Il 16 novembre sciopero generale contro l’affare-treni veloci.

Per Mercedes Bresso, presidente della regione Piemonte, la linea ad alta velocità Torino-Lione «si farà» perché «troppo fondamentale e strategica per l’Europa». Gli abitanti della Val di Susa, invece, continuano a non volerla e hanno indetto per il prossimo 16 novembre uno sciopero generale.
Non sono soli. Oltre a tanti attestati di solidarietà, ieri, è arrivato il sostegno dell’esecutivo nazionale del Prc che chiede di escludere dal programma dell’Unione proprio la Tav (e il Ponte sullo Stretto). Sulla questione ormai esistono due letture distanti. La prima, promossa da giornali e politici pro alta velocità, racconta di quattro montanari che resistono al progresso nel nome della loro verde valle. La seconda, sostenuta dagli abitanti, ambientalisti e sinistra alternativa, parla di una questione nazionale, di modelli di produzione, ambiente e civiltà. Ma chi difende lo sviluppo in Val di Susa?

Sono stati accusati di un distorto ambientalismo, di antimodernismo, di anarco-insurrezionalismo, di essere contro la globalizzazione; hanno ricevuto paternali pacche sulle spalle, tirate d’orecchie e offerte di laute compensazioni. Eppure gli abitanti della Val di Susa (la loro stragrande, schiacciante e popolare maggioranza) non ne vogliono sapere, come i loro amministratori. Per questo hanno mobilitato in questi anni consulenti, promosso studi alternativi e avanzato proposte sul sistema di trasporto dell’intero arco alpino e su quello ferroviario della loro valle “destinata al passaggio transfrontaliero”. Dall’altra parte ci sono 21 miliardi di euro per un’unica faraonica e inutile (secondo loro) opera. Chi la spunterà?

Per Mercedes Bresso, presidente della regione Piemonte, la linea ad alta velocità Torino-Lione “si farà” perché «troppo fondamentale e strategica per l’Europa». Gli abitanti della Val di Susa, invece, continuano a riunirsi e organizzarsi (erano in duemila a Bussoleno mercoledì sera) per fermarla, il prossimo 16 novembre con uno sciopero generale.
Non sono soli. Oltre a tanti attestati di solidarietà, ieri, è arrivato il sostegno dell’esecutivo nazionale del Prc che chiede di escludere dal programma dell’Unione proprio la Tav (e il Ponte sullo Stretto). Sulla questione ormai esistono due letture distanti. La prima, promossa da giornali e politici pro alta velocità, racconta di quattro montanari che resistono al progresso nel nome della loro verde valle. La seconda, sostenuta dagli abitanti, ambientalisti e sinistra alternativa, parla di una questione nazionale, di modelli di produzione, ambiente e civiltà. Ma chi difende lo sviluppo in Val di Susa?

Sono stati accusati di un distorto ambientalismo, di antimodernismo, di anarco-insurrezionalismo, di essere contro la globalizzazione; hanno ricevuto paternali pacche sulle spalle, tirate d’orecchie e pure offerte di laute compensazioni. Eppure gli abitanti della Val di Susa (la loro stragrande, schiacciante e popolare maggioranza), non ne vogliono sapere, come i loro amministratori.

Ma sono tutti matti? «Eppure abbiamo sempre evitato una contapposizione ideologica», risponde Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana e coordinatore dei sindaci della Valle, con sette consulenti universitari e un paio di studi scientifici sulle spalle. «Nel 2002 abbiamo commissionato uno studio sul traffico delle Alpi da Ventimiglia a Opicina sulla base dei dati della Tav e gli esperti ci hanno detto che esistono due modi per ripondere alle necessità di un’eventuale maggiore traffico: una rete di trasporti dell’arco alpino, ottimizzando il sistema dei valichi, o la concentrazione su un unico asse. Poi abbiamo chiesto al Politecnico di Torino e di Milano, di studiare impatto ambientale, inquinamento idrogeologico, acustico e così via. Ne è nato il famoso documento sulle sette criticità del progetto su cui non abbiamo avuto alcuna risposta perché non si riesce a entrare nel merito dei problemi. Allora chi è ideologico?».

Sul tavolo della Tav ci sono 21 miliardi di euro di opere pubbliche, un peso difficile da controbilanciare. «Quello che dà fastidio alla classe politica regionale e nazionale è un gruppo di amministratori locali insensibili alla voce compensazione – continua Ferrentino – ci è stato offerto fino al 5% dell’opera in infrastrutture, circa 1000 miliardi di vecchie lire, ma l’opera pubblica è utile o dannosa, e il punto qui è sapere se potremo ancora risiedere nella valle o meno».

