Idealità incomprimibili nelle contraddizioni del reale

Idealità incomprimibili nelle contraddizioni del reale

Marx oggi:
i compiti dei movimenti di liberazione e i loro presupposti teorici

Una tavola rotonda sulla attualizzazione teorico-politica del Marxismo
[Enzo Modugno, Vladimiro Giacché]

a cura di Gianmarco Pisa, Centro di Documentazione “Patrizia Gatto”, Napoli

Un’occasione preziosa. Non sono servite troppe premesse per “dare il la” alla tavola rotonda con Enzo Modugno e Vladimiro Giacché, all’inizio di aprile, alla vigilia dell’appuntamento delle elezioni politiche. In questa conversazione, che si è situata a cavallo di eventi rilevanti per il futuro della sinistra di alternativa, i temi chiave per l’attualizzazione della lezione di Marx sono venuti immediatamente alla luce: la centralità del conflitto capitale lavoro, l’esigenza di ri-appropriarsi dei contenuti autonomi del pensiero di classe e le nuove frontiere della trasformazione rivoluzionaria dello stato di cose presenti. Con un occhio anche alle proposte di riforma sociale che è necessario introdurre nel nostro Paese, dopo la devastazione democratica e il “deserto sociale” prodotto da cinque anni di governo delle destre e dagli effetti devastanti del neo-liberismo su scala mondiale, con tutto il portato delle sue contraddizioni, anarchia della produzione e pulsione alla guerra imperialista. Le contraddizioni del reale ci consegnano il compito di ripartire da Marx e di attualizzare il suo messaggio. Da lì parte l’esigenza di questo confronto con due delle figure più rappresentative del panorama intellettuale della sinistra comunista.

Per dirla con le parole di Vladimiro Giacché: “In Marx vedo tre “nodi” decisivi: una teoria scientifica e non moralistica dello sfruttamento, il conflitto capitale-lavoro e la centralità del lavoro salariato (tanto più importante oggi, quando i lavoratori salariati sono, in tutto il mondo, in numero molto maggiore rispetto al passato); e, infine, ma non certo per importanza, una teoria delle contraddizioni della società capitalistica, ineliminabili sul terreno del capitalismo stesso, le quali danno luogo alle crisi periodiche di sovrapproduzione e alla caduta tendenziale di saggio di profitto. Marx parlava di tendenze antagonistiche a tale caduta, tra cui le più importanti sono: la costruzione di nuovi mercati, e quindi la realizzazione tendenziale del mercato mondiale (cioè la mondializzazione capitalistica), e, ancora, la colonizzazione di tutti gli spazi di esistenza sino ad oggi sottratti al mercato”.

Marx, dunque. Da lì si parte.

1. Ma Quale Marx? Chiediamo anzitutto, ad entrambi i nostri interlocutori, un commento alla seguente affermazione di Marcello Musto (“Sulle tracce di un fantasma”, Roma, 2005), considerando, in particolare, che una teoria «non può proporsi, semplicemente, di “tornare a Marx”; deve farci sapere su quale Marx cade la scelta» [Giuseppe Prestipino]”:

Marx [quale] teorico del socialismo. L’autore che concepiva il socialismo come processo di auto-emancipazione della classe operaia. Il militante che ripudiava l’idea di “socialismo di stato”, al tempo già propugnata da Lassalle. Lo studioso che intendeva il socialismo come possibile trasformazione dei rapporti produttivi. Il rivoluzionario che mai s’illuse circa la natura antagonistica del capitalismo. Il caustico scrittore che irriderebbe agli ossimori alla moda, quali banca etica, impresa cooperativa o commercio equo e solidale.

