I rischi di un mondo più instabile, più pericoloso

Più alto è il numero dei paesi che dispongono di armi nucleari, più grande è il rischio che siano usate deliberatamente, non per dissuadere, ma per annientare, o che, per errore, si scateni un conflitto, o che un paese bombardi a scopo preventivo le installazioni dei suoi avversari, o ancora che armi o materiali fissili cadano in mano a gruppi criminali.
La proliferazione nucleare è dunque uno dei pericoli più seri per il futuro dell’umanità. Non è stata però questa preoccupazione a sollecitare le prime misure di prevenzione. Fin dal lancio del loro programma nucleare militare, nel 1942, gli Stati uniti hanno proibito la divulgazione di qualsiasi informazione relativa all’energia atomica, per evitare che la Germania nazista arrivasse per prima a costruire la bomba atomica. Dopo il 1945, il divieto è stato mantenuto per ritardare i lavori dei sovietici. Nel 1954, dopo che l’Urss aveva ormai sperimentato il suo primo ordigno termonucleare, il segreto è stato sostituito da una politica denominata «Atomi per la pace»: i paesi che desideravano sviluppare il proprio settore nucleare potevano ottenere l’aiuto degli Stati uniti, a condizione di impegnarsi a utilizzarlo esclusivamente a fini pacifici e rimanendo liberi di avviare un programma militare, se in grado di realizzarlo da soli. Molti paesi hanno approfittato dell’ assenza di una regolamentazione internazionale complessiva per soddisfare le proprie ambizioni militari, ed è così che nel 1960 sette degli otto paesi che oggi dispongono di un arsenale nucleare avevano già acquisito gli elementi indispensabili a realizzarlo (1).
È soprattutto la crisi dei missili a Cuba, nel 1962, che fa nascere l’esigenza di una politica globale di non proliferazione: in quella occasione Washington e Mosca si resero conto che difficilmente avrebbero potuto governare lo svolgimento della crisi, se un’altra potenza in possesso di armi nucleari si fosse intromessa nel loro scontro. All’ origine, l’ obiettivo fondamentale del trattato di non proliferazione (Tnp) era dunque, per le due superpotenze, il mantenimento del controllo sui paesi dei rispettivi campi di influenza. Il Tnp, concluso il 1° luglio 1968, divide il mondo in due: da una parte, gli «stati dotati di armi», quelli cioè che hanno fatto esplodere un ordigno prima del l o gennaio 1967, ai quali viene chiesto di non aiutare altri paesi a dotarsene (2); dall’altra parte tutti gli altri stati, i quali, oltre a impegnarsi a non procurarsene, devono mettere tutte le proprie installazioni nucleari sotto il controllo dell’ Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), incaricata di controllare che gli impegni siano rispettati.

Malgrado i suoi difetti e alcune carenze, il trattato di non proliferazione ha garantito gli strumenti necessari per impedire il proliferare delle armi, e oggi, se fosse stato applicato integralmente, solo cinque paesi sarebbero in possesso di un arsenale nucleare. Il suo successo esigeva un coinvolgimento universale, in altre parole che tutti gli stati vi aderissero, che si creasse un meccanismo di verifica veramente efficace e che, in caso di violazione da parte di un paese, le misure adottate per porre termine all’infrazione fossero così energiche da dissuadere altri stati dall’imitare il reo.
All’inizio, il trattato è stato percepito da molti paesi come un inaccettabile attentato alla propria sovranità: Germania, Giappone e Italia, i primi ad esserne colpiti, sulle prime hanno rifiutato di sottomettersi. Se nel 1970 è entrato in vigore (3),è stato grazie alla firma di paesi come Irlanda, Danimarca, Canada, Svezia o Messico che lo ritenevano un mezzo per ridurre i rischi di un suicidio collettivo, o di nazioni politicamente molto vicine a Stati uniti o Urss, o ancora di paesi che non pensavano di avere un giorno i mezzi per produrre bombe nucleari. Tra i primissimi firmatari si trovano così Iraq, Iran e Siria.