Ma a cosa serve la linea Torino-Lione? «Per anni si è detto al trasporto passeggeri, ma i flussi si contano a unità e anche allargando a Milano e Parigi non si arriva a decine di migliaia, con costi di viaggio tutt’altro che competitivi rispetto all’aereo», spiega il Prof. Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino, consulente dei comuni. «Poi sono sbucate fuori le merci introdotte in sostanziale malafede per trovare una giustificazione, con proiezioni incredibili sui flussi futuri, benché siano stazionari negli ultimi anni. Poi sfatiamo un mito: le merci non viaggiano ad alta velocità». «Complessivamente l’opera non serve a nessuno degli scopi ripetuti in maniera sciocca dai decisori politici – continua Tartaglia – sono solo grandi cantieri, tanto denaro e potere su di esso: è la logica delle grandi opere o la sindrome di Cheope».

L’inizio dei lavori per una galleria di 10 chilometri in una montagna che ancora non si sa quanto amianto contenga, autorizzata per decreto ministeriale senza pareri comunali e senza valutazione d’impatto ambientale, contrabbandata come analisi diagnostica, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso della Val di Susa. Abbiamo visto i blocchi, i centinaia di poliziotti, la gente sui sentieri dei partigiani… Silvano Giai e Nicoletta Dosio sono due militanti di Rifondazione della valle, tra i primi “No-Tav”, che hanno visto crescere la coscienza e la mobilitazione: nel 1991 erano in cinque al passaggio del primo Tgv in valle, mercoledì erano in migliaia tra binari e presidi: «Tutti vogliono sapere cosa fare, la gente crede che si possa vincere e arriva a frotte». Per loro lo scontro è anche contro la globalizzazione liberista: «La vocazione della valle è sempre stata quella di una zona di passaggio, ma la riduzione dei territori a un corridoio, senza collegamenti, snodi, servizi e con tutti i rischi a chi serve se il traffico diminuisce? Eppure ci sarebbero ben altre alternative». Chiedono lo sviluppo dell’attuale ferrovia al 50% delle sue potenzialità, «una struttura del dopoguerra ammodernata e automatizzata nell’ultimo decennio, con la sagomazione di molte gallerie per il trasporto dei camion in corso». Denunciano gli interessi della Fiat, general contractor dell’opera, i poteri forti che condizionano Regione e politica nazionale e pure la Lega delle Cooperative interessata all’affare. E ce l’hanno a morte con la privatizzazione: «Nel 1991 hanno smantellato il polo ferroviario della Valle con officine, scuola macchinisti e un migliaio di lavoratori, la manutenzione non si fa più, i Tgv passano vuoti e i pendolari sono senza stazioni, sempre nei guai con gli orari». Questi utenti non servono allo sviluppo?

«La nostra lotta non difende solo il territorio – proseguono Nicoletta e Silvano – ma indica un modello di sviluppo che parla di lavoro, risorse ambientali, economie locali e transfrontaliere; andate a vedere come lavorano nei cantieri, andate a vedere le fonti d’acqua in montagna, stanno progettando un corridio senza vita per far passare i magazzini viaggianti del capitalismo globale. Dobbiamo fare i conti o no con questo modello di sviluppo?». Loro vorrebbero farli ora, prima che i cocci siano rotti. «Se qui perdiamo è finita: vent’anni di camion, sfruttamento del territorio, rischi idrogeologici, la fine della valle».

Intanto, la gente di Roccia Melone, dove la polizia con l’inganno ha preso il controllo dei siti per i “sondaggi”, si trova ancora i posti di blocco davanti a casa e continua a non capire perché nessuno risponda alle loro domande approfondite e documentate.

La Tav gestisce privatamente una montagna di denaro pubblico ed europeo che in tanti minacciano possa scappare via. «Eppure l’Unione impone il rispetto delle procedure di impatto ambientale e non indica tragitti e percorsi per i corridoi che spettano ai soli Stati», commenta Roberto Musacchio, capogruppo del Prc al Parlameno europeo. «Credo che alla fine la ragionevolezza avrà il sopravvento», ha detto ieri la presidente del Piemonte. Su questo sono d’accordo tutti e aspettano risposte, non accuse, posti di blocco o risarcimenti.