IDEE PIÙ CHIARE SULL’ALTERNATIVA

Le vicende recenti dell’economia americana sono interessanti, da più di un punto di vista. Vale la pena di richiamare qualche aspetto della sua recente dinamica congiunturale, e vedere di trarne qualche lezione sulle discussioni di casa nostra. Come negli anni ruggenti della “nuova economia” quasi nessuno sembrava pronosticare la crisi prossima ventura, così molta pubblicistica di questi mesi, anche e soprattutto a sinistra, ragiona come se la ripresa in quel paese sia da ritenersi qualcosa di futuro e improbabile. Certo, è vero che 1’economia americana ha vissuto dal 2000 un doppio salto nella recessione. Come è vero che gran parte del sovrainvestimento e degli eccessi dell’indebitamento sono ancora da smaltire. Non di meno, il treno dello ;viluppo è ripartito da alcuni mesi. Si stenta a riconoscerlo per 1’attesa – illusoria – di ritmi di crescita pari a quelli della seconda metà degli anni ’90, difficilmente ripetibili. Intanto, tra il primo e il terzo trimestre di quest’anno la velocità di incremento del reddito è passa:a dall’1% al 5% su scala annuale. II consumo, tutto sommato, tiene. La capacità inutilizzata è sempre elevata ma ha cessato di crescere. Gli stock sono ai minimi. L’investimento privato mostra segni di ripresa. Francamente, stupirebbe il contrario. La dose di stimolanti iniettata dalla politica fiscale e da quella monetaria ° di misura inedita ed enorme, e ha addirittura fatto sospettare a Milton Friedman che Bush jr. sia un bolsce~ico sotto mentite spoglie.
Di questa potente spinta alla spesa di origine (in senso lato) pubblica vale la pena di sottolineare, più che la riduzione di imposte (mal disegnata, ma che pure qualche effetto ha avuto) 0 1’innalzamento della spesa militare (che sembra non avere fine), ciò che si deve alla politica monetaria, e le contraddizioni che quest’ultima si porta in seno. La politica della Riserva federale è stata orientata all’espansione monetaria, a un costo del danaro a breve termine ai minimi da mezzo secolo in qua, a una sostanziale benevolenza verso una moderata inflazione. Fatte le debite proporzioni, certo con meno decisione e più pragmatismo, qualcosa del genere vale anche per la Banca centrale europea. Se questa è stata senz’altro una condizione permissiva della ripresa negli Stati Uniti da non sottovalutare, non ne è stata però il motore principale, vista 1’incertezza che circondava, e circonda tuttora, gli investimenti privati. Greenspan, per scongiurare il timore di un avvitarsi della depressione, aveva iniziato a intervenire anche, irritualmente, sui tassi a lungo termine. Facendo acquistare direttamente dal sistema bancario titoli a reddito fisso, ne sollevava il prezzo e ne riduceva il rendimento. Il che creava la condizione inusuale di un boom di borsa sia nelle azioni che nelle obbligazioni.
Di qui, una serie di effetti positivi non soltanto sulle imprese ma anche sulle famiglie, consentendo loro di rinegoziare i loro prestiti a tassi più bassi e liberando così risorse monetarie per la spesa. Di qui, anche, 1’allontanarsi dello spettro di uno sgonfiamento della `bolla immobiliare’. I rischi di una manovra del genere sono però evidenti, e consistono nel fatto che un meccanismo del genere è sensibilissimo quant’altri mai alle aspettative e all’incertezza, e può invertirsi rapidamente e duramente. Così è già stato nei mesi centrali dell’estate, quando dichiarazioni che sembravano denotare una ambiguità della Banca centrale americana sulla politica monetaria futura hanno fatto temere un qualche indurimento dell’istituto d’emissione: di qui, il rapido correre ai ripari degli operatori, con il conseguente schizzare verso 1’alto dei tassi a lunga scadenza, che ha fatto presagire una prematura fine della ripresa. Timore scongiurato, ma soltanto per ora: la possibilità che quella dinamica si ripresenti è dietro 1’angolo. Non appena i titoli delle azioni risultassero più convenienti delle obbligazioni, il che può verificarsi non appena la crescita si stabilizza, i tassi dell’interesse a lunga potrebbero davvero riprendere la corsa verso 1’alto: tanto più in presenza di un disavanzo di bilancio americano a livelli record.
