quest’asse è stato invece spostato in direzione del centro moderato.

Questo è il vero risultato politico delle primarie, che peserà sull’imminente battaglia per il programma dell’Unione: che anzi già pesa, come mostrano le assai esplicite dichiarazioni pro-Bolkestein rilasciate da Prodi all’indomani del 16 ottobre. Sostiene giustamente Giordano che il problema ora è «tradurre il voto sul terreno delle scelte politiche». Appunto: quale sarà questa «traduzione» sullo sfondo di questi rapporti di forza? Oppure basta discorrere di «politicismo» perché i rapporti di forza cessino di influire nel conflitto politico?

Come ben sanno le compagne e i compagni, noi abbiamo avanzato, da tempo, una proposta politica. Si può anche non condividere, ma che crediamo abbia una sua dignità. Sin dall’autunno del 2003 (cioè dal momento della svolta che ha riaperto il confronto col centrosinistra) proponemmo di sviluppare la nostra iniziativa su tre direttrici: 1) porre i contenuti programmatici al centro del confronto col centrosinistra; 2) rilanciare il conflitto sociale e i movimenti sui contenuti dell’alternativa; 3) costruire un programma comune con le altre forze politiche e sociali della sinistra di alternativa.

Oggi chiediamo: se si fosse praticata questa linea, non saremmo forse in condizioni migliori? O si ritiene vantaggioso trovarsi con una sinistra di alternativa dispersa e con un confronto sul programma che deve ancora prendere avvio, e che inevitabilmente risentirà della situazione politica «fotografata» dalle primarie?

Ci fermiamo qui. Ci siamo limitati alla discussione sulle primarie e al nodo politico che si stringe sulla base del loro esito. Potremmo rispondere puntualmente ad ulteriori addebiti a nostro carico (invero scarsamente pertinenti), per muovere i quali Giordano invero deforma le nostre posizioni (anche questa è una pratica dura a morire…). Nessuno si è mai sognato di pensare che «non saremmo dovuti andare a Genova nel luglio del 2001» o che «non avremmo dovuto organizzare il referendum per l’articolo 18»; nessuno ha mai detto che si sarebbe dovuto «interloquire con le destre sulla legge elettorale» (e proprio ieri è uscito sul manifesto un articolo che chiarisce la nostra posizione al riguardo). Ma il punto non è questo. È piuttosto che cosa sta avvenendo in questo nostro Partito, se la formulazione di una critica politica (peraltro limpidamente argomentata da gran tempo) induce un autorevole esponente del gruppo dirigente a eccedere nei toni. Ci sorge il dubbio che i toni si alzino proprio quando le ragioni vacillano. Come considerare altrimenti le velenose insinuazioni sul preteso mancato concorso delle minoranze alla campagna per le primarie, quando Giordano sa benissimo – o dovrebbe sapere – che anche in questo caso le compagne e i compagni che si riconoscono nella mozione Essere comunisti hanno messo al primo posto l’interesse del Partito, impegnandosi lealmente per ottenere il miglior risultato possibile: a questo proposito basta guardare i dati federazione per federazione.

Lasciamo stare, ma chiediamo, al tempo stesso, di fermarsi a riflettere. Siamo ancora in tempo per recuperare il clima di rispetto e di ascolto reciproco di cui il Partito ha più che mai bisogno, al cospetto delle scelte cruciali che lo fronteggiano.