Modugno:
La questione dell’innovazione del marxismo è molto interessante. Ancora oggi, ciò che pare essere in ritardo è l’individuazione delle categorie più elementari che Marx ha usato per analizzare il capitalismo. Se oggi di capitalismo si tratta, le categorie marxiane sono ancora all’opera e vanno correttamente identificate, soprattutto negli elementi più semplici: il lavoro e il mezzo di lavoro e come si sono trasformati. Quindi, basta dare queste risposte per riempire lo schema teorico marxiano, anche perché le interpretazioni correnti sono spesso fuorvianti. La più frequentata di queste vuole che la classe operaia ci sia ancora ma non nei Paesi capitalistici avanzati; ne consegue che i Paesi emergenti producono tutta la ricchezza e noi gliela sottraiamo. Ciò è vero solo in parte e richiede di comprendere con chiarezza cosa significhi produrre oggi e, di conseguenza, quali siano il nuovo lavoro e i nuovi mezzi di produzione: non c’è più la macchina termo-meccanica ma quella informatica, che richiede un lavoro molto diverso.
Marx era stato molto netto a questo proposito. Non questo o quel lavoro, ma lavoro tout court: è lavoro produttivo il lavoro che produce profitti, che si tratti “di un editore o di un produttore di salsicce”, come ha scritto nelle “Teorie del plusvalore”. L’impianto teorico che permette di valutarne il carattere è sempre lo stesso: si tratta in ogni caso di mezzi di produzione gestiti da proprietari capitalistici che assorbono lavoro. La società industriale, successiva all’arrivo del capitale industriale, si appropria, nella durata di un intero processo storico, dei mezzi di produzione degli artigiani, riducendoli ad operai. Il lavoro degli artigiani diventa lavoro produttivo di ricchezza, con la nuova figura del capitalista industriale che produce ricchezza appropriandosi del lavoro dei nuovi proletari, nucleo storico di classe operaia. Il nuovo lavoratore industriale perde così la sua virtuosità ed è ridotto ad appendice di una macchina che è di proprietà del capitalista.
Si pensi ora alla questione del “sapere”. Anche qui dopo un lungo processo storico, il capitale conquista un’altra sfera dell’attività umana, l’arte di vendere cognizioni, nata nella piazza del mercato di Atene: come il sofista di Platone, il capitale ormai “produce e vende cognizioni come qualsiasi mercante che venda cibi e bevande”. Queste cognizioni oggi diventano la merce più venduta, come mezzo di produzione, ratio calcolante, o come mezzo di godimento, “valanga di informazioni minute e divertimenti addomesticati”. Ma questo va di pari passo col completo svuotamento, con l’alienazione, con la separazione del nuovo lavoratore mentale da questa universalità delle conoscenze, divenuta la nuova ricchezza sociale “che egli cerca di far sua e dalla quale invece viene ingoiato”. Accumulata capitalisticamente, prodotta, scambiata, consumata produttivamente dalle nuove macchine, la conoscenza ormai gli si contrappone in questa forma, come condizione oggettiva della produzione che appartiene ad altri, dalla quale è stato separato e ridotto a sua appendice, a lavoratore precario.
Insomma, sta succedendo alla produzione di conoscenze ciò che successe alla produzione artigianale. Il vecchio proprietario fondiario aveva bisogno dell’aratro ma, acquistandolo dall’artigiano, si impoveriva: per arricchirsi doveva portarlo sulla terra. Allo stesso modo il capitale industriale aveva bisogno di conoscenze, ma per arricchirsi doveva portarle in fabbrica e far lavorare gli operai. Le nuove forme di capitale, invece, con le nuove macchine capaci di memoria e calcolo logico, possono fare profitti producendo, gestendo, distribuendo conoscenze. Dunque il nuovo lavoratore mentale tende a sostituire da un lato l’operaio e dall’altro il vecchio intellettuale (lo scienziato, il tecnico, l’ingegnere), ridotto a servitore di un complesso di macchine che incorporano la sua virtuosità. Ecco perché non è vero che nella società della conoscenza il cervello umano diventi il nuovo mezzo di produzione, come hanno sostenuto gli ex operaisti. Anzi, il cervello umano ne è escluso: nessuno userebbe più i calcoli del cervello di un ingegnere per costruire un ponte. L’intellettuale perde così la sua virtuosità che viene trasferita nelle macchine, esattamente come avvenne all’artigiano ridotto ad operaio salariato. Così impostata, la questione della produzione oggi lascia del tutto in piedi le categorie marxiane, indispensabili per capire chi sono i nuovi lavoratori addetti alle macchine delle tecnologie informatiche. Non c’è lavoratore oggi che non sia diventato in qualche modo un lavoratore mentale perché in qualunque ramo d’industria ha comunque sempre a che fare con una macchina che manipola segni.

