I taleban in letargo invernale. Prima dell’«offensiva finale»

Le truppe guidate dalla Nato e i taleban si osservano, aspettando il disgelo che permetterà loro di riprendere quella che entrambi pensano potrebbe essere la battaglia decisiva. Questa, inizialmente, si concentrerà lungo l’arteria che da Herat, a ovest, attraversa il sud del paese passando per Kandahar, fino alla capitale Kabul, a est.
Con l’inverno tutti hanno avuto tempo di meditare alla luce dell’offensiva di primavera dei taleban, che ha fruttato loro il maggiore successo dalla sconfitta del 2001. Nel 2006 sono morte 4.000 persone, il quadruplo rispetto al 2005.
Nell’Afghanistan sud-occidentale, i taleban si sono mostrati forti e sicuri, politicamente e militarmente. Però non sono riusciti a imporre il ritiro di neanche uno dei 31.000 soldati Nato presenti nel paese, cosa che l’Alleanza considera «un fallimento». Ma i taleban dicono che quello dello scorso anno era solo un «riscaldamento».
Dal punto di vista degli Usa e della Nato, i taleban erano un gruppo di uomini scarsamente organizzati che miravano ad arruolare nuove reclute destinate a diventare carne da cannone. Lo scorso anno tutto è cambiato nella regione sud-occidentale, quando i miliziani, dopo essere stati respinti dalle masse, sono stati richiamati giù dalle montagne per unirsi alla popolazione. Cosa che ha consentito loro di godere di un sostegno dal basso. A questo punto i taleban hanno abbandonato la tattica basata sulla guerriglia, mettendo a punto una doppia strategia. Da una parte si sarebbero impossessati dei principali punti di accesso intorno a Kandahar – l’ex base talebana nella provincia che porta lo stesso nome – e dall’altra, i leader taleban avrebbero fomentato una insurrezione popolare armata che doveva unirsi ai militanti nella presa di Kandahar. E’ ciò che accadde a metà degli anni ’90, quando i taleban salirono al potere nel caos seguito al ritiro delle truppe sovietiche: una volta assicuratosi il sud-ovest, seguì anche l’Afghanistan orientale, e le due regioni si unirono per l’attacco finale a Kabul.
Ora i comandanti Nato stanno valutando questa possibilità, al punto da vedervi dietro una mano straniera: il Pakistan.
Sia come sia, il cervello dietro la guerra taleban è un comandante mujaheddin afghano che ha combattuto contro i sovietici, Maulana Jalaluddin Haqqani. Questi ha organizzato i taleban in modo che tenessero impegnate le truppe Nato in tutto l’Afghanistan attraverso azioni di guerriglia, usando esplosivi e attacchi suicidi.
Da settembre a novembre 2006, la valle di Tagab a nord-est di Kabul era caduta nelle mani dell’ Hezb-e-Islami Afghanistan, guidato da Gulbuddin Hekmatyar, il volubile mujaheddin che per ora combatte accanto ai taleban contro le forze Nato. A sud di Kabul, la valle di Musay è diventata un punto focale per i combattenti leali ai taleban e all’Hezb-e-Islami Afghanistan. Tutte mosse tattiche miranti ad appoggiare una mobilitazione di massa delle milizie talebane.
Nel frattempo, i talebani avevano accresciuto la loro presenza lungo i corridoi da Kandahar a Herat e da Kandahar a Kabul. Migliaia di uomini erano pronti a riversarsi a Kandahar e a Kabul. Aspettavano solo rinforzi nel nord.
A ottobre, il comandante Gholam Hossain di Bamyan, uno sciita, si era recato a Baghran nella provincia di Helmand. Insieme a un altro comandante sciita del nord dell’Afghanistan, aveva promesso che non appena i taleban avessero lanciato il loro attacco in massa, i due si sarebbero uniti a loro fornendo il maggiore supporto logistico possibile da nord. Ma i principali comandanti talebani hanno esitato, credendo di aver bisogno di più uomini. Hanno voluto aspettare fino a marzo. E l’occasione è andata perduta.
«Tutta retorica talebana» ha detto il portavoce della Nato Mark Laity ad Asia Times Online nel quartier generale dell’Isaf a Kabul. «I taleban non sono in grado di combattere nessuna battaglia decisiva contro la Nato. Alla fine del 2006 hanno cercato di impossessarsi di alcuni punti strategici con una guerra di tipo convenzionale, ma quando la Nato ha colpito, loro non sono riusciti a resistere» ha detto Laity. «La Nato ha condotto operazioni in zone dell’Afghanistan sud-occidentale, come Baaz Tsuka, dopo le quali i taleban sono stati costretti ad abbandonare le loro postazioni vicino a Kandahar, ritirandosi dai distretti di Panjwai e Zari» ha detto Laity.
Ma i taleban non vedono il loro ritiro da Zari e Panjwai come una sconfitta. Dicono di essersene andati solo dopo aver raggiunto un accordo per trasferire il controllo dell’area agli anziani delle tribù che simpatizzano con loro. Questa intesa è simile a quella raggiunta lo scorso settembre nel distretto di Musa Qala, nella provincia di Helmand.
Oggi questi accordi sono comuni in tutto l’Afghanistan sud-occidentale e, checché ne dica la Nato, avvantaggiano più i taleban che la Nato.
Quello di Zari e Panjwaj «è un successo del popolo afghano» perché « portare la pace è il vero scopo delle forze Nato in Afghanistan» ha dichiarato ad Asia Times Online il generale di brigata Richard Nugee. Adesso i taleban non hanno molto spazio per la loro strategia e per loro gli attacchi asimmetrici sono l’unica strada. Questi attacchi non fanno molto danno alle forze Nato. In questi casi l’80% delle vittime sono afghani, e questo è il motivo per i sondaggi dicono che in Afghanistan la popolarità dei taleban è scesa a meno del 10%», assicura Nugee.
Ma i taleban, proprio come ritengono che il ritiro dai distretti di Zari e Panjwaj sia vantaggioso per i loro piani a lungo termine, così non sono troppo preoccupati per lo sbandierato successo della Nato nella valle di Tagab a nord-est di Kabul, dove dicono che la resistenza è lungi dall’essere stata eliminata.
Ovviamente, i taleban non potevano resistere ai bombardamenti Nato su quell’area, perciò si sono ritirati. Ora aspettano, come l’anno scorso, il semaforo verde dall’Afghanistan sud-occidentale. A quel punto riemergeranno per la ribellione di massa. Dopo marzo, col caldo, ciò potrebbe avvenire in qualunque momento.
La Nato riconosce che «taleban» è un «termine generico» e li ha ridefiniti dividendoli in «riconciliabili» e «irreconciliabili». Secondo le sue informazioni, il sud-ovest dell’Afghanistan contiene un 80% di taleban «riconciliabili», con i quali ha già avviato le trattative. In realtà tutti i taleban vogliono che le forze straniere lascino il paese e, nei prossimi mesi, combatteranno fino alla fine per raggiungere il loro obiettivo.

*Sayed Saleem Shahzad è capo-redattore della redazione pakistana di Asia Times Online.

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Traduzione Marina Impallomeni