I «siti neri» della Cia in Europa dell’est

Secondo il Washington Post e l’organizzazione statunitense Human Rights Watch la Cia avrebbe creato una rete di carceri segrete per presunti terroristi in giro per il mondo. Anche in Europa, ed esattamente in alcuni paesi dell’ex blocco comunista. Già circolano con insistenza i nomi di Polonia e Romania, un già membro e un ormai prossimo membro della Ue. «Le nostre informazioni – dichiara Jean-Paul Marthoz, portavoce di Hrw – indicano che la Polonia e la Romania sono i paesi che hanno ricevuto prigionieri della Cia», ma non si escludono installazioni anche in altri paesi dell’est Europa. Da Bucarest, Varsavia, Budapest e Bratislava giungono smentite, mentre il governo ceco avrebbe detto no alla richiesta Usa di accogliere alcune persone detenute a Guantanamo, dice Frantisek Bublan, ministro degli interni. Nei documenti classificati della Casa bianca, della Cia, del Congresso e del Dipartimento di giustizia queste carceri verrebbero chiamate siti neri. Aree situate in otto paesi – dalla Thailandia, all’Afghanistan fino appunto all’Europa orientale – in cui un centinaio di presunti terroristi legati ad Al Qaeda verrebbero tenuti in completo isolamento: prigionieri fantasma senza alcun diritto. Non si sa nulla dell’identità dei reclusi, nulla dei metodi con cui sono interrogati, nulla su modi e tempi degli arresti. Come a Guantanamo, con l’aggravante che queste carceri sono pure segrete. La cosa non sorprende comunque il Comitato internazionale della Croce rossa, Cicr: «In passato – afferma la portavoce Antonella Notari – gli stessi Stati uniti hanno annunciato l’arresto di alcune persone che non sono mai apparse nei luoghi di detenzione da noi visitati».

Secondo Bruxelles, versante Commissione, la cosa va studiata: verranno fatte «verifiche informali» a «livello di servizi tecnici» della stessa Commissione, promette Friso Roscam Abbing, portavoce di Franco Frattini. «Ho letto degli articoli – si legge in una nota dello stesso Frattini – e confermo che al momento la Commissione non ha informazioni su questo soggetto. Pertanto non è per me appropriato commentare questi articoli». Molta prudenza, dunque, e una blandissima risposta tecnica ad un problema che è invece tutto politico e che tocca al cuore vari aspetti: dai diritti umani al rispetto dei criteri per entrare nell’Ue (il caso della Romania) e per restarci (la Polonia). Senza dimenticare la sovranità nazionale che evidentemente questi governi preferiscono non esercitare quando di mezzo c’è una richiesta di Washington. Secondo il Post solo i capi dei governi e alcuni alte cariche dei servizi segreti dei paesi interessati sarebbero al corrente dell’esistenza dei siti neri. Per il portavoce di Frattini «non è ancora necessario che il vice presidente telefoni lui stesso ai presidenti di questo o altro stato membro».

Roscam Abbing ricorda pure che sono altre le istituzioni chiamate a vegliare sul rispetto dei diritti umani in Europa, in particolare la Corte dei diritti umani di Strasburgo, mentre alla Commissione spetta solo valutare se una norma nazionale di uno stato membro è conforme alla legislazione comunitaria, inclusa quella sui diritti umani. Un altro argomento pilatesco, che dimentica altri strumenti in mano all’Europa. La Romania, per concludere il suo cammino di adesione che dovrebbe portarla nella Ue nel 2007, deve rispettare i criteri di Copenaghen, tra questi lo «stato di diritto e il rispetto dei diritti umani». Altrettanto per la Polonia, che già fa parte del club, se non vuole incorrere in una sanzione o sospensione per mancato rispetto dei diritti umani (Art 7 del Trattato). Tutti poi hanno firmato la Convenzione internazionale contro la tortura, e «devono rispettarla», dice il portavoce. In pratica Bruxelles avrebbe in mano – assieme ai 25 – armi per farsi sentire. Ma preferisce volare basso, lanciando delle «verifiche informali» che non prova nemmeno a chiamare «indagini».