I superliquidi di Piazza Affari

Tu chiamali, se vuoi, «liquidoni». Operazioni finanziarie andate più che bene, plusvalenze tonde dell’irripetibile stagione delle scalate bancarie, collocamenti di Borsa modello magnum stanno rapidamente creando a Piazza Affari e dintorni una categoria di superliquidi in cerca d’impiego. Dei loro soldi, naturalmente.
Un club che s’interseca ma non sempre coincide con quello dei ricchi per patrimonio, certificato ogni anno dall’«edizione dei miliardari» del settimanale Forbes e che vede immancabilmente in cima al podio tricolore Silvio Berlusconi seguito da industriali dai bilanci personali blindati come Leonardo Del Vecchio di Luxottica e Michele Ferrero dell’omonima azienda dolciaria, o da grandi nomi del «made in Italy» come Benetton e Armani. Qui invece non di patrimoni si tratta, ma di masse d’urto finanziarie che spesso superano il miliardo di euro.
Il re dei liquidoni, quasi superfluo sottolinearlo, è Francesco Gaetano Caltagirone, presidente dell’omonimo gruppo e uomo di poche e meditate parole. Giovedì scorso, nell’assemblea del suo gruppo, la domanda di rito: presidente, avete una liquidità di due miliardi di euro? «Per difetto», ha risposto. Ma trattasi di difetto piuttosto ampio, visto che già lo scorso anno i due miliardi erano stati confermati e che ora bisogna aggiungervi 400 milioni della fortunata cessione del 5% di Bnl e dividendi delle partecipate per circa 60 milioni. Insomma, siamo a tre più che a due miliardi di euro. Ma proprio Caltagirone ammette che «vorrei sapere anch’io» dove investire questa liquidità. Per ora ci sta provando, con impegno proporzionalmente trascurabile e senza troppo successo, nel Gazzettino di Venezia.
Liquidissimo, e tanto più interessante dal punto di vista finanziario ora che è un po’ liquidato politicamente, il premier Silvio Berlusconi: la holding di famiglia Fininvest, che controlla assieme ai cinque figli, ha in cassa più di 1,2 miliardi dopo che un maxi-collocamento di azioni Mediaset ha fruttato 2 miliardi e rovesciato il segno della posizione finanziaria. Una cifra a cui adesso si somma anche l’afflusso di circa 300 milioni di dividendi. L’unico interrogativo, anche una volta distribuiti parte dei guadagni alla famiglia, è dove investirà adesso il Cavaliere.
Chi sa invece senza esitazione dove mettere i suoi soldi, preferendo anzi situazioni borsistiche un po’ osé, è il finanziere franco-polacco con residenza bresciana Romain Zaleski: dalla metà dell’anno scorso ha tirato fuori da un’operazione come quella Edf-Edison la bellezza di 2,9 miliardi. Saldati i debiti con le banche per circa 1,5 miliardi il calcolo è che gli sia restato in tasca, liquidissimo, quasi altrettanto. Ma quei soldi non stanno certo fermi. Zaleski ha preso quote di rilievo in Banca Intesa, Generali e forse Telecom e ha già messo gli occhi su un nuovo caso di mercato comprando il 4,3% del colosso dell’acciaio Arcelor, finito nel mirino degli scalatori indiani della Mittal con grande scandalo di diversi governi europei.
Sarà solo un caso ma è un’altra operazione transfrontaliera che sta provocando non pochi scossoni dalle nostre parti, a garantire alla famiglia Benetton un certo piazzamento – anche se per ora del tutto virtuale – nella classifica dei più liquidi: la fusione di Autostrade con Abertis e il contemporaneo stacco di una cedola straordinaria assicura infatti alla finanziaria Schema28 circa 1,1 miliardi di liquidità nei prossimi mesi. Edizione Holding dei Benetton ha in mano il 60% di Schemaventotto e quindi le spetterebbero 660 milioni. Attenzione, però: intanto è ancora da decidere se Schema28 distribuirà le risorse ai soci o le terrà per altre operazioni. E poi, oggi la posizione finanziaria netta di Edizione è in negativo per circa 500 milioni e quindi l’eventuale liquidità potrebbe essere in parte assorbita da quella voce.
Patrimonialmente già assai solidi, ma destinati nel giro delle prossime due settimane a schizzare nella parte alta della classifica dei liquidoni sono invece i fratelli Gian Marco e Massimo Moratti: la quotazione della Saras porterà nelle loro tasche almeno 1,5 miliardi. Ma i Moratti hanno già fatto sapere di sentirsi – no, qualsiasi accostamento calcistico sarebbe sbagliato oltre che di pessimo gusto – un po’ fuori dal campionato, dato che non vedono opportunità di acquisizioni in giro. E sempre in buona posizione, con circa 750 milioni in cassaforte, ci sono i pionieri dell’ipertrofia da contanti: quel gruppo De Agostini delle famiglie Boroli e Drago che nel 2000 si ritrovò in mano un assegno da 1,8 miliardi frutto della cessione di una quota in Seat che tre anni prima avevano pagato 29 milioni e da lì lanciò una storia di crescita e diversificazione con molti successi.
Liquidità in cerca d’impiego non manca nemmeno ai piani – relativamente – più bassi di piazza Affari. Basta guardare al gruppo Cir di Carlo De Benedetti, che ancora siede sull’ottimo esito dell’arbitrato destinato a risolvere il contenzioso con la H3G: 423 milioni arrivati in cassa a fine 2004 non sembrano finora aver trovato destinazione, visto che la liquidità del gruppo a fine dell’anno scorso navigava attorno ai 440 milioni. Liquidità da investire, circa 350 milioni, c’è poi in Ifil e una cifra simile anche nell’Italmobiliare della famiglia Pesenti. Quasi a dimostrare, insomma, che una volta infranto il muro del suono dell’accumulazione fare soldi sembra più facile che investirli.