Giacché:
Il mio Marx è prossimo a quello appena tratteggiato. In primo luogo, il processo descritto da Enzo è un processo storico. Il momento dell’ideazione c’è sempre stato ed è stato valorizzato già nella teoria economica classica. La novità odierna consiste semmai nella reductio ad unum (dove quest’unità è il mercato capitalistico) di tutto ciò che è riconducibile alla vita e quindi la distruzione sistematica dell’ambiente naturale e l’eversione della vita sociale in generale. La pericolosità della situazione può essere intesa solo se si comprende che il capitale, per definizione, ha un orizzonte di breve periodo e non è capace di pensare strategicamente: il suo unico obiettivo è la massimizzazione dei profitti a beneficio dell’accumulazione. Mi riesce difficile prescindere, nel cercare cosa può servirci delle teorie marxiane oggi, dagli sviluppi successivi dati alle sue teorie dai teorici dell’imperialismo. Anche rispetto a questo la realtà attuale è abbastanza stupefacente.
Negli stessi anni in cui la figura di Lenin è ridotta a una sorta di “tirannello orientale”, non si può fare a meno di constatare che, se si riprende il suo “Imperialismo fase suprema del capitalismo”, i cinque contrassegni risultano ancora oggi esattamente la rappresentazione di quello che sta succedendo. Andiamo con ordine. Il primo contrassegno è la concentrazione tra imprese (monopolio), arrivata a un livello mai toccato prima nella storia del capitalismo. Basterebbe ricordare che i profitti della Exxon, oltre 36 miliardi di dollari, sono stati pari al PIL di 125 nazioni mondiali. Per di più siamo alle prese con una nuova ondata di concentrazioni che sta avvenendo proprio in questa fase. Il secondo contrassegno è la finanziarizzazione dell’economia: la crescente importanza del capitale finanziario all’interno del sistema capitalistico: il capitale finanziario è la fusione tra capitale industriale e quello bancario che è sbilanciata a favore del capitale bancario. Questo significa che aumenta l’integrazione tra banca e industria. La tendenza alla finanziarizzazione procede parallelamente alla concentrazione economica.
Il terzo contrassegno è la crescente importanza dei flussi di capitale rispetto all’esportazione di merci. Vige un autentico “paradosso dei flussi di capitale”, in quanto il deficit dei Paesi industrializzati è pagato con l’afflusso di capitali dai Paesi emergenti e le riserve valutarie di questi vengono impiegate nei Paesi avanzati, con il risultato che, di fatto, i poveri finanziano i ricchi. Se questo meccanismo saltasse, l’economia USA crollerebbe. Il quarto contrassegno è la formazione di cartelli tra imprese che si spartiscono i mercati mondiali. Basta entrare in un auto per rendersene conto: si è di fronte a tre cartelli, le grandi compagnie petrolifere, le grandi compagnie assicurative, le grandi compagnie del settore automobilistico (accompagnato, anche in questo caso, a fenomeni di sovrapproduzione clamorosi). Il quinto contrassegno è la lotta per il controllo delle aree di influenza tra le potenze capitalistiche, che contempla già anche la guerra e rappresenta una competizione per l’ampliamento dell’egemonia delle rispettive aree valutarie. E’ ormai chiaro che l’unificazione monetaria europea va interpretata come una sfida lanciata contro il potere di signoraggio monetario del dollaro. Infatti, conquistare potere di signoraggio significa attirare capitali, spostare risorse e partecipare da posizioni di forza alla spartizione internazionale del lavoro.
Dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989, dopo la prima guerra in Iraq del 1991, e, l’anno stesso, la fine dell’URSS, mentre Fukuyama favoleggia di “fine della storia”, a Maastricht, nel 1992, si decide di dare vita alla moneta unica, che è oggettivamente il più grande attacco sferrato all’egemonia valutaria statunitense. Vale la pena di porre mente a questa sequenza di eventi. Si tratta di qualcosa di impressionante. Un esempio di scuola di conflitti inter-imperialistici. Dopo l’89, il mondo entra in un piano inclinato fatto di guerre: Iraq (1991), Somalia (1992), Bosnia (1993), Kosovo (1999), Afghanistan (2001), Iraq oggi e forse domani Iran. Tutto si tiene, insomma. Ecco perché per capire queste dinamiche è essenziale rifarsi a Marx ed al marxismo.

2. Possiamo affermare di essere in cerca di una proposta per l’attualità del marxismo, teoria/prassi della liberazione e strumento di trasformazione della realtà:

Se si ritiene che il pensiero di Marx parli ancora al presente e sia uno strumento indispensabile per poterlo comprendere e trasformare, occorre rileggere i suoi scritti alla fonte. Essi vanno disgiunti dagli ideologismi che li hanno spesso accompagnati .
[idem]

Modugno:
Tutto sommato quest’operazione filologica è legittima

Giacché:
…ma velleitaria, perché la lettura del testo è sempre mediata dalla realtà storica e dall’esperienza sociale di chi lo legge. In questo caso, poi, è necessario evitare di fingere: la vitalità di Marx consiste nel fatto che i dati di fondo del modo di produzione che lui descrive sono ancora quelli del modo di produzione in cui viviamo oggi. Il problema non è il giovane Marx o il vecchio Marx, il punto fondamentale per cui Marx serve o non serve è se interpreta in una maniera valida la società in cui viviamo. Se ce la fa, bene, altrimenti bisogna trovare una teoria sostitutiva. Ricordo una celebre affermazione di Norberto Bobbio, in occasione del centenario marxiano (1983): “Leggo Marx come un classico, perché considero Marx alla stregua di un Platone”. Ecco, l’approccio a Marx denota un atteggiamento di fondo. Per noi Marx non può essere un classico come Platone; per noi il punto deve essere se Marx regge o no nella sua analisi della società contemporanea.

Modugno:
L’operazione di lettura filologica, però, può essere legittima perché il ciarpame che avvolge Marx è veramente cospicuo. Quindi, andare a vedere cos’era veramente Marx è operazione necessaria e rigorosa. Se non altro per scrostarlo da certi orpelli del Novecento …

Giacché:
…purché i recuperi non corrispondano ad una esorcizzazione!

