IDEE A CONFRONTO

UNA SOCIETA CHE FABBRICA CAPRI ESPIATORI È PIÙ SICURA?
di Filippo Miraglia

Quello della sicurezza è un argomento molto serio e riguarda la vita di tutte le persone, soprattutto di quelle socialmente più deboli. Ed è vero che non è un tema né di destra né di sinistra. Ma è addirittura banale chiedere, a chi fa queste affermazioni, qual’è la conseguenza di questa constatazione.
DESTRA E SINISTRA.
COSA FA LA DIFFERENZA
II fatto che si tratti di un argomento di interesse pubblico consente di dare qualsiasi risposta e di sentirsi nel giusto? Al contrario, proprio perché la sicurezza è un “bene pubblico”, il modo in cui ci si occupa di questa materia, la risposta alla domanda di sicurezza, fa la differenza tra un sindaco e un altro, un’amministrazione e un’altra, un governo e un altro.
Sul fatto che in Italia ci sia un problema di sicurezza tale da giustificare il ricorso alla decretazione d’urgenza e un allarme come quello lanciato da sindaci e politici e rimbalzato sulle pagine dei giornali in maniera così forte, è cosa assai discutibile. Tuttavia, senza occuparci di questo e assumendo la giustezza dell’allarme sicurezza, proviamo a capire quali risposte si possono dare e come queste possano tenere conto – come ogni buon amministratore e politico dovrebbe sapere – di interessi diversi presenti nella società.
COME SI AFFRONTA
LA MICROCRIMINALITA
Se l’allarme sicurezza, la domanda di sicurezza, riguarda la microcriminalità presente nei quartieri “difficili” delle nostre città [cosa negata dai dati del ministero dell’Interno che, come è noto oramai a tutti, parlano di diminuzione oltre che degli omicidi anche dei cosiddetti reati predatori, scippi, rapine e furti), sarebbe utile intervenire in questi quartieri rafforzando e coordinando la presenza sul territorio di operatori della sicurezza e anche di operatori sociali.
Infatti la risposta deve riguardare almeno tre ambiti: quello della repressione dei comportamenti criminosi, quello della prevenzione degli stessi e quello della rassicurazione dei residenti in quei quartieri.
Senza voler fare una graduatoria d’importanza tra queste differenti risposte, ad oggi l’intervento di chi ha responsabilità pubbliche si è concentrato solo su un frammento del primo ambito, ossia sulla repressione e il controllo di una particolare categoria di persone. Il sindaco o il ministro di turno sono partiti dall’assunto che all’origine della domanda di sicurezza ci sia un comportamento criminoso anomalo di un gruppo di persone (i rom e/o i rumeni, con una significativa confusione tra le due categorie] e che quindi sia necessario perseguitare quel gruppo, non perseguire quei comportamenti, per “riportare la tranquillità trai cittadini”.
Degli altri ambiti prevenzione e interventi per rassicurare le persone impaurite neanche l’ombra.
IL BUON SENSO
È ANTIMODERNO?
Anzi. C’è oramai una diffusa e significativa frattura nel tessuto democratico del nostro paese, fatto di mille esperienze concrete, di tentativi di trovare risposte positive ai problemi sociali, alla marginalità e al disagio. Sembra che oramai quel buon senso che ha guidato tanti amministratori pubblici verso la risoluzione di conflitti e problemi sia stato seppellito e che venga oramai considerato anti moderno.
Se c’è un problema in un quartiere, in una città, anziché ricercare una soluzione condivisa, che tenga conto dei diversi soggetti sociali, attraverso la paziente ricerca dei consenso, si cerca oramai soltanto il colpevole. Magari costruendolo a tavolino, facendo ricorso ad affermazioni stereotipate, tipiche del discorso razzista. In tal modo non solo non si danno risposte ma, con l’individuazione di un colpevole, del capro espiatorio, la paura viene alimentata.
INGIUSTIZIE E INSICUREZZA CRESCONO
Crescono, e stanno crescendo in misura davvero preoccupante, insicurezze e ingiustizie.
Soprattutto diventa “normale” fare ricorso ad affermazioni e discorsi esplicitamente razzisti, basati su verità considerate tali senza l’onere della prova, false evidenze.
La campagna di criminalizzazione dei poveri, dei migranti, dei rom, così come quella che criminalizza ogni forma di dissenso, si alimenta spesso di discorsi che invertono i ruoli.
Muoiono dei bambini in un campo rom e immediatamente le “cause evidenti”, in tutti gli interventi autorevoli, sono da ricondurre all’appartenenza a quel gruppo. Non si è vittime del degrado, dell’esistenza di campi in cui migliaia di persone, soprattutto bambini appunto, vengono segregati di fatto dalla nostra società e dall’assenza di interventi sociali che li riguardi.
Si diventa colpevoli in quanto appartenenti a un gruppo che `non si vuole integrare”. Affermazione questa, basata su assunti che non richiedono alcuna dimostrazione. Soprattutto non necessitano dell’intervento dei diretti interessati, la cui volontà viene “interpretata” da chi non gli ha mai rivolto la parola. In tal modo quei bambini, per la morte dei quali tutti sembrano indignati, diventano colpevoli perché appartengono a un gruppo “che non vuole rispettare le regole”.