Una svolta si verifica a metà degli anni ’70, con la comparsa dei movimenti antinuc1eari prima negli Stati uniti, poi in Europa, e soprattutto con la prima esplosione dell’India, nel 1974. L’opinione pubblica di molti paesi si allarma per i pericoli che la proliferazione nucleare fa correre alla sicurezza del mondo, e un gran numero di stati comincia a pensare che la propria sicurezza sarebbe meglio garantita se i paesi confinanti non disponessero di armi nucleari. Grazie anche alle pressioni esercitate sia dagli Stati uniti che dall’Urss, la mobilitazione consente un rapido aumento del numero dei firmatari, tra cui i grandi paesi industriali – Germania, Giappone, Italia, Svizzera, Paesi Bassi: alla fine del 1979 , il numero di aderenti supera i cento.
L’ondata di adesioni prosegue nel corso degli anni seguenti e, malgrado la frammentazione dell’Urss, si amplia con la fine della guerra fredda. Nel 1995, i paesi firmatari che vogliono mantenere in vie:ore il trattato per un tempo indeterminato sono già centosettantotto.
Tuttavia, le grandi potenze, per ragioni diverse, non hanno mai fatto lo sforzo necessario per convincere India, Israele e Pakistan a unirsi a loro. Avendo sempre rifiutato di aderire al trattato, i tre paesi hanno dunque potuto produrre i propri arsenali senza tradire alcun impegno. Oggi non sarebbe più possibile: il trattato conta centottantanove membri (4), cioè la quasi totalità degli stati, e nessun paese potrebbe ormai costruire un ordigno esplosivo senza violare i suoi impegni internazionali.
Tra questi stati ci sono anche l’Argentina e il Brasile che, negli anni ’70 e ’80, avevano promosso dei programmi di ricerca con obiettivi chiaramente militari. Poiché all’epoca non avevano firmato il trattato di non proliferazione, questi lavori non erano in contraddizione con i loro obblighi internazionali. Argentina e Brasile hanno abbandonato i progetti militari alla fine degli anni ’90 e aderito al Tnp,la prima nel 1995, il secondo nel 1998. Vi hanno rinunciato non perché la loro sicurezza esterna fosse meglio garantita che nel passato, ma perché un regime democratico aveva sostituito le dittature militari al potere.
Simile il percorso del Sudafrica che negli anni ’70 e ’80 ha fabbricato, in modo del tutto lecito e senza che l’Aiea potesse intervenire, una mezza dozzina di ordigni nucleari. Pretoria ha smantellato l’arsenale poco prima di abbandonare il regime di apartheid e di aderire al Tnp,nel l99l.
A metà degli anni ’90, gli Stati uniti hanno voluto completare il Tnp con un trattato di proibizione totale delle sperimentazioni nucleari (Tice) e una convenzione che vieta la produzione di uranio arricchito o di plutonio per scopi militari. I due accordi riguardavano unicamente l’India e il Pakistan, ma gli americani pensavano che i due paesi avrebbero aderito più facilmente a norme di carattere internazionale.
I due accordi non hanno infatti alcun senso per gli altri paesi: se centottantaquattro stati si sono impegnati a non procurarsi armi nucleari; chiedere loro di non fare esplodere ordigni non prodotti non rappresenta un progresso veramente significativo! I cinque stati dotati di armi nucleari hanno bloccato gli esperimenti e la Francia, una volta smantellato il poligono del Pacifico, non può più riprenderli. Al contrario, l’India e il Pakistan, dopo aver fatto esplodere i loro ordigni nel 1998, proseguono a produrre materiali fissili militari e rifiutano di aderire al Tice o alla convenzione.
Bisogna aggiungere che l’impossibilità di fare esperimenti non ha mai impedito a un paese di procurarsi armi nucleari: Israele non ha mai fatto esperimenti, ma tutti gli specialisti l’accreditano di un arsenale; anche il Sudafrica ufficialmente non ha mai fatto esperimenti, e tuttavia possedeva una mezza dozzina di armi; infine in Pakistan veniva data per certa l’esistenza di molte armi nucleari anche prima del 1998. In conclusione, questo progetto di trattato, che gli Stati uniti rifiutano di ratificare (benché l’abbiano proposto!), non ha altra motivazione se non la carica simbolica conferitagli dall’opinione pubblica.