Modugno:
A tal proposito mi torna in mente Fineschi, che ha parlato di filosofi “senza il capitale” (in entrambi i sensi)…

Giacché:
…giusto, perché la riscoperta dei Grundrisse è stata straordinaria e anche il lavoro di ri-edizione della nuova MEGA [Marx-Engels GesamtAusgabe], l’opera completa, sta mettendo nuovi materiali a disposizione. In definitiva, possiamo essere d’accordo che Marx è il Marx del Capitale: è un pensatore unitario perché consequenziale, senza contraddizioni interne ma con un proprio processo di sviluppo ed una ricca articolazione del ragionamento, il cui punto di arrivo è l’opera che ci ha consegnato.

Modugno:
Marx, infatti, è ancora insuperabile perché è andato più avanti nella teoria del capitale. La sua è l’ultima sintesi complessiva: la sua critica dell’economia politica è più che mai attuale ma i “filosofi senza capitale” non riescono a vederla.

3. Torniamo al tema centrale della nostra discussione. Nuove frontiere della liberazione, percorsi di superamento reale del capitalismo e loro dialettica con il socialismo e il suo patrimonio storico, politico e culturale. Quale lezione possibile dal nesso attualizzazione/innovazione, anche alla luce delle più recenti esperienze di superamento della logica dello sfruttamento e dell’alienazione?

Giacché:
Personalmente, credo che quando si usa lo slogan “un altro mondo è possibile” (senza dire quale mondo) automaticamente si afferma che un altro mondo è comunque impossibile. In effetti, uno dei presupposti anche dei movimenti, e non solo dell’ideologia liberale dominante, è quello dell’intangibilità dell’attuale modo di produzione. E’ questo presupposto che condanna il movimento e lo spinge all’indeterminatezza. Questa tesi presuppone, nella migliore delle ipotesi, una sfiducia nel fatto che movimenti di liberazione basati sulla abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione possano risultare propulsivi ed efficaci. Questo chiude l’orizzonte della trasformazione nei nostri Paesi. In America Latina, viceversa, hanno fatto chiara esperienza di espropriazione e di sfruttamento e questo li colloca in una dimensione più avanzata. Il fermento politico e sociale che contraddistingue oggi il subcontinente lo dimostra.
Di fatto, con l’89, a prescindere dal giudizio sulla vicenda storica del socialismo reale, la possibilità dell’incarnazione di una esperienza altra e di alternativa di sistema al capitalismo è stata messa in scacco, anche nella percezione dei movimenti di liberazione, soprattutto nei Paesi a capitalismo avanzato. C’è stata una vera e propria battuta d’arresto, perché l’esistenza di esperienze storiche di costruzione del socialismo dimostrava che un altro mondo era possibile proprio perché da un’altra parte si stava cercando di farlo o si presumeva di farlo.

Modugno:
A proposito di quegli anni, se tanto mi dà tanto, può servire ricordare che cosa è stata la guerra del Vietnam: la nazione più potente del mondo – contro una nazione di contadini, sia pure eroici – costretta dodici anni nel pantano, per poi perdere e ritirare le bare avvolte dalla bandiera a stelle e strisce, sconfitta. Quando Sweezy e Magdoff facevano conferenze nelle Università americane in quegli anni, gli studenti erano convinti che lì ci fossero chissà quali riserve di uranio che giustificassero quell’interminabile carneficina. L’aggressione statunitense era stata in realtà militarmente priva di senso, come rivelarono poi i “Vietnam Papers”. Lo stesso, mutatis mutandis, avviene oggi in Iraq. Anche quella in Iraq è una guerra “misteriosa”, come dice il maggiore storico militare inglese John Keegan, cioè, ancora una volta, militarmente priva di senso: deve durare cinque anni, sono già stabilite a priori modalità e durata e non bisogna far scoprire i retroscena e il carattere della guerra stessa, le ragioni non propriamente militari della crescita abnorme dell’apparato bellico degli Stati Uniti.

4. Torna prepotentemente di attualità il nesso tra politica ed economia, che conviene affrontare alla luce della riflessione di Marx, evitando di indulgere in facili approssimazioni. Lo smantellamento del pubblico, ad esempio, si afferma come strategia di alienazione del controllo sociale e della direzione programmatica dell’economia, anche alla luce dei casi bancari Paribas-BNL e Banca Intesa-Capitalia:

Secondo alcune interrogazioni parlamentari, esponenti di banche d’affari straniere avrebbero organizzato l’attacco alla lira, per ridurre il costo della vendita delle aziende di Stato italiano.
[Benito Li Vigni, “Da Mattei e le energie a basso costo alle oligarchie del profitto assoluto”, Liberazione, 21 marzo]

Giacché:
Non condivido questa tesi. La mia lettura è diversa. Buttare giù la lira non era poi così difficile. Ma all’epoca si ebbe anche la crisi della sterlina, e buttare giù la sterlina, che rappresentava la quarta moneta del mondo, non era cosa banale. Un’ipotesi diffusa a livello politico è che dietro la crisi della lira e della sterlina (appena dopo la decisione di dare vita ad una moneta comune europea) ci fossero, attraverso George Soros, gli Stati Uniti, che volevano minare le basi del processo di aggregazione monetaria dell’Europa. In Italia, la vendita era necessaria a mettere a disposizione dei capitali internazionali le risorse produttive del sistema, o, come allora si disse, per “restituire al mercato” (espressione usata, tra gli altri, dall’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio) le risorse produttive di proprietà dello Stato. Mi sembra, insomma, che l’intera vicenda risponda a logiche economiche e politiche più generali. Quindi, non parlerei di un complotto.