Ragionamenti analoghi – e quelli sui rom sono forse tra i più diffusi e radicati – si propagano come la peste e investono nuove categorie di capri espiatori. I lavavetri, dei quali si dice che siano vittime del racket, anche qui contrariamente a quanto dimostrato finora dalle indagini realizzate in questa direzione, diventano colpevoli e si cerca di inventare addirittura un reato specifico che possa consentire di portarli davanti a un tribunale e/o di espellerli.
1 lavoratori irregolari, sfruttati da datori di lavoro che li impiegano “in nero”, magari ricattandoli, dopo campagne altisonanti contro lo sfruttamento e la cosiddetta nuova schiavitù, vengono inseguiti sui cantieri di lavoro ed espulsi.
La lista potrebbe continuare. Sarebbe utile chiedere a chi oggi governa a tutti i livelli se una società che trasforma le vittime in colpevoli e in facili capri espiatori, promuovendo la discriminazione per fermare il razzismo e criminalizzando i più deboli in nome della difesa dei più deboli, sia una società più giusta e più sicura, 0 forse si rischia di produrre mostri, di alimentare paure, violenze, frammentazione e ingiustizia sociale?

INSICUREZZA SOCIALE, POLITICHE SECURITARIE E RAllISMO POPOLARE
di Alfredo Alietti

Provare a contrastare dialetticamente l’equazione criminalità, insicurezza e immigrazione assume i contorni di una vera e propria lotta di Sisifo. Gli argomenti utilizzati per mostrare l’inconsistenza di tale ragionamento si scontrano con la forza del luogo comune oramai penetrato nel profondo dell’immaginario pubblico. Indubbiamente, la reiterata minaccia di un’immigrazione selvaggia e senza controllo, da cui bisogna difendersi, propagandata dalle istituzioni governative e dal sistema dei partiti, ha diffuso un panico morale i cui caratteri negativi sono accentuati dal sistema dell’informazione.
LA BASE MATERIALE DEL RAZZISMO POPOLARE
La conseguenza di tale perverso intreccio tra politica e mass-media determina un sapere generalizzato nei confronti delle popolazioni straniere, sovente caratterizzato da toni xenofobi e razzisti. Tuttavia, dovremmo chiederci se questa rappresentazione, pur determinante, sia sufficiente a capire la graduale trasformazione dell’ideologia razzista contenuta nei discorsi delle élites politico-culturali in un razzismo ordinario che sostiene il risentimento verso chi non ha né le qualità culturali, né il diritto di vivere con e tra “noi”. Infatti, se ciò fosse ascrivibile esclusivamente a tale logica potremmo individuare con maggiore attenzione strumenti efficaci per contrastare questo fenomeno.
Appare opportuna, quindi, una riflessione più ampia che tenga conto dei profondi mutamenti occorsi nel sistema sociale ed economico, i quali favoriscono l’accoglienza di istanze di rifiuto soprattutto tra le classi popolari. A tal proposito, è opportuno richiamare alcune analisi, tra cui
quella avanzata alla fine degli anni Ottanta da Balibar il quale evidenzia nel passaggio alla cosiddetta società post-industriale un mutamento di prospettiva nel rapporto con l’immigrato.
Tale rapporto non è più dominato dallo sfruttamento unilaterale, ma dalla concorrenza sul mercato del lavoro in un contesto di crescente disoccupazione e precarietà lavorativa, dalla comune esperienza di progressiva pauperizzazione e dalla formazione di ghetti urbani in cui è accolto un esercito industriale di riserva mu(tietnico. Conseguentemente, per Balibar, l’immagine emblematica del lavoratore immigrato/a come sottoproletariato urbano diviene uno dei fondamenti del razzismo popolare. Lo status sociale svalorizzato e vulnerabile dell’immigrato raffigura ciò che molti operai e impiegati autoctoni temono un gior no di poter diventare, o lo stanno verosimilmente già sperimentando. Qui agisce l’interiorizzazione dell’implicito neoliberista per cui le dinamiche di precarietà economico/sociale sfuggono o non sono di pertinenza della politica, altra questione su cui l’elite politico/culturale di cui sopra ha lavorato con sollecitudine negli ultimi due/tre decenni.
Il dover condividere le scarse risorse occupazionali, l’accesso all’alloggio e ai servizi sociali diviene il segno tangi~ bile della degradazione della propria condizione sociale. Seguendo il ragionamento diventa difficilmente ipotizzabile tracciare in seno alle società europee una netta linea di demarcazione tra un parte degli autoctoni più esposti all’incertezza socio/economica e parte della popolazione immigrata. In questo senso non sarebbe tanto la differenza con gli immigrati a essere un problema, quanto piuttosto la similitudine delle loro condizioni che diventa una delle fonti del razzismo popolare [15. Balibar, Lo stesso o l’altro? Per un’analisi del razzismo contemporaneo, “La Critica Sociologica”, n. 99, 1991).
Tali condizioni non rappresentano più la forza capace di costituire una soggettività politica bensì il terreno su cui si costruisce un nuovo ordine sociale che produce identità fortemente conformiste e intolleranti nei confronti di qualunque materializzazione della differenza.
