Ian Blair l’ostacolatore

Il capo di Scotland Yard impedì le indagini

Che la polizia uccida una persona innocente è già difficile da comprendere. Se questa poi cerca di coprire maldestramente il suo errore avocando a sé il diritto di giudicarne i responsabili, diventa davvero imperdonabile. Proprio questo, però, è quanto è successo in Gran Bretagna il giorno dopo i falliti attentati del 21 luglio, quando gli uomini di Scotland Yard, scambiandolo per un terrorista, hanno sparato otto colpi di pistola alla testa di un innocente elettricista brasiliano che viaggiava in metropolitana. A poche ore dall’incidente, infatti, il capo della polizia Sir Ian Blair ha personalmente impedito l’accesso alla scena del delitto agli investigatori della commissione indipendente accorsi sul posto. E subito dopo ha inviato una lettera al ministero degli interni chiedendo di sospendere la legge che prevede l’intervento di questa commissione, affinché le indagini sugli attentati non fossero disturbate.

Questo è il quadro preoccupante emerso dalla lettera inviata da Sir Ian Blair al ministero degli Interni, resa pubblica giovedì scorso. «C’è molta inquietudine circa l’opportunità di rivelare le nostre tattiche e le fonti di informazioni con cui stiamo lavorando», ha scritto Ian Blair cercando appoggio dal ministero degli interni.

Questa protezione non è mai arrivata, ma le indagini, che normalmente avrebbero dovuto cominciare entro 24 ore dall’incidente, sono state ritardate di ben sei giorni.

A rendere ancora più sospetto il comportamento del capo della polizia, è emersa la discrepanza fra quanto questi aveva raccontato in sede parlamentare circa il contenuto della lettera inviata al ministero degli interni, e ciò che ha scritto in realtà. Interrogato da una commissione parlamentare prima che la lettera fosse resa pubblica, Blair aveva dichiarato di aver solo «cercato consiglio» sulla vicenda dai colleghi degli interni. Il testo, invece, rivela ben altro. Nella lettera, inviata a poche ore dalla morte del ventisettenne brasiliano Jean Charles de Menezes, il capo della polizia puntualizza, inoltre, di aver discusso con il primo ministro Tony Blair la possibilità di «massimizzare la protezione legale degli agenti che devono prendere decisioni riguardanti persone sospettate di essere terroristi suicidi».

Praticamente un tentativo di immunizzare i poliziotti, che risulta ancor più preoccupante nella situazione odierna. In seguito agli attentati del 7/7, infatti, gli agenti britannici operano secondo una controversa strategia denominata Kratos. Questa prevede che i poliziotti possano sparare alla testa di qualsiasi sospetto terrorista per eliminare la possibilità che questo si faccia saltare in aria una volta ferito. Peccato che, fino ad ora, l’unico su cui è stata applicata la strategia Kratos si è rivelato essere una persona completamente innocente.

Non soddisfatto dalla discrezionalità concessa alla polizia, nella lettera Sir Ian Blair domanda che siano elaborate delle regole di ingaggio simili a quelle utilizzate dai militari in guerra per proteggere meglio i poliziotti da eventuali conseguenze legali.

La pubblicazione del documento ha destato sorpresa nella polizia. Gli ufficiali più anziani, consapevoli della difficile posizione in cui si sarebbero trovati, speravano che questo fosse reso pubblico solo dopo la chiusura delle indagini sulla morte di de Menezes.

La legge che obbliga il governo a svelare i documenti elaborati prevede un massimo di 20 giorni perché la richiesta sia esaudita, salvo in caso ci sia un particolare interesse dello Stato a mantenere la segretezza. Una condizione che, stranamente, i funzionari del ministero degli interni non hanno ritenuto fosse applicabile al caso in questione.