5. Altro nesso chiave è quello economia/guerra. Ed economia e guerra dal punto di vista del movimento operaio. Il processo di smantellamento del pubblico è asimmetrico, le classi dominanti scelgono l’opzione militare come vettore anticiclico dell’accumulazione, comprimendo istanze di emancipazione; la medesima ambizione degli USA a “modellare il futuro” [QDR 2006] risponde ad una logica di “potenza” che sembra attingere da una ispirazione “hegeliana”, quasi si trattasse di una “hegelismo di ritorno” , in quanto “Lo stato, nella visione hegeliana, deve avere dei nemici, perché può nascere e durare solo nel gioco di un confronto militare”:

Modugno:
Da questo punto di vista, il fatto rilevante è che gli Stati Uniti, ininterrottamente dalla Seconda Guerra Mondiale, abbiano gestito militarmente il ciclo economico. E’ interessante osservare, come ha fatto Giacché nei suoi saggi, che le diverse fasi del ciclo economico statunitense segnano le diverse ondate delle campagne militari USA, che sostengono il rilancio economico con l’intervento militare, le spese per commesse di guerra, l’investimento pubblico nel complesso militare industriale e nell’indotto. In definitiva, appare sempre più evidente come la spesa pubblica militare e la guerra siano uno strumento fondamentale per la politica economica degli Stati Uniti.

Giacché:
Aggiungo che non si tratta di teorie astratte: le stesse stime governative USA confermano questi trend.

Modugno:
Infatti, quando l’economia degli Stati Uniti è in crisi, dopo due trimestri consecutivi di contrazione, ecco che, sei mesi dopo, scoppia una guerra. Questa traccia dei sei mesi è ricorrente: per esempio la guerra di Corea comincia sei mesi dopo la crisi del dicembre 1949. Le torri crollano sei mesi dopo la crisi del marzo 2001. Anche l’11 settembre, dunque, sembra rispondere alla medesima logica anti-ciclica. Il problema è come mai tutto questo che stiamo dicendo non passa nel dibattito pubblico: come si fa a prevedere che la “guerra al terrore” durerà venticinque anni, come viene detto nei documenti ufficiali? È una assurdità che è accettata come fosse normale.

Giacché:
Da questo punto di vista, la grande sconfitta del movimento per la pace è venuta quando ha resistito in maniera così flebile all’idea dell’esportazione della democrazia o ad altre tesi, quali la “spirale guerra-terrorismo”, che rappresenta una vera e propria mistificazione dal punto di vista concettuale. Quando si dice che “non si combatte così la guerra al terrore”, non ci si accorge che così è accettato il presupposto stesso della “guerra al terrore”. Ciò significa accettare una serie di corollari inaccettabili ed insostenibili: il terrorismo esclude l’attività degli eserciti regolari, come se questi non si rendessero continuamente responsabili di episodi di terrorismo (basta vedere quello che accade in Palestina); si accetta la metafora della “guerra” per combattere il terrorismo e che il terrorismo sia una dinamica autonoma, dimenticando che è semplicemente una tattica che può essere al servizio dei fini più disparati. Insomma, accettare la guerra al terrore e la “spirale guerra-terrorismo” significa consegnare la vittoria al Pentagono, nel senso che oggi la grande vittoria degli apparati statunitensi è quella di aver imposto un lessico ed una agenda, alle quali non ci si riesce a sottrarre.

Modugno:
Come dice Adorno: “abbiamo sostituito a Dio l’industria culturale”. Mi torna in mente la celebre considerazione di Platone: “La divina ispirazione si protende attraverso il rapsodo e passa nel divino ascoltatore”. E’ quello che succede anche oggi. La “guerra al terrore” è stata venduta attraverso i media ed è diventata ideologia comune.