GLI EFFETTI DELL’INSICUREZZA E DELL’ESCLUSIONE SOCIALE Sullo stesso piano, più recentemente Robert Castel nella sua discussione sull’insicurezza sociale mostra come essa produca nei ceti collocati al fondo della scala sociale un risentimento, quale risposta collettiva a un malessere sociale, indirizzato a quei gruppi altrettanto deprivati come gli immigrati. Le ragioni di una marginalizzazione socio-economica trovano il loro fondamento in un discorso di superiorità attraverso l’odio e il disprezzo di matrice razzi sta [R. Castel, L’insicurezza sociale, Einaudi, Torino, 2004).
Inoltre, si pone la questione di una prossimità spaziale, legata ai flussi insediativi nel contesto della città che induce un ulteriore rafforzamento dell’antagonismo interetnico. Nella maggioranza delle situazioni l’accesso al patrimonio abitativo, privato e pubblico, da parte delle popolazioni migranti avviene all’interno di habitat già degradati, percorsi da processi di esclusione sociale. Quindi, l’emergere di un razzismo popolare appare tipico di situazioni concorrenziali tra soggetti sfavoriti, all’interno di una comune segrega – zione residenziale e sociale [V. De Rudder, Le relazioni interetniche in situazione di coabitazione, “La Critica Sociologica”, n. 89, 1990).
UNA PRESENZA
CHE “PONE PROBLEMA”
In questa cornice contrassegnata dalla crisi, le rappresentazioni pubbliche negative dello straniero nella sua esclusiva dimensione deviante non hanno difficoltà a penetrare profondamente all’interno delle classi più prossime socialmente e spazialmente. Da alcune ricerche svolte a Milano in alcuni quartieri popolari con un visibile insediamento di famiglie immigrate emergono con chiarezza le relative difficoltà ad accettare una presenza che “pone problema”. Nelle narrazioni degli autoctoni sulla loro quotidianità multiculturale viene enfatizzata l’idea che il degrado ambientale sia da ascrivere in gran parte all’arrivo degli immigrati. il non sentirsi più a casa propria, la percezione di comportamenti fuori dalla norma e della diffusione di attività illegali tendono a strutturare un ordine del discorso che riproduce una distanza a livello simbolico e al contempo rafforza una identità difensiva dei propri “privilegi” in quanto italiani. Il corto circuito ideologico che prende sostanza è riassumibile nella frase: l’immigrato mi può privare del lavoro oppure se non mi priva del lavoro fa del mio lavoro un lavoro da immigrato; oppure, l’immigrato mi può privare di uno spazio (la casa) oppure se non mi priva di questo spazio fa del mio quartiere un quartiere degradato, insicuro, pericoloso. Questo non significa assumere come dato di fatto l’assenza di pratiche di scambio e di dialogo, o che il conflitto sia l’esito scontato delle relazioni interetniche in questi contesti, piuttosto segnala il consolidarsi e la legittimità di atteggiamenti pregiudiziali.
L’INUTILITA DI UNA PEDAGOGIA ANTIRAllISTA
Tornando alla questione iniziale, questo breve excursus chiarisce meglio il perché delle difficoltà di contrastare il clima ostile all’immigrazione in generale e alla convivenza interetnica in particolare. Il regime securitario che da tempo si è instaurato risulta un potente dispositivo di governo della società che cela le vere ragioni di un disagio, in gran parte vissuto all’interno delle classi subalterne, che trova nel razzismo e nella xenofobia una valvola di sfogo. Tale regime alimenta la costruzione di comunità della paura animate, come anticipato, dal rancore, le quali sostengono politiche marcate da un iperlocalismo che annulla di fatto un progetto alternativo di società nel suo complesso.
Il deficit di cittadinanza vissuto da una parte degli autoctoni, e prerogativa delle popolazioni immigrate in sé, non assume un valore politico in grado di mobilitare per cambiare gli indirizzi di politica sociale ed economica, o per riaffermare diritti che nel tempo si sono trasformati in progetti di riqualificazione urbana, o peggio di solidarietà. Di conseguenza, sembra del tutto inutile e quanto mai velleitario pensare di intervenire mediante una sorta di “pedagogia anti-razzista” che non scalfisce le dinamiche di esclusione e non riempie il vuoto di politiche di sicurezza sociale ed economim ca alla base del razzismo.
QUALE ANTIDOTO ALLA DERIVA RAZZISTA?
La responsabilità delle forze politiche di sinistra è fondamentale. Il patrimonio di sapevi, strategie, progettualità, lotte attivatosi nei decenni precedenti dentro la realtà dei quartieri popolari appare qualcosa di lontano e indistinto. Ritornare a quella “politica” nei termini del lavoro sul campo e della rappresentanza degli interessi di chi è più vulnerabile può essere un valido anti doto alla deriva razzista che sostiene dal basso le logiche securitarie.- Partire da quei luoghi dove si sperimentano le difficoltà del multiculturalismo nel suo dispiegarsi e in essi trovare le ragioni di una visione comune dei problemi rappresenta un passaggio ineludibile. Ovviamente, questo agire politico non è la soluzione magica. Da un lato, vi è la questione di ricostruire un tessuto di partecipazione, che non sia meramente uno strumento contingente di consenso elettorale. Dall’altro, il razzismo nelle sue molteplici forme non è un accidente di percorso, oppure una specie di patologia psico-sociale, ma un fenomeno sociale e collettivo ben radicato. Ciò significa avere consapevolezza di un compito faticoso che consuma tempo e i cui effetti positivi non sono assolutamente scontati, nondimeno di fronte agli eventi di cui siamo testimoni può valere la pena provarci.

