Ieri il cuneo, oggi il tfr. E poi?

Della serie, se mi dai non «un dito» – come recita un vecchio malizioso proverbio chiosando la qualità delle relazioni che sono in gioco in una trattativa – ma addirittura da subito l’intero «braccio», e di buona grazia, allora perché mai non dovrei allargarmi a addentare la spalla e di lì accedere all’intero corpo? Sembra proprio questo il rapporto, al momento – confermato dall’accordo di ieri sul Tfr – tra il governo che dispensa buona grazia e la Confindustria che addenta. Il corpo in questione, in queste trattative appare sempre lo stesso: i prestatori d’opera, più o meno stabili o precari, sulla cui condizione il sindacato sembra non riuscire a dire o fare nulla di significativo. Colpa del ricatto del governo non nemico che versa in difficoltà?
Fatto sta che i rappresentanti della Confindustria ieri hanno subito rilanciato: chiedendo «compensazioni» per le aziende, sia per la parte delle liquidazioni dei lavoratori che finirà nei Fondi pensione, sia per la parte del Tfr che finirà invece all’Inps. Recita infatti l’accordo che partirà in anticipo di un anno, ossia da gennaio 2007, il deposito delle liquidazioni dei lavoratori nei Fondi pensione. E’ importante per «avviare la previdenza complementare che permetterà ai giovani di avere in futuro una pensione dignitosa che altrimenti non avrebbero» – traducono i sindacati, da tempo condiscendenti al fatto che le «pensioni pubbliche» diminuiranno sempre più e che quindi siano i lavoratori a rimetterci del loro per ripinguare la propria previdenza; e condiscendenti a che lo facciano affidando direttamente, o indirettamente (nei «Fondi di categoria») ai movimenti di capitale la propria sorte futura. Naturalmente c’è anche un’altra lettura di questa «previdenza complementare»: la raccomandava caldamente già Giuliano Amato, da presidente del consiglio dell’ultimo governo di centrosinistra nel 2001, sottolineando la necessità di far decollare i Fondi pensione, per dare fiato all’asfittico «mercato finanziario italiano». Coincidenze.
L’accordo di ieri concede anche agli imprenditori che si stabilisca una «soglia» per la parte di «tfr inoptato», ossia quella che il lavoratore non decide di destinare ai Fondi e che il governo ha deciso preventivamente che andrà all’Inps: la «soglia» stabilita nell’accordo consente infatti alle aziende fino a 50 dipendenti di sottrarsi all’incameramnto dell’Inps e di tenere i soldi del Tfr presso di sé per gestirli in proprio – vista la difficoltà di finanziamento e di «accesso al credito» che affliggerebbe le risorse delle piccole aziende.
Bene, la Confindustria ha chiesto che il governo preveda anche delle «compensazioni» per le imprese: sia per i soldi che andranno ai Fondi, sia per quelli che andranno all’Inps. Soldi – come tutti sanno – che non appartengono alle aziende bensì ai lavoratori: si potrebbe dire che alle imprese è stato concesso in questi anni di usarli come «prestito forzoso», similmente al «prestito forzoso» da parte dei lavoratori che ora convoglierà le loro liquidazioni nell’Inps. Non a caso l’Economist, che ha approvato l’idea italiana «sull’Inps», notava che però il governo non può rubricare al suo «attivo» questo trasferimento, trattandosi viceversa di una voce di «debito», contratto con i lavoratori. I quali, fra l’altro, non godranno neppure del diritto di decidere esplicitamente in ogni momento su che cosa desiderino fare del proprio salario differito, che costituisce la la liquidazione. E’ infatti stato mantenuto il meccanismo del «silenzio-assenso» – concordato anche dai sindacati col governo Berlusconi: ossia, se nei 6 mesi (da gennaio a giugno 2007)un lavoratore non dice che cosa fare della sua liquidazione, questa finirà automaticamente nei Fondi pensione «di categoria» (più la parte all’Inps). Principio piuttosto discutibile sul piano democratico.
Che altro ci attende nelle «trattative» che si susseguono sul «corpo» dei prestatori d’opera, dopo il colpaccio del taglio del «cuneo fiscale»? – regalato tutto alle imprese, niente ai lavoratori (Colpaccio che, sia detto per inciso, Repubblica ha trattato solo ieri: sia chiaro, un ritardo su una notizia grossa può sempre capitare, quel che sorprende è che l’abbia mascherato, nell’editoriale di prima pagina, con il titolo «Sorpesa sul cuneo», a ben due settimane dal varo della Finanziaria).