2. La ripresa, dunque, c’è davvero. Dipende però da una politica monetaria che è impotente da sola a resuscitare 1’investimento, e che nel suo tentativo di ravvivare comunque 1’economia accumula a un tempo incertezza e munizioni per la speculazione, sicché 1’instabilità potrebbe riprendere selvaggia. La ripresa, d’altronde, ha un carattere inatteso. Non produce, si dice, quell’aumento dell’occupazione che analoghe esperienze del passato hanno di solito portato con sé. II tasso di disoccupazione è, in effetti, stabilmente fermo attorno al 6%, con una crescita della produttività, quest’anno, di ben il 4,1 %. È proprio questa `crescita senza occupazione’ che dà conto della determinazione della FED a tener bassi i tassi e a inondare 1’economia di liquidità. A questo punto, però, è ripartita con forza la solita solfa delle argomentazioni sulla `nuova economia’, i computer e la produttività che le nuove tecnologie porterebbero ineluttabilmente con sé. Ecco, finalmente si inizierebbe a e 1’insistenza nel procedere, congiuntamente, alla introduzione del capitalismo dei fondi pensione e alla finanziarizzazione delle economie europee sul modello statunitense hanno una loro perversa coerenza. Si ridefinisce così la struttura di classe in modo tale da impedire, non dirò una radicale inversione di rotta, ma qualsiasi strategia riformatrice nel segno di una minore disuguaglianza interna e internazionale.
Che dire, allora? Concluderne, come è senz’altro vero, che alla televisione ad aspettare la ripresa americana non ci sono solo i cittadini europei ma anche i loro governanti? Che dunque il dramma dell’Unione economica è 1’incapacità di immaginare uno sviluppo trainato da una domanda effettiva (riqualificata) prodotta all’interno? E perciò di ridursi a variabile dipendente di uno sviluppo eterodiretto e, per di più, instabile e intrinsecamente regressivo? Così che dall’attacco al lavoro e dalla centralità dei mercati finanziari – a differenza degli Stati Uniti, che li accoppiano a politiche fiscali e monetarie espansive, e a politiche del cambio e industriali ben attive – si ricava paradossalmente la riduzione della dinamica della produttività e si patisce comunque 1’aumento del rischio di instabilità? Certo. Chi ne concludesse che non vi è nulla di nuovo negli eventi recenti sarebbe però decisamente fuori strada. Infatti, questo quadro non brillante è stato peggiorato in modo drammatico dalla recente scelta del G7 di Dubai (incredibilmente condivisa dagli europei) di dare un bel colpo di acceleratore alla svalutazione del dollaro, quando la valuta americana era già orientata al ribasso, e togliendo ogni dubbio ai mercati sulla direzione da prendere nella speculazione. Qualcosa che, come è stato osservato, è da vedere se si riuscirà a tenere nei binari desiderati. Ma qualcosa che difficilmente gioverà all’Europa.
4. Non credo abbia ragione Scalfari, in un peraltro brillante editoriale di «Repubblica» di domenica 12 ottobre, nell’individuare nel disavanzo commerciale galoppante degli Stati Uniti la causa scatenante della volontà degli Stati Uniti di imporre una svalutazione più marcata e di cui non si riesce a prevedere il fondo, e neanche e soprattutto nel prevedere che prima o poi la misura sarà efficace nell’azzerare il rosso di quel paese nei conti con 1’estero. Gli eventi degli ultimi anni, dopo la crisi asiatica, hanno chiarito semmai, al di là di ogni ragionevole dubbio, che – salvo appunto una instabilità fuori controllo (sempre possibile, ma non necessariamente probabile) – lo squilibrio esterno americano non ha limiti se non `politici’. E, in effetti, la crisi della nuova economia viene più dalle contraddizioni reali e finanziarie interne, che non dai rapporti commerciali con 1’estero.