LA DERIVA SECURITARIA E COME COMBATTERLA
di Lorenzo Guadagnucci
“La sicurezza non è né di destra né di sinistra” è fra le espressioni più ricorrenti nel dibattito politico degli ultimi mesi.
In una variante, al posto di sicurezza compare il vocabolo legalità, ma il concetto non cambia: sindaci, assessori e leader politici di quasi tutto l’arco costituzionale, ma in special modo quelli collocati nel centrosinistra, ripetono questo slogan facendo intuire di considerarsi moderni, senza pregiudizi, pragmatici, orientati al fare e a soddisfare i veri bisogni dei cittadini e delle nostre comunità.
A me ogni volta, chissà perché, viene in mente un passaggio del libro di Marco Revelli Sinistra destra, identità smarrita, nel quale si descrive la “destra bonapartista francese” nelle sue più recenti espressioni. Si tratta di una destra radicale e vitalista, “rivoluzionaria”, che a dire di Revelli è un “trionfo ossimorico”, perché è al tempo stesso gerarchica e populista, iperindividualista e ultracomunitaria. “Non stupisce”, scrive dunque Re-velli, “che questa ‘terza destra’ non cessi di definirsi ‘al di là’, o meglio ‘al di sopra’ della distinzione destra/ sinistra, sintesi degli opposti a simbolizzare l’unità organica”.
“NÉ DI DESTRA, NÉ DI SINISTRA”: UN ASSIOMA DI DESTRA
La citazione di Revelli, sia ben chiaro, è poco più di un pretesto: non si tratta di ascrivere i sostenitori della “sicurezza bipartisan” alla fazione della `terza destra” bonapartista, ma lo spunto è utile a inquadrare il tema e stabilire qualche punto fermo. Il primo è che l’affermazione “né di destra né di sinistra” è per definizione un assioma di destra, di una destra intesa nel suo senso più puro, quindi più vicino al primo che al secondo elemento lungo l’asse diseguaglianza-eguaglianza, che è il “misuratore” più convincente della distinzione fra i due poli del panorama politico. Sono i politici di sinistra (o di centrosinistra) a sentire il bisogno di identificare i temi della sicurezza (e della cosiddetta legalità) come neutri, perché soffrono nel riconoscere in se stessi, e nelle proprie scelte, orientamenti tipici della cultura politica della controparte. Ma di questo si tratta: raramente un sindaco, un assessore, un leader politico di centrosinistra ha proposto qualcosa, sul tema della sicurezza urbana, nazionale e internazionale, che non faccia parte dell’armamentario teorico e pratico della destra.
IL NEOLEGHISMO
DEL PARTITO DEMOCRATICO
Il secondo punto fermo, legato al primo, è che su questi temi la cultura democratica è come paralizzata. Quella fetta del centrosinistra uscita dalla filiera Pci-Pds-Ds sembra avere eliminato dal proprio immaginario gli storici riferimenti all’eguaglianza fra le persone e al diritto degli ultimi a cercare l’emancipazione, col risultato di “salvare” della propria tradizione politica solo le venature autoritarie, che in questo modo diventano oscene: uomini politici svezzati e cresciuti nel partito che si riteneva espressione del movimento operaio si ritrovano a braccetto con amministratori post fascisti e di matrice leghista, in un’imbarazzante condivisione di intenti e di… delibere. È andata un po’ meglio ai politici usciti dalla filiera un tempo concorrente e oggi alleata Dc-Partito popolare-Margherita. La cultura del cattolicesimo democratico è sopravvissuta meglio di quella comunista alle intemperie della storia, perciò gli sbandamenti sono minori: oggi sono i sindaci e gli assessori ex Ds quelli più attivi nella pratica neo-leghista tutta legge e ordine; chi proviene dal mondo cattolico è probabilmente più saldo nei valori e più coerente sul piano dell’azinne. Il risultato, tuttavia, cambia una lotta minuta, quasi invisibile, ma poco: il Partito democratico ha deci- fondamentale. All’estremo opposto, so di superare ogni remora sul tema sul lato istituzionale, l’azione delle della sicurezza e di accettare che sinistre e di tutti quelli che non accetquesto sia ai primissimi posti nell’o- tano di ridurre a un discorso di
genda politica locale e nazionale, con “legge e ordine” i problemi del nostro tutto quello che ne consegue. Siamo tempo, è stata largamente insuffial culmine di una campagna cultura- ciente. Le campagne autoritarie le che affonda le radici nel primo sulla sicurezza si combattono come leghismo: sotto questo profilo Um- si combatte il razzismo: dimostrando berlo Bossi sta cogliendo un succes- che sono insensate e ingiuste e che i problemi vanno inquadrati in tutt’al
tro modo.