6. I meccanismi strutturali dominanti, di sopraffazione e di aggressione, che contengono in sé il nerbo della violenza, costruiscono le loro architetture ideologiche, le loro culture atte a giustificarne condotte ed esiti. Il liberalismo, dunque, come prodotto ideo-politico della proiezione di classe dominante, consustanziale alla guerra; della sua configurazione e dei modi come uscirne:

Modugno:
Il liberalismo è l’ideologia del denaro, del capitale e dell’accumulazione: i capitalisti sono condannati a far passare tutte le cose prodotte attraverso il denaro. Anche per appropriarsi del lavoro altrui devono farlo diventare denaro. Questa è la loro condanna: sono condannati all’astrazione che è strumento di dominio e allo stesso tempo di disfatta. Non a caso, per ovviare alle crisi, uno dei mezzi cui fanno ricorso è il militarismo. E’ questa la chiave entro la quale si inscrive il nesso liberalismo e militarismo: il militarismo è prodotto dalla logica di accumulazione legittimata dal liberalismo come forma ideologica di classe dominante. Oggi, l’unità produttiva è fatta di una macchina diversa da quella del passato, ha bisogno di un lavoro diverso, incorpora i saperi che prima le macchine non possedevano e questo rende completamente inutile il keynesismo di sinistra (welfare), perché non si ha più necessità di mantenere operai specializzati.
La fabbrica fordista vive un processo di trasformazione: tutto è fungibile e anche il lavoro diventa precario. A questo punto si può realizzare quello che era l’obiettivo storico del capitale, cioè prendere il lavoro quando serve e mandarlo via quando non serve più. Il lavoro è precario perché le macchine hanno incorporato la virtuosità che prima era nel gruppo degli operai specializzati. Il welfare dunque era un’esigenza della fabbrica fordista, anche se il riformismo ci ha campato cinquant’anni, spacciandolo come conquiste della classe operaia. Ora che non serve più è messo fuori gioco. Quindi rimane, per la gestione del ciclo, la disponibilità dei vettori di accumulazione anti-recessiva, come ad esempio la spesa pubblica per investimenti militari, ovvero il keynesismo di destra (warfare); il capitale non può fare a meno di questo versante e lo giustifica in maniera ideologica, con la “guerra al terrore”. Ecco perché neoliberismo e guerra sono capitalisticamente più avanzati dell’alternarsi di keynesismo militare e keynesismo civile, perché quest’ultimo pestava i piedi a molti rami d’industria, come Sweezy ha mostrato in un celebre capitolo di “Monopoly Capital”. Neoliberismo e guerra sono complementari, perciò il keynesismo ha vinto nella sua forma militare, di warfare.

Giacché:
L’ideologia per cui democrazia e pace si diffondono grazie al libero mercato è molto vecchia. La ritroviamo già nel Settecento e ancora alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Recentemente Fukuyama ha ripreso questo tema, addirittura dicendo che non esistono più guerre per le risorse energetiche e che queste ultime appartengono inesorabilmente al passato, perché il binomio democrazia e libero mercato si diffonderà in tutto il mondo. E’ la sua celebre tesi della fine della storia, alla quale rispose con qualche sarcasmo perfino la Thatcher: “End of history, beginning of nonsense”. punto è che il libero mercato è una costruzione ideologica perché, in realtà, non esiste: Alan Freeman ha detto chiaramente che il mercato è, né più né meno, un sistema concretamente esistente da trecento anni, storicamente fondato sulla repressione interna e sulla guerra esterna. Questo è un concetto chiave per comprendere la connessione tra capitalismo, liberalismo e guerra. Lo stesso Marx, interrogandosi nel “Capitale” sull’“accumulazione originaria”, spiega che la storia del capitalismo è storia di violenza e di guerre, dalle enclosures alle leggi contro il vagabondaggio, che promossero la creazione del proletariato industriale in Inghilterra; dalle guerre commerciali alle guerre per le risorse, fino alle guerre di rapina. Insomma, la storia del capitalismo è storia di aggressioni, violenze e guerre. Non è mai esistita una fase irenica del capitalismo.

7. All’acquisizione di questa consapevolezza deve però corrispondere la predisposizione delle strade del superamento e della violazione del codice della sopraffazione. Sotto questo profilo, il keynesismo è ancora una soluzione transitoria praticabile per il movimento operaio? Il keynesismo di destra propugna l’incremento della spesa statale a sostegno dei progetti imperialisti di ri-definizione della catena di comando del mondo e dei progetti di guerra permanente dell’Amministrazione Statunitense; il keynesismo di sinistra, stante le considerazioni prima sviluppate sull’Eni di Mattei e l’economia mista sperimentata in Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, è ancora attuale?

Modugno:
Anzitutto, va ricordato che i capitalisti, sull’onda della crisi, hanno bisogno della guerra per recuperare il ritardo competitivo accumulato, sostenendo il settore privato attraverso l’indebitamento del proprio Stato o di altri Stati. Tuttavia, oggi le forme anti-cicliche dell’accumulazione sono più spaventose. Prima le crisi erano di sovrapproduzione e determinavano l’alternanza del ciclo: crisi, ripresa, crisi; dopo la distruzione della parte maggioritaria di capitale, quello che rimaneva ritrovava il mercato. Già con la Prima Guerra Mondiale si decise che non conveniva aspettare che la crisi distruggesse i propri capitali, era meglio andare a prendere i mercati altrui, distruggendo i loro capitali e depredandone le risorse. Fu il primo tentativo compiuto in questa direzione.