L’Aiea, incaricata di verificare il rispetto degli obblighi assunti dagli stati firmatari del Tnp, fin dall’inizio ha dovuto lavorare in condizioni piuttosto difficili. Gli ispettori possono recarsi solo in quei paesi, già membri del trattato, che abbiano firmato con l’agenzia, e ratificato, un accordo particolare che precisa diritti e doveri. E per questa ragione, ad esempio, che sono potuti entrare nella Corea del Nord solo nel1’aprile del 1992, mentre l’esistenza di un reattore e dell’impianto di ritrattamento dove è stato prodotto il plutonio nordcoreano erano noti almeno dal 1990.
L’accesso ai diversi impianti da parte degli ispettori è poi limitato da numerose disposizioni amministrative: per esempio, devono prima sollecitare un visto il cui rilascio può richiedere tempi più o meno lunghi, in seguito sono autorizzati ad ispezionare uno stabilimento solo per un tempo minuziosamente calcolato secondo la natura delle attività e la quantità di uranio o di plutonio ivi presenti.
Tutte le regole alle quali gli ispettori devono sottostare sono state definite nel 1971 , non dai funzionari dell’ agenzia, che avrebbero potuto precisare di cosa avevano bisogno per compiere la loro missione, ma dai rappresentanti degli stati, in particolare da quelli dei paesi che all’epoca erano i più avanzati nel settore nucleare. Questi hanno cercato di limitare al massimo gli obblighi che i controlli avrebbero potuto comportare per le proprie nazioni e soprattutto per gli industriali. Così, il meccanismo di controllo è stato basato sul postulato che un programma nucleare non poteva es¬sere realizzato clandestinamente, la sola frode concepibile essendo la trasformazione per usi militari di uranio o plutonio destinati a scopi civili. Gli ispettori avevano dunque accesso solo agli impianti dichiarati dallo stato e il loro compito consisteva nell’assicurarsi che tutti i materiali fissili entrati fossero stati utilizzati per scopi pacifici. Non dovevano verificare l’esistenza nel paese di installazioni non dichiarate.
Tali limiti non erano del tutto irragionevoli, tenuto conto della tecnologia dell’ epoca. Soprattutto per la produzione di uranio arricchito, erano necessarie fabbriche di dimensioni impressionanti, con forme architettoniche caratteristiche, che assorbivano considerevoli quantità di energia, in modo che sia la costruzione che il funzionamento potevano essere facilmente individuati. Bisogna aggiungere che all’inizio degli anni ’70, solo paesi industriali avanzati erano in grado di realizzare un’attività nucleare di una certa rilevanza.
Si trattava di Stati democratici, in cui l’informazione circolava liberamente e dove la decisione di dotarsi di un arsenale non poteva rimanere clandestina. Pur nei limiti così imposti, il sistema di controllo ha funzionato in modo soddisfacente visto che, dal 1945, nessun impianto sotto la sorveglianza dell’ Aiea ha fabbricato armi nucleari. Non che i controlli siano infallibili, ma finora si sono rivelati efficaci per far sì che i bari preferiscano non correre il rischio di essere colti sul fatto dagli ispettori.
Tuttavia, dopo la guerra del Golfo, nel 1990-1991 , sono state scoperte in Iraq delle installazioni che gli avrebbero permesso, nel giro di qualche anno, di disporre di un vero e proprio arsenale. Saddam Hussein ha fornito la prova che, perlomeno in un paese sottoposto ad un feroce regime dittatoriale, attività nucleari clandestine sono tranquillamente possibili. Gli iracheni avevano utilizzato il processo di arricchimento dell’uranio tramite centrifugazione, una tecnica adottata in Europa a metà degli anni ’70, che consente impianti di dimensioni ridotte, facilmente occultabili in edifici dall’ apparenza banale, che consumano meno energia e che i servizi d’informazione hanno poche possibilità di scoprire, a meno che non dispongano di informatori sul posto.