UNA LOTTA A PARTIRE DALLA VITA QUOTIDIANA
Deve essere una lotta senza quartiere a partire dalla rivendicazione della trasparenza: oggi non sappiamo quanti soldi vengono spesi in videosorveglianze, grate e cancelli, polizie pubbliche e private. Ancora meno sappiamo dell’efficacia – più che dubbia, a giudicare da certe ricerche condotte all’estero – di simili misure securitarie, che andrebbero invece messe sotto stretta osservazione. È un lavoro politico tutto da inventare ma non può essere trascurato, a cominciare dalle aule parlamentari.
In mezzo a questi estremi – l’azione molecolare nella vita quotidiana e quella all’interno delle istituzioni – c’è un enorme spazio sociale e culturale che va riempito di democrazia, di lotte di base per l’eguaglianza e la tutela dei diritti umani e civili, per azioni di rivendicazione e di testimonianza fin un panorama morale e culturale così degradato, anche la protesta di pura testimonianza ha un valore etico e simbolico enorme), per programmi culturali di conoscenza del diverso e di denuncia dell’involuzione autoritaria delle nostre democrazie.
Sono in ballo i diritti di tutti e non c’è tempo da perdere. Svegliamoci

PERCHÉ IL LAVORO DIVENTA “MIGRANTE”?
di Fabio Raimondi
Come mai quando il lavoro diventa migrante, cioè nero, precario, pericoloso, malpagato, denigrato, ricattab~ le e sfruttato, aumenta la richiesta di politiche sicuritarie e rispunta il razzismo come loro supporto ideologico? Bisognerebbe chiederne conto a tutti coloro, attuale governo compreso, che in questi anni hanno ad esempio aumentato le spese militari e proposto politiche sicuritarie sull’immigrazione. Una delle prime cause, infatti, del crescente sfruttamento del lavoro, immigrato e non, causa a sua volta dell’aumento del l’immigrazione irregolare – la sola che può accettare salari da fame e il rischio di morire per averli – sta proprio nel continuo sottrarre risorse alle politiche sociali e del lavoro
MANODOPERA A BASSO COSTO E IN-SICUREZZA
Il lavoro diventa migrante perché il capitale può aumentare l’estrazione di plusvalore solo stroncando l’opposizione operaia, la sua capacità di resistere e organizzarsi, creando concorrenza nel mercato delle braccia attraverso l’importazione di manodopera a basso costo e di poche pretese, a volte già esistente da qualche parte del mondo, altre volte producibile usando un po’ di bombe. La forza-lavoro a basso costo, entrando in concorrenza con quella operaia, più o meno garantita, locale, produce una tendenza al ribasso dei costo del lavoro a cui si aggiungono un peggioramento delle condizioni lavorative e delle prestazioni sociali. Per accaparrarsi il poco lavoro che c’è si combatte a suon di ribassi cedendo sempre più diritti in cambio di salario. I sindacati tacciono, mentre precarietà e disoccupazione crescono. La criminalità organizzata può assoldare nuova manodopera a costi stracciati e i crimini cominciano a crescere. Qualche caso di criminalità comune gonfiato da servili mass-media serve a diffondere il panico e a suscitare un’isterica richiesta di sicurezza. I sondaggi e le statistiche confermano che l’insicurezza è cresciuta perché la criminalità è realmente in aumento. Gli investimenti in sicurezza (dalle telecamere ai poliziotti di quartiere, dai Cpt agli accordi bilaterali per pattugliare le coste] vengono giustificati quali risposte ai bisogni dei cittadini. Le minori risorse per istruzione, sanità, trasporti, pensioni, energia e sicurezza sui lavoro generano aggravi di costi che vengono scaricati sul lavoro, costringendolo a diventare sempre più nero, precario, pericoloso, malpagato, denigrato, ricattabile e sfruttato. E il cerchio è chiuso. Se a questo aggiungiamo l’abitudine dei nostrani capitani d’industria, soprattutto nelle piccole imprese, a non reinvestire i profitti in attività produttive in attesa del paternalistico aiuto dello stato, odiato per la burocrazia e le tasse ma amato per la prodigalità con la quale restituisce quanto preleva, non è difficile capire perché si cerchi di tagliare ancora il costo del lavoro, perché le file di migranti, nei distretti industriali come nelle campagne, crescano in proporzione all’abbassarsi della paga corrisposta, perché la delinquenza comune [italiana e straniera] sia in aumento o perché la corruzione e le truffe stiano diventando un modo per risolvere il problema della quarta settimana del mese. Più soldi alle forze dell’ordine è ottusa demagogia: la sicurezza si ottiene solo restituendo dignità economica e politica al lavoro. E questo deve ricominciare a lottare per riprendersela.

CONTRO L’IDEOLOGIA ITALIANA
di Gianluca Paciucci

L’ideologia italiana negli ultimi anni si è rafforzata fino a diventare un bastione possente, una “corazza caratteriale” – per dirla alla Wilhelm Reich – che riveste il paese e cancella/esclude/umilia le anomalie di individui e di interi gruppi sociali.