II perché è presto detto. Per importare più di quanto esportano, gli Stati Uniti devono evidentemente pagare in dollari, il che, si potrebbe pensare, prima o poi dovrebbe porre qualche difficoltà a chi accetta carta in cambio di merci. Ma le cose sono andate ben diversa
mente. Le banche centrali dei paesi asiatici, in primis la Cina, si sono rivelate un pozzo senza fondo. Hanno infatti aumentato `precauzionalmente’ le loro riserve in dollari, prendendo così il posto occupato dai paesi produttori di petrolio dalla metà degli anni ’70 e ’80, e poi in parte dai fondi pensione nella prima metà degli anni ‘9C. I paesi in via di sviluppo asiatici detengono ormai, nel 2002, circa 2/5, e il Giappone 1/5, delle riserve di dollari, almeno secondo i dati del Fondo monetario. Dal 1997 i paesi asiatici dichiarano che 1’83% dell’incremento delle riserve è in valute estere mondiali. E sembrano intenzionati a proseguire illimitatamente lungo questa strada, nonostante i loro elevati saggi di risparmio che li dovrebbero esentare dalla necessità di importare capitale, pur di impedire, o almeno contenere, la svalutazione delle loro monete rispetto al dollaro. II che consente alla Cina di importare dal Giappone e da altri paesi asiatici, esportando poi massicciamente sui mercati americani. Cosa che peraltro fanno anche Giappone, Taiwan, Corea del Sud, Malesia, Indonesia, Filippine e Tailandia. La corsa al ribasso del dollaro, dunque, si scaricherà prevalentemente su altri: innanzi tutto sull’Europa dell’euro. La ripresa degli Stati Uniti, se aiuterà qualcuno, aiuterà 1’Asia: a breve-medio termine 1’Europa è lasciata al destino che si saprà disegnare da sola.
Non è difficile chiarire perché la manovra non dovrebbe dar sollievo, se non limitato e temporaneo, alla posizione sull’estero degli Stati Uniti. La risposta breve è: perché non è nel loro interesse, almeno se guardiamo alle imprese multinazionali `globalì’ nell’industria e nei servizi. Prendiamo di nuovo come esempio la Cina, oggetto del vituperio dei ministri `liberisti’ non solo statunitensi ma anche europei, per la sua presunta concorrenza `sleale’. Bene, quest’ultima proviene essenzialmente dal lavoro di cinesi in imprese … americane, in tutto o in parte. Ben due terzi della triplicazione delle esportazioni cinesi nell’ultimo decennio verso gli Stati Uniti vengono da loro. Anche per questo è lecito dubitare che la svalutazione verso le valute asiatiche differenti dallo yen verrà condotta sino in fondo. È chiaro allora, come da qualche tempo avverte Marcello De Cecco, che quello che è in atto è un classico (e prevedibile) esempio di `ciclo economico-politico’. Bush, in vista delle elezioni, ha bisogno di una ripresa con, e non senza, occupazione. E deve fare di tutto per stimolarla a breve, presentandosi come il campione del lavoro `nazionale’. Una manovra, però, dalle conseguenze incerte, e ad alto rischio. Poi, si vedrà. Intanto, sarà bene allacciare la cintura di sicurezza.