Giacché:
La tendenza alla guerra è la dimostrazione pratica delle conseguenze disastrose delle crisi capitalistiche e non è un caso che tutti i tratti peggiori della storia del Novecento (la mobilitazione delle masse, le dittature reazionarie e i campi di sterminio) siano frutto delle crisi e connesse a questa dinamica e alle conseguenze tragiche.

Modugno:
E’ anche vero, però, che non si può fare una guerra mondiale ogni volta che arriva una crisi. Nel ’29, per esempio, non fu possibile e gli USA dovettero subire una crisi terrificante che durò fino alla Seconda Guerra Mondiale. In quella circostanza si verificò anche che gli Stati Uniti subirono una depressione contro la quale non poté valere il welfare (quello è il periodo in cui nasce il welfare svedese, e ciò fa capire cosa sia il welfare, quando e perché nasca). Fu in quella congiuntura che si registrarono i fenomeni che consentirono a Keynes di scrivere il suo trattato. Il problema era formulato nei seguenti termini: non aspettiamo che la crisi arrivi e ci devasti l’economia; facciamo intervenire lo Stato per mobilitare le risorse necessarie a scongiurare le crisi. Il keynesismo punta esattamente a questo: lo Stato fa debiti nella fase di contrazione per poi recuperarli nelle fasi di crescita. Non per nulla, la Seconda Guerra Mondiale fa comodo agli Stati Uniti, che nei primi mesi di guerra escono dalla crisi. Dunque è chiaro che, nella logica del warfare, è la spesa militare massiccia che rilancia l’economia statale.

Giacché:
Ovviamente, questo è vero a determinate condizioni: che la guerra non arrivi in casa, che la mobilitazione popolare sia irreggimentata e, logicamente, che la guerra alla fine si vinca.

Modugno:
Significa anche che non è solo il “bottino di guerra” che fa uscire dalla crisi (come fino ad allora si pensava) ma la spesa militare che è potenzialmente illimitata ed è giustificabile anche dalle forze della reazione. Lo sapeva bene già Rosa Luxemburg che alla fine dell’Ottocento ha scritto un saggio lucidissimo e premonitore. Il neoliberismo perciò, nonostante la sua iconoclastia anti-keynesiana, ha usato oltre misura la spesa pubblica militare e la logica del warfare. Basta dare uno sguardo alla scena mondiale e alle decine di fronti di guerra aperti nel mondo per rendersene conto.

Giacché:
Il problema è che tutto questo ha un costo che si chiama “debito pubblico statunitense” che è una mina vagante nel sistema finanziario internazionale. Ad esempio, il valore del dollaro rispetto all’oro sta continuando a scendere; ciò significa che il valore reale del dollaro continua a ridursi, perché gli USA inondano il mondo di dollari e questo genera dinamiche inflative. Così, in rapporto alle materie prime, il dollaro sta continuamente deprezzandosi. Lo stesso vale nel confronto con le altre valute dominanti. Questo è un punto assai delicato.

Modugno:
E’ anche vero che gli USA hanno sempre procrastinato la crisi e ce l’hanno sempre fatta.

Giacché:
Inoltre, da quando (1971) sono saltati gli accordi di Bretton Woods, venuta meno la convertibilità del dollaro in oro, il dollaro è una sorta di “moneta fiduciaria”, nel senso che vale nella misura in cui è “accettata” come strumento di transazione attraverso il quale si scambiano le materie energetiche. Ecco perché gli USA oggi devono assolutamente evitare una alternativa al dominio del dollaro, il che spiega anche la minaccia alla guerra contro l’Iran dopo aver lanciato la guerra contro l’Iraq.
Rispetto al passato, la differenza sostanziale è che esiste una valuta che potenzialmente può affermarsi come alternativa al dollaro come valuta internazionale di riserva. Non è velleitario oggi contendere al dollaro la capacità di acquisire potere di signoraggio e di attrazione di capitali e risorse e questo spiega anche la proiezione strategica degli USA in Europa. Ad esempio, nel 1999, con la guerra del Kosovo, gli USA determinano un crollo di fase dell’euro, che, partito da 1.16 sul dollaro, comincia poi a declinare da marzo-aprile, in coincidenza con la guerra del Kosovo stessa. Il dollaro ha continuato a crescere per qualche anno e poi ha preso a declinare e, in corrispondenza con le spese di guerra in Iraq, è andato sempre più giù salvo riprendersi in parte nel 2005, grazie ai proventi dal commercio del petrolio, al rimpatrio dei profitti delle grandi imprese – favoriti da una legge fiscale ad hoc – e alla politica dei tassi di interesse, che sono più elevati rispetto a quelli applicati dalla Banca Centrale Europea.