DUE FRASI DA SCOLPIRE NEI MARMI
Due frasi andrebbero scolpite nei marmi – spesso orrendi, esteticamente da far saltare – di cui si è riempita la Penisola: quella del con – tractor (è così che si deve dire) Fabrizio Quattrocchi, tragicamente ucciso a Baghdad il 14 aprile 2004, che ai suoi assassini disse “ora vi faccio vedere come muore un vero italiano” – scelgo la versione più diffusa; e quella dell’assessore regionale di Alleanza nazionale Pier Gianni Gasperini che, dopo la strage di Erba affermò che “per sgozzare un bambino deve essere un animale, quindi non può essere uno di noi. La modalità è tipicamente islamica, fondamentalista e integralista” (1). È così che un italiano muore, con dignità e coraggio (come muoiano gli iracheni da trent’anni a questa parte per dittatura, guerre s angui- nosamente umanitarie, embargo, povertà, mancanza di cure mediche,
autobombe etc. ci interessa poco]; ed è così che un italiano non uccide: noi uccidiamo con cura, con garbo, lindamente e proprio se non se ne può fare a meno. Che poi a compiere il massacro di Erba siano stati due padani pressoché puri, dú di nost, come titolò “La Padania” [noi e gli altri, come nelle più spaventose culture tribali], non ha cambiato di molto il pensiero profondo: le responsabilità oggettive sempre saranno attribuite a Azouz Marzouk, spacciatore tunisino, canaglia per natura e nuovamente messo in carcere in fine 2007 – come volevasi dimostrare, avrebbero aggiunto certi vecchi professori.
COME MUOIONO E UCCIDONO GLI ITALIANI
Si toccano qui i limiti della vita e della morte, le due soglie, l’ingresso e l’uscita dalla vita, e la potenza dell’essere umano di gestirli, quasi fosse una divinità. Queste frasi, brutali e nette, grondano di compiacimento, e di rimozioni: non è vero che l’Italia sappia solo coraggiosamente morire, dato che essa ha saputo e sa anche barbaramente uccidere. L’Italia ha partecipato in prima linea agli orrori dei Novecento, dalla macelleria della prima guerra mondiale, vero spartiacque tra il Passato e il Presente perenne in cui viviamo, ai totalitarismi, alle guerre di aggressione contro altri popoli tra le imprese coloniali e il 1942 (Eritrea, Libia, Etiopia, Jugoslavia, Grecia, Albania, Russia], guerre in cui gli italiani brava gente hanno devastato/stuprato/ammazzato/deportato, fatto terra bruciata, usato gas micidiali: gli italiani, in prima persona, italiani che non vanno salvati dalle loro responsabilità seguendo l’intuizione crociana del fascismo come “parentesi”, adottata dal regime repubblicano a partire dalla Liberazione, e quindi sostanzialmente innocenti, a differenza dei criminali tedeschi (tout court nazisti). Italia eternamente “badogliana”, orribilmente trasformista, che si autoassok ve e continua. Come sono morti gli italiani in Jugoslavia, Albania o Russia so da letture e testimonianze e dalle pagine di Mario Rigonfi Stern e di Nuto Revelli, implacabili accusatori delle nostre guerre di aggressione. Come invece gli italiani hanno ucciso o uccidono pochi sanno dirlo: la nostra è stata una delle più riuscite operazioni di ripulitura e riciclaggio politico/culturale di tutti i tempi. Che singoli o gruppi di italiani abbiano operato con giustizia anche in momenti estremi, deve essere riconosciuto, ma questo non può cancellare la sorte riservata ai patrioti e alle popolazioni civili in Libia, in Etiopia e in Jugoslavia, a quei bambini ebrei jugoslavi portati a morire nel lager italiano di Rab/Arbe (2), e non può far dimenticare le leggi razziali del 1938, favorite dall’antisemitismo latente nei paesi cristiani – peraltro ancora attivo, nonostante un filosemitismo di facciata che è solo una presa d’atto della forza politica e militare dello Stato di Israele, e i crimini di Salò.
LA CACCIA AGLI UBRIACHI, SOLO SE ROM
Tutto questo ci porta all’oggi, alle stratificazioni del pensiero che producono ideologia e pregiudizi, che raschiano il fondo del barile del nostro orgoglio e lo sputano contro l’altro, sotto forma di “missioni di pace” (ed esportazioni d’armi made in ltaM o di campagne securitarie. L’ipocrisia dell’ideologia egemone farebbe saltare sulla sedia ogni onesto liberale e gli insulti che uomini politici e intellettuali riversano contro ogni differenza/diversità sarebbero da antologia, se non ci fosse stato quell’azzeramento del pensiero critico generante apatia, oppure atti unici di rivolta. Noi ci riteniamo un popolo di assassinati, sia pure a maggior gloria del capitale, come nella tragedia di Martinelle [e giù lacrime postume e patriottarde per i minatori sepolti, “martiri” che spero imprechino dalle tombe contro i monumenti per loro eretti); mentre non siamo, non possiamo essere un popolo anche di assassini. È da qui che vengono le reazioni squilibrate a episodi di cronaca spaventosi, ma che una politica razionale e minimamente umana ha/avrebbe il compito di governare. Un ‘rom ubriaco al volante uccide 4 ragazzi italiani’ [ad Appim guano sul Tronto)? Rom vs italiani, quasi una volontaria/ scientifica pulizia etnica, altro che omicidio colposo! Parte l’indignazione nazionale, partono le ronde, le spedizioni punitive, e il campo rom dove risiedeva Marco Ahmetovic? viene raso al suolo in una
vera e propria rappresaglia.