Per tentare di adattare i meccanismi di controllo a questo nuovo tipo di frode, nel 1997, l’ Aiea ha adottato un Protocollo supplementare (5) che dà agli ispettori poteri investigativi molto più estesi, ma che per essere applicabile deve anch’esso essere firmato e ratificato dai singoli stati (6). Le nuove disposizioni hanno già per¬messo risultati apprezzabili (7), e potranno fornire agli ispettori gli strumenti per rilevare l’esistenza di attività rimaste segrete nei vari paesi. Tuttavia, questa non è la panacea e, a meno di un colpo di fortuna, è poco probabile che gli ispettori scoprano, esclusivamente coi loro strumenti, il luogo in cui è stato costruito un impianto clandestino.

UN’ORGANIZZAZIONE internazionale come l’ Aiea non è un servizio di spionaggio, non dispone di alcun mezzo per procurasi informazioni segrete ed è tenuta a rispettare gli accordi conclusi con il paese controllato. Localizzare con precisione una fabbrica è responsabilità dei servizi d’informazione; a loro spetta il compito di dare all’ agenzia le notizie che le servono.
Nessuno dei cinque stati dotati di armi è obbligato a firmare il protocollo supplementare: peraltro se gli ispettori arrivassero alla conclusione che negli Stati uniti o in Francia, per esempio, esistono, magari in luoghi perfettamente conosciuti, impianti nucleari militari, non direbbero nulla di nuovo. Tuttavia, la Francia ne ha simbolicamente firmato una versione edulcorata per non urtare la suscettibilità degli altri membri dell’Unione europea, molto sensibili alla differenza di trattamento tra i paesi dotati di armi e gli altri.
Allo stesso modo, nessun trattato proibisce a uno dei cinque paesi di fabbricare nuovi tipi di armi: sarebbe sicuramente contrario allo spirito dell’articolo 6 del Tnp sul disarmo nucleare, ma non del tutto contrario, invece, alla lettera del trattato che, con grande ipocrisia, stabilisce un qualche legame tra disarmo nucleare e disarmo generale e completo. Da oramai quasi quarant’ anni, i cinque stati dotati di armi nucleari, che sono anche i primi esportatori mondiali di armi convenzionali, si guardano bene dall’incoraggiare un disarmo generale e lamentano i mancati progressi su questo dossier per ignorare cinicamente gli impegni di disarmo nucleare da loro assunti.
Gli Stati uniti parlano regolarmente di produrre nuovi ordigni nucleari. È l’ossessione dei costruttori di armi, che, da decenni, cercano tutti gli argomenti possibili per sviluppare l’attività. Questi progetti non hanno alcuna reale portata operativa, ma concentrano l’attenzione dell’opinione pubblica e occultano totalmente alcune trasformazioni infinitamente più importanti previste dalla Nuclear Posture Review (revisione della strategia nucleare) del gennaio 2002. In particolare, le armi nucleari non costituiscono più una categoria separata dell’arsenale americano, sono integrate nell’insieme delle armi offensive, e il presidente, di conseguenza, può utilizzarle come preferisce, allo stesso titolo di qualsiasi altra arma, a seconda della natura della missione da compiere. Lo stesso documento prevede: il reclutamento di una nuova generazione di specialisti nel settore delle armi per rimpiazzare quella che andrà in pensione, la sostituzione dei missili intercontinentali nel 2020 , dei sottomarini nel 2030 , e dei bombardieri nel 2040. TI che sta ad indicare che l’armamento americano è concepito per una durata indefinita e in ogni caso fino alla fine del secolo.
