Ignoranti neoconquistatori

Da Baghdad, le voci di due intellettuali iracheni contro gli occupanti «destinati a una sonora sconfitta perché rifiutano di tenere conto di cosa sia realmente l’Iraq» che è «come un cammello che trasporta sulla groppa oro ma è sempre costretto a mangiare merda. Alla fine è logico che si ribelli».

«Quando avremo fatto della Mesopotamia uno stato modello, allora tutti gli arabi vorranno imitarlo». Non si tratta di una frase tratta dal discorso di investitura di George Bush, ma piuttosto di uno scritto di Gertrude Bell, la «signora» dell’Iraq britannico, arabista, orientalista, archeologa, agente segreto, consigliera dei due Alti Commissari britannici del periodo del mandato – iniziato trionfalmente il 19 marzo del 1917 con l’entrata a Baghdad del generale Stanley Maude. «I nostri eserciti non vengono come conquistatori ma per liberarvi dalla tirannia». Lady Bell è stata uno dei personaggi più importanti, insieme al colonnello Lawrence, della tumultuosa storia della presenza britannica in Mesopotamia, nei confronti della quale lei stessa cominciò presto a nutrire seri dubbi: «Abbiamo bombardato i villaggi dei mullah che ci resistevano. Sono criminali… , ma dubito che questo farà loro apprezzare i vantaggi di un governo stabile». La delusione per la piega presa dagli avvenimenti in Mesopotamia, dopo tante speranze, avrebbe contribuito non poco alla decisione di porre termine alla sua avventurosa vita a Baghdad in un’afosa giornata del luglio del 1926. La sua tomba giace, dimenticata da tutti, in un piccolo cimitero seminascosto da uno dei tanti sbarramenti di cemento che circondano la «green zone», tra marine, mercenari a vigilantes nel centro di una Baghdad di nuovo occupata. «Una storia – ci dice Zuhair Atiyya, critico d’arte, politologo, nonché figlio di una nota famiglia sciita del medio Eufrate- che forse potrebbe insegnare qualcosa ai nuovi conquistatori del paese destinati a una sonora sconfitta proprio perché si rifiutano di tenere conto della realtà, di cosa sia realmente l”Iraq. Un atteggiamento che li ha portati prima a sbagliare ogni previsione, poi ad essere rifiutati dalla maggioranza degli iracheni e ora a portare avanti, con il peggiorare della situazione, una politica sempre più brutale di tipo centramericano». Zuhair Atiyya, seduto alla sua scrivania, con alle spalle una bellissima porta intarsiata, sostiene poi che la differenza fondamentale tra l’imperialismo britannico in Iraq e quello americano sarebbe nel fatto che «Il dominio inglese aveva sì una faccia brutale ma allo stesso tempo c’erano anche personaggi come Lawrence, o ancor più Gertrude Bell, che amavano realmente queste regioni, la nostra gente, rispettavano la nostra cultura, la nostra religione, avevano la forza ma esercitavano anche, come dice Edward Said, una certa egemonia». «Adesso invece l’amministrazione Bush, e in particolare gli ideologi del Pentagono – continua, dopo aver dato da mangiare una buccia di banana ad un pappagallo verde-giallo, che preferisce invece rosicchiare le scarpe degli ospiti – sono mossi da una visione fondamentalista e religiosa del mondo. Non si limitano a dominarci ma vogliono farci diventare come loro, convertirci. Basta vedere come i soldati offendono ogni giorno le nostre sensibilità, nazionali, storiche, religiose». Secondo il critico d’arte baghdadiano, contrariamente a quanto penserebbero gli americani l’Iraq sarebbe «molto più a oriente»: « Questo è il paese dei sufi, della musica che ti porta alla trascendenza – ci dice dopo averci offerto un ottimo te – dei monasteri, dell’essoterismo, dei miracoli, dei santi, dei veggenti, di ogni possibile setta religiosa. Un paese dove folle si radunano davanti alle case dei santoni, dove molti pensano che in ogni caso è meglio non svegliare il diavolo tagliandosi le unghie di notte o dove, tra gli Yazidi, non bisogna pronunciare le parole con la “sh” perché essendo le iniziali di “sheitan” (il diavolo), quest’ultimo, nel frattempo perdonato da Dio, si offenderebbe moltissimo a essere chiamato con il suo vecchio appellativo. Parallelamente abbiamo però anche una intellighenzia tra le più avanzate, preparate e aperte al nuovo, molto laica e formatasi in gran parte all’estero, ma anche in molti di loro sopravvive un po’ di quell’oriente, dolce ma anche brutale, un po’ Sumer, un po’ Babilonia».