8. Arriviamo infine ai compiti di fase. Governo del Paese e proposte per una sinistra rivoluzionaria efficace e “contemporanea”. La sinistra europea e l’opzione del socialismo del XXI secolo, declinato sulla base di questi due elementi: il binomio persona-comunità e l’obliterazione del nesso capitale-lavoro, quest’ultima, in particolare, inconciliabile con qualsivoglia opzione politica che intenda ispirarsi al socialismo, per quanto innovato.

Giacché:
Secondo me, bisognerebbe ricominciare a parlare di classe, fare un ragionamento serio di re-distribuzione reale e invertire la tendenza di fondo di questi anni, facendo leva anche sullo strumento fiscale. La fiscalità rappresenta uno degli strumenti più classici di “lotta di classe dall’alto”. La fiscalità in Italia, oggi, è, di fatto, regressiva ma la tendenza può (e deve) essere invertita.
Oggi, registriamo una struttura parassitaria di gran parte del capitale italiano. I superprofitti fatti negli anni Novanta sono serviti a rimpinguare le tasche dei padroni senza fare investimenti nelle imprese. Si è spinto il Paese su una frontiera di competitività insostenibile, perché il padronato italiano si è mosso sul fronte della competitività di prezzo e non di prodotto, con tutto che non abbiamo più le svalutazioni competitive, l’evasione fiscale non può giungere oltre i livelli attuali e la compressione salariale non può essere spinta ancora oltre. Purtroppo, a fronte di tutto questo, non si riescono a scorgere politiche seriamente riformistiche, perché oramai c’è una “cappa ideologica”. L’idea che i costi non debbano essere re-distribuiti sulla classe che ha accumulato profitti enormi, rivela un tabu di fondo e un autentico obnubilamento ideologico. La tesi dominante è che tutto quello che fa bene al capitale fa bene anche al Paese, mentre è provato che semmai è vero il contrario.
Anche il “catalogo dei diritti” è un nonsense, perché non esistono diritti garantiti ab aeterno, esistono bisogni che, se vengono esigiti con la lotta, possono dare luogo a diritti, come il contratto di lavoro. Basta ricordare lo slogan delle mobilitazioni francesi per i diritti sociali e contro il CPE: “Cento anni per farlo, un CPE per toglierlo” (con ovvia allusione al contratto di lavoro). Proprio questa lotta vittoriosa ci indica la strada giusta. Da noi però illustri studiosi di area DS con Michele Salvati, parlando di questi argomenti, non trovano di meglio che dire che “il peso della precarietà non deve gravare sui giovani, ma essere distribuito sull’intera forza-lavoro”. Ma, a parte il fatto che chi ha vinto in questi anni è la componente più retriva del capitale, è proprio questo approccio che oggi deve essere rovesciato.

Modugno:
Inoltre il nuovo modo di produzione pone problemi a cui le sinistre non hanno risposto e in particolare quello dell’attualità di una proposta di governo “progressiva”. Le sinistre vogliono tornare indietro al keynesismo di sinistra, hanno una profonda nostalgia del welfare. Sono le “vedove del welfare”; ma il welfare è legato, come si è detto, al ciclo fordista, all’operaio specializzato, alla catena di montaggio; oggi, con le nuove macchine, si producono una ricchezza, dei modelli e nuovi lavoratori che prima non c’erano. I lavoratori sono sempre la prima e più importante produzione del capitale che ha dovuto distruggere la vecchia classe operaia con i suoi rappresentanti, in un cimento storico durato decenni, per produrre un nuovo lavoratore, che avesse caratteristiche diverse dall’operaio tradizionale: doveva essere più acculturato, flessibile e precario, legato ad una nuova fase del capitalismo, nella quale la produttività sarebbe aumentata.
Tornare indietro al keynesismo di sinistra è come tornare indietro nella storia. Il modo più avanzato dell’organizzazione del capitalismo è questo “liberismo con l’elmetto”. Proprio in questo nuovo contesto, si giocano le possibilità dei nuovi lavoratori, i quali hanno delle chances diverse da quelle che avevano gli operai tradizionali: sono tutti acculturati e, quindi, pur essendo diversi dai vecchi intellettuali, in qualche modo vivono come intellettuali e hanno una capacità produttiva superiore a quella degli operai tradizionali. Proprio per questo, per esempio, conoscono intimamente il rapporto capitale-lavoro, hanno già dato segno di sé negli ultimi decenni e sono teoricamente pronti ad assumere un protagonismo specifico nelle mobilitazioni di massa. Bisogna, a tal proposito, interpretare le lotte di classe degli ultimi decenni, perché queste nuove forme di lavoro sono tornate molte volte sulla scena, pur se con aspetti diversi. Ma è necessario interpretare le forme che le lotte hanno assunto, perché possono tutte essere ricondotte al nuovo scontro tra capitale e lavoro che è diverso e potenzialmente molto più ricco di consapevolezza anticapitalistica.