Se l’Aiea constatata che uno stato non ha rispettato i suoi impegni, ricorre al Consiglio di sicurezza dell’Onu, il solo abilitato ad adottare le misure necessarie per porre termine all’infrazione. L’Onu ha trattato a due riprese una violazione degli impegni di non proliferazione, e gli insegnamenti che si possono trarre da queste esperienze sono ambigui. Nel caso dell’Iraq, le cui attività clandestine sono state scoperte solo dopo la guerra del Golfo, nel 1991 , mentre il paese era militarmente vinto e obbligato ad accettare le condizioni imposte dal Consiglio di sicurezza, l’ Aiea ha potuto distruggere tutti gli impianti costruiti in maniera illecita.
Anche alla Repubblica popolare democratica coreana (Rpdc; Corea del Nord), nel 1992, è stata contestata la violazione degli impegni da lei assunti con la firma del trattato. Immediatamente la Corea del Nord ha dichiarato che avrebbe considerato un atto di guerra qualsiasi sanzione, e la Cina si è affrettata a far sapere che la crisi doveva essere regolata tramite trattative. La presa di posizione di Pechino e il timore di una guerra che, nella penisola, rischiava di fare un gran numero di vittime nella Corea del Sud, hanno portato, nel 1994, ad un accordo concluso tra Pyongyang e Washington, grazie al quale la Corea del Sud doveva costruire al Nord due grandi reattori per produrre elettricità, in cambio del blocco delle attività nord-coreane. L’accordo ha retto fin quando gli Stati uniti hanno deciso di interromperlo, alla fine del 2002; a questo punto i nord-coreani si sono ritirati dal trattato di non proliferazione, hanno espulso gli ispettori dell’ Aiea, separato la quantità di plutonio necessaria alla fabbricazione di una mezza dozzina di bombe nucleari e, dopo alcuni mesi, hanno dichiarato che ormai disponevano di armi nucleari.
Nessuna di queste decisioni ha suscitato la minima reazione da parte del Consiglio di sicurezza o degli altri paesi, se si eccettuano le minacce terribili, ma inoffensive, lanciate dal presidente degli Stati uniti. Da allora, in conformità alle richieste cinesi, proseguono le trattative tra le due Coree, gli Stati uniti, la Cina, il Giappone e la Russia (8). Alla fine di una dichiarazione comune, firmata il 19 settembre 2005, la Rpdc si è impegnata ad abbandonare i programmi nucleari; in cambio dell’ aiuto energetico e di garanzie in materia di sicurezza da parte dei cinque paesi sopra citati. Tuttavia, non volendo perdere l’occasione, già il giorno successivo Pyongyang rimetteva in discussione l’accordo ed esigeva che le fosse riconosciuto il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare, per poi tornare, successivamente, su una posizione più conciliante. Ad oggi, in una risoluzione adottata il 30 settembre dall’ assemblea dai centotrentanove stati membri, l’Aiea ha accolto la decisione della Rpdc di rinunciare agli armamenti nucleari.
Per quanto riguarda l’Iran nessuna infrazione si è potuta accertare, dovendo accontentarsi, come l’Aiea ha l’obbligo di fare, di un ‘interpretazione letterale del trattato. Ma se le discussioni in corso con Germania, Francia e Gran Bretagna non trovano sbocco, gli stati membri potrebbero ricorrere al Consiglio di sicurezza, basandosi su un giudizio politico, piuttosto che su un’interpretazione giuridica del testo.
La politica di non proliferazione è stata profondamente indebolita proprio dalla conferenza che, nel 1995 , ha deciso di mantenere in vigore il trattato, nel momento stesso in cui l’obiettivo sembrava a portata di mano. La necessità di fermare la proliferazione delle armi è stata attaccata negli Stati uniti prima di tutto dai neoconservatori, che rifiutano l’idea che il loro paese sia tenuto ad osservare un qualsiasi obbligo internazionale, poi da altri secondo i quali la non proliferazione appartiene alla logica della guerra fredda e, finita questa, perde ogni sua ragion d’essere. Per costoro, la risposta alle minacce di diffusione delle armi sta nella costruzione di difese antimissili, che tutti i paesi dovrebbero acquistare dagli Stati uniti. Altri ancora, forse più numerosi o più influenti, ritengono che la proliferazione nucleare non sia da condannare, se a portarla avanti sono paesi alleati degli Usa.