Le previsioni per il futuro del paese, secondo Atiyya, sono piuttosto fosche dal momento che l’irachizzazione dell’occupazione vorrà dire scontri interni, se non guerra civile: «Tutti i gruppi politico-affaristi lo sanno e si stanno armando. E se per ora nessuno pensa ad un colpo di stato è solo perché non c’è più l’esercito. Con Kerry forse si poteva pensare ad una exit strategy, ma con Bush i prossimi quattro anni per l’Iraq e per il mondo saranno terribili». Dopo aver sostenuto che ormai «la maggioranza del popolo iracheno non desidera altro che le truppe di occupazione se ne vadano» Zuhair Atiyya sostiene poi che nella resistenza irachena sarebbe in corso una divaricazione tra i gruppi islamisti estremi alla Zarqawi e il resto del movimento «che prima o poi si dovrà dare una qualche rappresentanza anche a livello politico». «In ogni caso non credo che gli americani abbiano alcuna chance di vincere la guerra – ci dice tirando fuori dalla libreria e mostrandoci un annuario del 1917 – dal momento che non si sono letti nemmeno quel che gli inglesi, ad esempio, scrivevano su località come Latifya, sconsigliando di andarvi perché le locali tribù erano solite rapire e uccidere gli stranieri di passaggio».

Più duro e impaziente nei confronti dell’occupazione, ma anche più pronto a sostenere chiunque lo liberi dalla «minaccia degli ayatollah» è il pittore Qasem al Sabti, appartenente ad un’importante tribù dell’Iraq centrale, del famoso «triangolo sunnita», proprietario di una galleria d’arte nel cui giardino tra sculture, piccioni e gatti, ha organizzato una sorta di caffetteria. Qui artisti e studenti della vicina accademia si trovano attorno all’ora del pranzo per discutere d’arte ma anche di politica.

«L’Iraq è come un cammello che trasporta sulla groppa un gran carico d’oro ma è costretto sempre a mangiare la merda, alla fine è logico che si ribelli. Dopo aver provato con le bombe e la guerra, gli americani adesso cercano di schiacciarci con i vari ayatollah loro amici, di dividerci tra sunniti, sciiti, arabi, kurdi. Una follia per un paese come il nostro nel quale le tribù sono quasi tutte miste sunnite e sciite». Convinto che le elezioni siano state una farsa dal momento che «Negroponte ha già in tasca sia la lista dei deputati sia quella dei ministri», Qasem al Sabti, – dopo aver contrattato con un corriere il pezzo del trasporto di alcuni suoi quadri a Beirut – tra l’approvazione di molti e il malcelato sdegno di alcuni, sostiene che il suo voto l’avrebbe dato al primo ministro Iyad Allawi: «Sulla piazza non c’è altro e in questa fase ci vuole qualcuno che sia in grado di fermare sia gli iraniani di al Hakim, sia i nomadi kurdi che vogliono dividere il paese, senza dimenticare quelli come Zarqawi, giordano e magari israeliano, che gettano fango sulla resistenza» . Il pittore iracheno, noto soprattutto a Parigi per le sue composizioni fatte con materiali ricuperati dai libri trovati sulle bancarelle del suk Mutanabi, ritiene poi che gli occupanti dovrebbero smettere di escludere da ogni ruolo politico le zone sunnite dell’Iraq centrale e stare attenti «a non far perdere la pazienza alle grandi tribù arabe del paese, gli Shammari, i Juburi, gli Azzawi, i Duleimi, gli Obeidi» dal momento che, sino ad oggi, «anche a causa delle persecuzioni subite ad opera di Saddam», non sono ancora scese in campo.

Fuori, appoggiata al muro esterno della caffetteria, fa bella mostra di sé una gigantesca maschera di cartapesta dell’ultima mostra a sostegno di Falluja. Una piccola manifestazione itinerante, in piena guerra, tenuta per le strade attorno all’accademia da artisti e studenti. «Embargo, guerra, mullah o americani – ci dice al Sabti prima di salutarci – l’unica cosa è cercare di fare bene il nostro lavoro di artisti e soprattutto educare i ragazzi al fatto che la libertà non te la può portare nessuno e che te la devi conquistare ogni giorno della tua vita».