5. Quali conseguenze ha tutto ciò sulle discussioni di casa nostra? È prevedibile che il consolidarsi di una qualche ripresa negli Stati Uniti, e il ritardo europeo, ridaranno la stura sia al pensiero neo-liberale che a quello social- liberale. II primo vedrà nella crisi d’inizio millennio negli Stati Uniti qualcosa in via di superamento, vedere 1’effetto degli investimenti nella comunicazione e nell’informatica, come anche delle innovazioni organizzative. Ecco, ora si dimostrerebbe che 1’aumento di produttività conseguente è strutturale, non legato alla buona ed eccezionale congiuntura di fine anni ’90, come ribattevano gli scettici. D’altronde, un campione dei più lucidi tra i contestatori delle iperboli sulla nuova economia, Robert J. Gordon, non è forse passato dall’altra parte? Qualcuno magari finirà con risuscitare le tesi sulla `fine del lavoro’…
Lasciamo pure stare i non pochi e seri problemi di computo della produttività negli Stati Uniti. Si sa che, se la contabilizzazione fosse fatta con i medesimi criteri di qua e di là dell’Atlantico, la produttività europea si alzerebbe e si avvicinerebbe alla dinamica americana. Le cose stanno comunque in modo molto più semplice, ancora una volta. Sarebbe ben singolare che innovazioni tecnologiche di vasta portata non incidano sulla produttività, e nel lungo termine. Ma questo, come sempre, dà luogo alla creazione di nuovi bisogni e settori, magari artificiali, ed è in ogni caso sostenibile solo se cresce simultaneamente la domanda aggregata. La quale, in effetti, negli Stati Uniti è stata, ed è, politicamente governata, ed è ad essa che si deve parte non piccola del miracolo americano. Lidea di una tendenza strutturale dicotomizzata dalla congiuntura è poco brillante.
Ma come mai, oggi, questa ripresa senza occupazione? La risposta è di nuovo elementare, e ha a che vedere con quella categoria, presunta obsoleta, che sono i rapporti di classe. Succede sempre all’inizio di una ripresa che le imprese producano di più con la stessa manodopera, e dunque che la produttività aumenti. Qui 1’eccezionalità sta in tre elementi. Primo, che la ridefinizione dei modi del lavoro e la precarizzazione del lavoro stanno grandemente facilitando lo sfruttamento più intensivo della manodopera. Secondo, che la esternalizzazione e la terziarizzazione nel manifatturiero e nei servizi sono per le imprese degli Stati Uniti un processo per sua natura globale: coinvolge cioè tutto il loro ciclo produttivo, disteso nelle filiali e nelle joint ventures collocate fuori dalla madre patria, dall’India al Messico, dalla Tailandia alla Cina. Il che, oltre ad abbassare il costo del lavoro e flessibilizzare la prestazione, preme concorrenzialmente e direttamente sui lavoratori statunitensi. Terzo, la scelta di premere sull’uso più intenso del lavoro è 1’unica ragionevole quando le prospettive della domanda e della ripresa sono ancora incerte, e stabilizzare nuova occupazione rischia di rivelarsi scelta affrettata.
Qui evidentemente il cane si morde la coda. La crescita senza occupazione può tramutarsi nel contrario, se e quando la crescita si stabilizzerà a un livello superiore al 3% annuo (ai criteri contabili UsA), il che non è affatto escluso (almeno per un po’). Ma la domanda effettiva che deve sostenere quella crescita, affinché duri e traini nuove assunzioni, è appesa a un filo tenue, certamente retto politicamente, ma altamente instabile. Di più, la stessa crisi del lavoro negli Stati Uniti, con licenziamenti che proseguono e assunzioni che non ripartono, contribuisce all’incertezza delle prospettive della domanda. Se mai il meccanismo si rimettesse in movimento, il rialzo dei tassi di interesse può poi strangolarlo. Insomma, quello che ci aspetta è una ripresa della crescita, ma sempre più incerta e instabile, oltre che disegualitaria.
3. Che dire dell’Europa in questo contesto? La frase più felice 1’ha avuta qualche settimana fa il chief economist del Fondo monetario, Kenneth Rogoff: per il momento, la gran parte degli europei che vogliono vedere la ripresa economica devono accontentarsi di guardarla alla televisione». È noto da tempo come stanno le cose. Il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità hanno incorporato nella costituzione materiale europea un orientamento – non soggetto ad alcun controllo politico o sociale – alla restrizione monetaria, per 1’ossessione della lotta all’inflazione e per la corsa all’azzeramento dei disavanzi di bilancio. Ora questa direzione sciagurata di politica macroeconomica viene addirittura sanzionata nella costituzione formale, dove per di più il mercato viene santificato come fine in sé e dove 1’intervento dello Stato viene esplicitamente finalizzato alla competizione internazionale nel rispetto di una supposta `libera concorrenza’.