Lo stesso trattato di non proliferazione è stato oggetto di critiche estremamente vivaci. Da tempo si nota lo scontento contro un sistema che permette a cinque paesi di possedere le armi più potenti e proibisce agli altri di procurasene. Spesso considerata come inevitabile durante la guerra fredda, questa disparità di trattamento viene sopportata con sempre maggiore difficoltà dopo il crollo dell’Urss. Tanto più che il trattato contiene anche disposizioni per il disarmo nucleare, che i cinque stati dotati di armi ignorano con la più grande ipocrisia. Conservando oggi arsenali così ricchi, questi cinque stati di fatto incoraggiano gli altri paesi ad imitarli.
La disaffezione all’idea di non proliferazione si è manifestata in maniera clamorosa nel corso della Conferenza di revisione del trattato, nel giugno 2005: invece di manifestare unanime riprovazione contro chi inganna, gli stati partecipanti si sono lasciati senza aver trovato neanche un minimo accordo, a testimonianza di un mondo diviso, disilluso, disorientato. Tuttavia, queste disposizioni screditate, ma per le quali non si è mai riusciti a proporre alcuna soluzione alternativa, sono sempre in vigore e sarà probabilmente la conclusione della crisi sia nord-coreana che iraniana a decidere del loro futuro.

(I) L’Urss ha sperimentato la sua prima bomba A nel 1949 e la prima bomba H nel 1953; la Gran Bretagna ha fatto esplodere il suo primo ordigno a fissione nel 1952 e la prima bomba a fusione nel 1957; per la Francia, le date sono 1960 e 1968; per la Cina, 1964 e 1967: Inoltre, la Francia ha fornito ad Israele, nel 1956, il reattore e l’impianto di ritrattamento di Dimona, da dove è uscito il plutonio delle sue prime armi, e il Canada ha consegnato all’India, nel 1955, il reattore ad acqua pesante che ha prodotto il plutonio delle prime bombe indiane.
(2) In ordine cronologico, con riferimento alla prima esplosione: Stati uniti, Urss (il cui successore è oggi la Russia), Gran Bretagna, Francia e Cina. Contrariamente a un ‘idea molto diffusa, non c’è alcun legame tra lo statuto di membro permanente del Consiglio di sicurezza e quello di stato dotato di armi nucleari. I membri di questo Consiglio, definiti dalla Carta dell’Onu firmata il 26 giugno 1945, data in cui nessun paese, nemmeno gli Stati uniti, disponeva di un ordigno nucleare, sono i paesi vincitori della seconda guerra mondiale. I < (3) Il testo del trattato condiziona la sua entrata in vigore alla firma e alla ratifica da parte di 40 stati.
(4) La cifra dovrebbe essere riportata a centottantotto, se si tiene conto della decisione presa dalla Corea del Nord, nel gennaio 2003, di ritirarsi dal trattato. Thttavia gli altri paesi ritengono il ritiro non accettabile, in quanto non conforme alle condizioni previste dal trattato stesso affinché uno stato possa esercitare questo diritto.
(5) Il titolo completo è «Protocollo supplementare all’accordo tra lo Stato e l’ Aiea, relativo all’applicazione di garanzie».
(6) L’Iran lo ha finnato, ma non ratificato, e il nuovo Parlamento non è certamente disposto ad approvarlo. I responsabili iraniani affermano a volte di accettarlo volontariamente, ma lo fanno solo panialmente, con molte reticenze.
(7) È così che, nel 2004, gli ispettori hanno stabilito che in passato Corea del Sud e Taiwan avevano fatto ricerche clandestine su tecniche di arricchimento dell’uranio e di separazione del plutonio.
(8) Washington, che fino ad allora lo aveva rifiutato, ha finalmente accettato un dialogo bilaterale con Pyongyang.

(*) Direttore di ricerca all’ Institut des relations internationales et stratégiques (lris), Parigi.