Scrive a questo proposito Mario Marazziti: “… Tutti gli autori che hanno scritto Aelle ‘degenerazioni degli ebrei’ hanno alimentato la letteratura e le favole sull’istinto naturale a delinquere dei rom. Ma quando si rade al suolo un’intera baraccopoli zingara nelle Marche perché un ragazzo ubriaco (rom) ha investito dei poveri passanti, nessuno si scandalizza. E, per fortuna, nessuno rade al suolo il condominio dei ragazzi e delle ragazze ubriachi (non rom] che popolano le cronache delle ultime settimane…” (3). Un plauso a certa stampa borghese, ai Marezzati, Spinetta, Rondolino, che parole forti hanno scritto e che spero continueranno a scrivere (ma gli altri, i centrosinistra di “Repubblica”, certi esponenti “veltmnizzaú”, “cofferatizzati”, Milziade Caprili senatore di Rifondazione, in un’intervista penosa sempre a “Repubblica” (4), e certo senso comune, servizi del TG2, trasmissioni come “Porta a porta” o altre “innocue” del pomeriggio: sgangherate parole sparse], un plauso a “Liberazione”, al “Manifesto”, a “Carta”, e a tanti altri fogli locali/universali, cartacei o elettronici. Bruciare tutte le case degli “assassini”, ricorrere a punizioni collettive – come a Gaza -, sradicare il marcio da ogni casa, da ogni corpo, e ripetere l’operazione con sistematicità, con accanimento, ma risparmiando le case degli “italiani veri”, cioè degli indigeni (51? Questa sarebbe una soluzione, ma per attuarla occorrerebbero masnade armate di “cittadini indignati” guidati da sindaci amanti della legalità, possibilmente ex comunisti e/o leghisti neonazisti, accompagnati da esorcisti ratzingeriani come cappellani: ma non siamo a questo punto, vero?
LA GUERRA Al COLPEVOLI
DI NON-DEMOCRAZIA
Nel 2007 l’Italia ha visto crescere l’industria della devastazione (incendi apocalittici, spazzatura a mucchi per le strade della Campania, stragi d’operai come nell’Ottocento (6), dismissioni assassine – dalle mie parti, nel genovese, tra la Stoppavi di Cogoleto e l’Ilva di Comigliano tonnellate di rifiuti tossici vengono sparsi nell’aria e nel suolo e a mani nude certi proletari trasportano fanghi di veleni accelerando così la fine dell’industria pesante, nonché della propria vita), dello stupro in famiglia, dell’infelicità sessuale, delle malversazioni politiche (lotta di classe contro i poveri, spostamento di ricchezza verso i ricchi ed elemosine ai degni e meritevoli], del lavoro nero; e proprio in quest’Italia cresce la richiesta di “legalità” nei confronti di immigrati, lavavetri, prostitute e prostituti, mendicanti, vagabondi, richiesta guidata da sindaci di sinistra, da progressisti benpensanti – ovvero da gente che non vuole ragionare e che non sa governare fenomeni in fondo limitati, numericamente e per diffusione territoriale, e in ogni caso propri dell’attuale fase dello sviluppo (sic) capitalistico globale. Se nelle imprese coloniali la “conquista dell’altro” semplicemente avveniva nello sterminio e nell’assoggettamento, in quelle di casa nostra essa viene ridotta al secondo dei termini, non potendo per ora praticare altre forme, che pure attraggono: la deportazione di massa, i forni (la popolazione “esasperata” di Pavia questo avrebbe gri~ dato ai rom, “ai forni”, appunto, verbalmente ripercorrendo quanto politiche efferate, nazionalsocialiste o socialdemocratiche hanno praticato per tutto il Novecento, sterminio o sterilizzazioni – nella placida Svezia, ad esempio). Le democrazie poste davanti alle irriducibilità, ovvero alla vita complessa, sporca o esemplarmente pulita, ma sempre sgusciante: se è vero che mai una democrazia ha portato guerra a un’altra democrazia [vulgata neoliberista, da Galli della Loggia a decine d’ex ultrasinistra arrabbiati, ieri come oggi, ma dall’altro lato della barricata], è incontestabile che le democrazie hanno sempre portato guerra – con ragioni spietate e quasi mai condivisibili – a non schi, giapponesi, vietnamiti, nicaraguegni, serbi, iracheni ecc. da bombardare/redimere in quanto oggettivamente complici dei loro tiranni. Da noi, oggi,
i colpevoli di non democrazia sono gli immigrati, diversi nei costumi e perciò barbari, veri alieni che lavorano per noi ma che devono star lontani da noi, in uno sviluppo separato che non è più un’idea del passato ma conseguenza diretta delle dinamiche presenti (7).
“SECURITARI” SENZA ALIBI
Scena planetaria e italiana, nelle nostre strade: l’economia implacabile esclude masse crescenti di persone e ne include altrettante di schiavi, da noi come nei ricchi paesi del petrolio, in Cina come nelle Americhe; al tempo stesso crea differenze e assimilazioni, cooptazioni e allontanamenti.