Anche qui lasciamo perdere le molte ipocrisie. È chiaro come il sole che 1’orientamento pragmatico della Banca centrale europea, sia pur benvenuto, è effetto solo della crisi mondiale e dei limiti della propria stessa strategia. Così come è chiaro che le molteplici spinte ad aggiustare i vincoli troppo rigidi del Patto di Amsterdam e Dublino, e una certa qual tolleranza sugli `sforamenti’ dei disavanzi, non preludono affatto al rinsavimento. Non appena la crescita ripartisse> abbiamo dunque da attenderci un balzo verso 1’alto del costo del danaro, e il tentativo di applicare la `finanza sana’ allo Stato con più violenza.
Da tempo scriviamo che, senza più 1’arma del cambio, rinunciando a politiche industriali attive, in mancanza di interventi strutturali sul sistema creditizio opposti a quelli che vengono oggi caldeggiati – insomma, senza rompere sia con coloro che vogliono liberalizzare per liberalizzare (1’orientamento neo-liberale) sia con coloro che vogliono liberalizzare per ri-regolamentare (1’orientamento social-liberale) – le uniche variabili di aggiustamento agli squilibri regionali e di produttività nell’area europea non possono che essere ritrovate, quale che sia il colore dei governi, nella flessibilità del costo e dell’uso della forza lavoro. E da tempo aggiungiamo che le riforme `strutturali’ nel mercato del lavoro una semplice parentesi, e nei problemi dell’Europa la conseguenza delle non superate `rigidità’. I1 secondo sottolineerà come la liberalizzazione e la globalizzazione, comunque necessarie, siano positive solo se governate e orientate a una qualche forma di redistribuzione. Nella sinistra radicale, come ho anticipato, potremmo vivere forse una qualche reviviscenza della tesi della `fine del lavoro’. Vi sarà qui senz’altro il riaffacciarsi con più forza delle posizioni puramente redistributive, come quella del reddito di esistenza o della riduzione d’orario di lavoro a parità di salario. Tutte argomentazioni, queste, che nella nuova crescita capitalistica degli anni ’90 non hanno mai visto, in fondo, contraddizioni interne e insanabili più di tanto, e che, come gli orientamenti più moderati, in fondo mitizzano il modello americano della nuova economia, assunto a paradigma dell’evoluzione necessaria e lineare del capitalismo.
II ritardo europeo darà invece, e all’opposto, più eco agli argomenti di chi pensa che il problema si riduce alla politica della BCE e al Patto di stabilità. Che il capitalismo sarebbe oggi (ma a bene vedere sempre) ineluttabilmente `parassitario’. Che in realtà il problema si ridurrebbe alla dittatura dei creditori. Fatti saltare quei due pilastri di un orientamento recessivo delle economie europee, proceduto all’eutanasia del rentier, tornati a un sano kevnesismo, liberata 1a conflittualità sociale, chiarito alle masse che il sistema è governato da soggetti privi di qualsiasi legittimazione e le cui scelte sono, puramente e semplicemente, quelle della stagnazione, sarebbe aperta la strada ad un’era in cui tutto è possibile.
