I salari continuano a perdere valore

La crisi che stiamo attraversando, come ogni crisi finora conosciuta, produce inevitabilmente i suoi primi effetti sui soggetti più esposti, perciò più deboli del sistema-paese, e non potrà che accentuare tali debolezze quando l’economia riprenderà a crescere. Anzi, una delle interpretazioni più realistiche sulle cause alla base dell’esplosione della bolla speculativa sta nella caduta della quota del lavoro sul reddito primario (nazionale), mediamente di 0,5 punti ogni anno, più o meno ininterrottamente dalla metà degli anni Ottanta, a cui ha corrisposto un aumento della quota dei profitti.

Ma se negli altri paesi industrializzati l’aumento della quota dei profitti può essere considerato una sorta di contributo straordinario che i dipendenti, nella fase piena dello sviluppo capitalistico, hanno pagato alle imprese per consentire al sistema economico di riorganizzarsi e sostenere l’urto combinato delle nuove tecnologie e dei nuovi agguerriti concorrenti sul mercato globale, in Italia, dove la crescita della quota dei profitti si è accompagnata a una perdita di competitività e un andamento negativo della produttività, tale scambio è risultato pressoché inefficace. Oggi, dunque, il rapporto capitale-lavoro appare sostanzialmente modificato. La quota di reddito nazionale assegnata al lavoro dipendente si è ridotta notevolmente a fronte però di una crescita della rendita, nemmeno del rendimento del capitale (nell’accezione classica, appunto).

Nel nostro paese, la mai risolta questione salariale rischia di accentuare la caduta della domanda interna, già surrogata da una sorta di keynesismo privato, cioè da un’espansione della domanda fondata sull’indebitamento delle famiglie. In Italia, secondo i dati della Banca d’Italia, nonostante il minore indebitamento delle famiglie italiane rispetto a quelle di paesi come gli Usa e il Regno Unito, ma anche Francia e Germania, il rapporto tra debito (mutui, credito al consumo ecc.) e reddito disponibile delle famiglie ha raggiunto circa il 50% (17 punti in più del 2001). La promessa del liberismo di creare ricchezza per tutti attraverso il mercato ha portato solo all’ineguaglianza della distribuzione e all’insostenibilità dei consumi. Il punto, da cui si è obbligati a ripartire, sta nel ritrovare il valore del lavoro come fondamento della persona umana e dell’economia, creando le condizioni per liberare le potenzialità di sfruttamento delle nuove tecnologie, migliorando così la qualità del lavoro e della vita. Bisogna rompere l’alleanza tra rendita e profitto a scapito del lavoro. Nel 2004, Sylos Labini ci ricordava che, oltre a essere un costo per l’impresa, il salario non è soltanto la principale componente della domanda aggregata, è anche il principale incentivo all’aumento della produttività dei lavoratori e il principale pungolo alle imprese per l’innovazione tecnologica e organizzativa.

Tuttavia, nel solo periodo 2002-2008, secondo i dati Istat, le retribuzioni lorde di fatto hanno registrato una perdita cumulata di potere d’acquisto pari a 1.240 euro (30 euro al mese per 7 anni), prevalentemente a causa di un’inflazione programmata metà di quella reale negli anni 2002 e 2003, e per la mancata redistribuzione della produttività. A questi si aggiunge la perdita di ulteriori 1.182 euro, nello stesso periodo, per effetto della mancata restituzione del fiscal drag. La bassa crescita delle retribuzioni italiane si mostra come un fenomeno ancor più grave se confrontato con le dinamiche salariali relative agli altri maggiori paesi europei: i dati Ocse confermano che in Italia dal 2000 al 2007 si registra una crescita media delle retribuzioni nette pari praticamente a zero (circa 17,1 punti nominali contro 17 punti di inflazione effettiva), mentre in Germania le retribuzioni nette reali sono aumentate di 5,6 punti percentuali, in Francia di 6,0 punti e nel Regno Unito di ben 11,0 punti. Pur riacquisendo potere d’acquisto nei contratti nazionali degli ultimi anni, infatti, i salari italiani hanno rincorso l’inflazione senza recuperare mai tutta la perdita. Con la crisi la rincorsa diventa ancor più faticosa, se si pensa alla perdita di occupazione, all’abbattimento dei livelli di reddito per effetto del ricorso agli ammortizzatori sociali e, più in generale, alla depressione dell’economia.

Insomma, la quota di reddito da lavoro dipendente subirà certamente un ulteriore ridimensionamento a causa della ripida salita che tutto il paese deve affrontare e che allontanerà ancor di più i lavoratori dalla piena tutela dei loro salari. Senza considerare che se si dovesse tornare a crescere dal 2010, nella migliore delle ipotesi, il processo di reflazione (mediante il quale si determina un rientro dell’inflazione sotto la spinta della domanda) determinerebbe inevitabilmente una platea di lavoratori consumatori con meno reddito disponibile in termini reali.

Qual è allora il punto? Senza una ripresa della quota di reddito da lavoro dipendente sul reddito nazionale non si riescono a rilanciare consumi e investimenti in termini di contributo alla crescita del Pil. Avendo peraltro in questi anni riscontrato una perdita di potere d’acquisto difficile da recuperare con la contrattazione, appare indubbiamente necessario un intervento dello Stato attraverso il sistema fiscale, in particolare quando si vuole rilanciare la crescita anche attraverso le componenti della domanda interna. Lo Stato ha il potere e il diritto di correggere i cosiddetti “fallimenti dell’economia di mercato”, ossia quelle situazioni in cui l’allocazione delle risorse realizzata dal mercato non appare soddisfacente sotto il profilo dell’efficienza (per la presenza di forme di mercato non concorrenziali, esternalità, informazione asimmetrica ecc.) o sotto il profilo dell’equità, più sfuggente nel suo statuto teorico, ma altrettanto se non più decisivo – come sottolinea il Nobel per l’Economia J. Stieglitz – per il giudizio sull’azione pubblica.

* Dipartimento politiche economiche Cgil