Ricorro ancora una volta all’articolo sopra citato di Marazziti che scrive: “…il problema non sono i reati. Un paese normale colpisce i reati e neutralizza chi li commette. I reati dipendono dalla povertà e dalla marginalità, non dalla presunta ‘cultura zingara’. I numeri sono piccoli. Non c’è alibi a una politica seria di integrazione”. Ecco: non c’è alibi, una volta de-etniciz -zato # problema. Non c’è alibi per un popolo che riconosca il proprio originale contributo all’orrore del Novecento, che non si autoangelizzi, che non si senta depositario di un’anomalia positiva, di un’eccezione in realtà da sempre indecentemente folkloristica. Sbaragliare questa rozza ideologia italiana dovrebbe essere uno dei compiti di un’intellettualità diffusa e non disincantata, legata a movimenti numericamente consistenti oppure simbolicamente/ localmente rilevanti, tesa a contrastare quanto di velenoso ormai è penetrato – ma niente è irreversibile – nella pelle della nostra gente e in quella di molti di noi.

NOTE:
1) Questa e altre preziosissime indicazioni ho trovato in Pino Corrias, Vicini da morire, Milano, Mondadori, 2007, pp. 249, sulla “strage di Erba e il Nord divorato dalla paura”. Tragica lucida premonizione in Gianfranco Bettin, L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero, Milano, Feltrinelli, 1992, ora in Eredi. Da Pietro Maso a Erika e Ornar, Milano, Feltrinelli, 2006, pp. 224. Insieme alle parole di Gasperini, Corrias riporta quelle di Gasparri, Borghezio, Stiffoni, Castelli, e tante altre andrebbero ricordate: da sole basterebbero a tenerli fuori da ogni
civile consesso.
(2) Vedi almeno, nella imponente e trascurata bibliografia, Costantino Di Sante [a cura di], Italiani senza onore, i crimini i . n Jugoslavia e i processi negati (19411951), Verona, Ombre Corte, 2005, pp. 270, e Carlo Sparlato Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nel -l’Italia fascista (1940-1943), Torino, Einaudi, 2004, pp. 314.
(3) Marco Marazziti, Non c’è pace per i rom, “La Stampa”, 14-8-2007.
(4] Intervista al senatore Milziade Caprili pubblicata col titolo La gente è stanca dei rom, parola di comunista, “La Repubblica”, 5-11-2007.
(5) Per una riflessione su cittadino/indigeno v. Robert Castel, La discrimination négative. C»toyens ou Indigènes, Paris, Seuil, 2007, pp. 144.
[6] Con Prodi e Beriusconi, e certa stampa, «Il Sole24 ore” ad esempio, squallidamente a scoprire con parole che gridano giustizia che la classe operaia esiste, che vive male e muore peggio, dopo interi decenni in cui hanno sfacciatamente sostenuto il contrario. II paese intero si sarebbe dovuto fermare per vergogna, rispetto e rabbia. Così non è stato, nemmeno alla settima vittima della Thyssenkrupp, tra i fumi delle feste.
(7) Questo tema è stato ben sviluppato da Fabrizio Rondolino in un art. dal titolo Rom, qualcosa di sinistra, “La Stampa”, 9-11-2007.

Vendetta

Roma, 2 novembre: tre cittadini di origine rumena vengono aggrediti con bastoni e bottiglie spaccate da una decina di individui col volto coperto da passamontagna. Tra le inevitabili dichiarazioni di condanna una spicca per un lapsus particolarmente preoccupante:
“L’odio, le strumentalizzazioni di qualsiasi genere da qualunque parte vengano sono estranee ai valori della nostra comunità. Mentre siamo impegnati in un’azione difficile per tutelare la sicurezza dei cittadini voglio rivolgere un appello perché i toni e i comportamenti siano ispirati ai valori della convivenza civile e non della vendetta”.
Ora, i dizionari dicono che Vendetta indica un danno inflitto all’offensore per pareggiare un danno subito. E aggiungono che esiste anche la vendetta trasversale, compiuta dalla mafia colpendo non la persona direttamente ma i parenti. È difficile immaginare che i dieci col passamontagna abbiano subito un danno dai tre feriti. Difficile anche pensare a un senso di solidarietà con la povera signora stuprata e uccisa due sere prima, perché fra i dieci che per uscire di casa si dotano di passamontagna e bastoni e bottiglie spaccate è facile che ce ne siano, statistiche alla mano, di quelli che normalmente stuprano la compagna o altra familiare. Più facile immaginare che il raid razzistico sia stato incoraggiato da un senso di impunità preventivo: avranno pensato: se in alto si istiga all’odio razziale nei confronti di una nazionalità, perché pendersela con dieci cittadini che “si vendicano’
L’autore della dichiarazione (riportata da RaiNews 24) si chiama Walter Veltroni, ed è sindaco di Roma e segretario del Partito Democratico. Da mesi, su questi argomenti, emette comunicati preoccupanti: e di recente ha snocciolato una serie di reati attribuendola a una sola “matrice” (inquietante metafora naturalistica). È ora che i suoi elettori e vicini lo richiamino a un maggiore senso di responsabilità; che la smetta di dire che Roma senza i romeni era “la città più sicura del mondo”, e ammetta che suoi concittadini, con tutta probabilità eccitati dalla spettacolarizzazione che il governo ha impresso alla campagna securitaria anzi-rumeni, hanno compiuto un raid razzistico, di cui non sono i soli responsabili.
g-f