Il discorso che precede, pur condividendo le critiche al disegno macro-economico dell’unificazione europea, va tutto in un’altra direzione, perché tiene conto della novità e della pericolosità del modello americano; come anche delle ragioni profonde della crisi irreversibile del keynesismo così come lo abbiamo conosciuto, e del conflittualismo così come lo abbiamo sperimentato. Il capitale non è parassitario. Procede piuttosto lungo la via di una crescita disegualitaria e instabile. Ad essa la finanza è funzionale, è parte essenziale di un processo (distorto) di produzione di ricchezza, e a suo modo capace di indurre o imporre consenso e integrazione. Far saltare, come si deve, la camicia di forza di Maastricht è sicuramente necessario, ma non basta. Se non si accompagna a un orientamento strutturale diverso della ripresa, infatti, la rottura del quadro neoliberale è illusoria – e appunto, 1’esperienza degli Stati Uniti degli ultimi anni è lì a dimostrarlo. In Italia – dove i problemi dell’apparato industriale sono quelli di cui diceva Gallino sul precedente numero della «rivista», dove la ripoliticizzazione del sistema creditizio fa passi da gigante promossa dalla destra, dove Maastricht è una cattiva parola per i nostri governanti più che per 1’opposizione, dove la recente inflazione denota 1’impellenza di interventi sulla composizione dell’offerta oltre che della domanda – non stiamo dicendo granché di intelligente. Difatti, lo diciamo da tempo.
Ha ragione Magri nel suo editoriale di due fascicoli fa, è necessario tentare “una politica economica di sostegno allo sviluppo produttivo» e arealizzare una distribuzione del reddito un po’ più equa”difendendo i diritti socialii riformando il Welfare in senso universalistico, legando la revisione del Trattato di Maaastricht e del Patto di Amsterdam-Dublino (esclusione degli investimenti dal computo del disavanzo per dare più margini di elasticità alla politica anticiclica) a una nuova programmazione pubblica, che si impegni sui terreni strutturali della politica industriale, della politica dell’energia, della politica ambientale, della politica dell’istruzione (per dare il segno di una diversa composizione dell’offerta a una politica di piena occupazione). E ha ragione di non preoccuparsi della qualifica di `riformista’ a un approccio del genere. Sono tra quelli che non credono che questo sviluppo capitalistico tolleri alcun riformismo forte nel senso indicato da Magri. Penso però che, se una inversione radicale di rotta le lotte sociali e la politica riusciranno ad imporla, ciò che ne risulterà è un nuovo capitalismo riformato, instabile, dentro cui giocare la partita del conflitto tra le classi su un altro, migliore terreno. Niente di più. Ma niente di meno, salvo una rivoluzione passiva.
Il problema è: come arrivarci. Si è sperimentato quello che sapevamo da tempo: la crisi economica, la delegittimazione sociale di questo capitalismo non bastano. Nel segno di una causazione ideale dei processi di trasformazione sociale, non può non avere il suo peso la chiarezza sulle contraddizioni attuali, e su quale sia l’agenda della politica economica alternativa. Ma qui, si deve dire, da anni si riproduce lo stesso dibattito, indipendentemente da ogni riscontro di realtà, che avrebbe dovuto liberare il campo. Non c’è da stupirsi dell’ineffettualità della sinistra, anche della `nostra’ sinistra, se le lezioni squadernate dagli eventi di questi anni non sono apprese, e si procede come se niente fosse.
Sembra che le sinistre vadano a un nuovo accordo per scalzare Berlusconi. Ed è probabilmente vero che la sconfitta del Polo delle Libertà, pur non certa, è ormai nel novero delle probabilità realistiche, salvo gravi errori del fronte opposto. Peccato che tutto ciò avvenga nella confusione più totale delle lingue sul terreno dell’analisi del capitalismo e dell’alternativa propositiva. Il peccato è più grave per la sinistra che si vuole di alternativa. Perché a un tavolo di discussione programmatica con il centro-sinistra ci si presenta per andare a dei compromessi. È però difficile capire quali siano accettabili e non pura e semplice capitolazione, se sul terreno dell’analisi e – dunque – dell’intervento necessario e possibile, persino tra le proprie fila regna la babele dei linguaggi. E se la sinistra radicale si presenta con un profilo incerto su quella che è la sua idea di come cambiare 1’economia e la società, di come interrompere il declino italiano ed europeo. A quel punto, e quel punto temo si sia superato, non si tratterà più di compromessi, ma di convenienze.