I rischi delle primarie sono stati confermati

Caro direttore, consentimi di rispondere alle accuse che da queste colonne mi sono state mosse da Franco Giordano, capogruppo alla Camera del Prc. Un attacco in cui alla polemica si uniscono alcune cadute di stile rivelatrici di un nervosismo di cui non credo di rappresentare la causa (oltre a errori da matita blu come la nostra presunta contrarietà a Genova 2001 o al referendum sull’articolo 18).
Ma cerchiamo di stare al merito. Giordano chiede autocritica usando un vecchio artificio retorico (le autocritiche si possono fare ma non si chiedono mai, la storia insegna). Per cosa? Per aver fallito la previsione sulle primarie. Non ci risulta di aver mai fatto previsioni né in pubblico né in privato. In realtà, abbiamo sempre e solo sostenuto che le primarie contenevano quattro rischi: il rafforzamento del bipolarismo, la personalizzazione della politica, una legittimazione preventiva di Romano Prodi e il risucchio del Prc nel centrosinistra, data l’impossibilità di spostarne a sinistra l’asse. Quattro rischi che, a mio giudizio, sono ampiamente confermati dal voto di domenica. Il bipolarismo è l’arma a cui Prodi continua a ricorrere («morirò maggioritario»); la personalizzazione ne esce così rafforzata da preoccupare gli stessi sostenitori del candidato premier; Prodi può tranquillamente dichiarare che sarà lui a fare il programma sulla base delle proprie priorità; Rifondazione, infine, vede ridotta, se non battuta, la possibilità di spostare a sinistra l’asse dell’Unione. A me non sembra di essere “fuori dal lume della ragione” tanto che questi giudizi sono riscontrabili su gran parte della stampa italiana.

La partecipazione e il conflitto
Non riusciamo a vedere, allora, che si è realizzata una straordinaria partecipazione? Certo che la vediamo, abbiamo immediatamente messo l’accento su quella che è stata una legittima manifestazione di un elettorato contro il governo Berlusconi. Ma un’analisi seria può limitarsi alla quantità o non deve invece interrogarsi sulla qualità? Che partecipazione c’è stata domenica, di cosa parla, quale indicazione offre? E’ evidente che l’antiberlusconismo si è nuovamente manifestato come la cifra più esauriente e sintetica di una partecipazione della quale avevamo già visto le premesse (girotondi, Cofferati, in parte il movimento contro la guerra). E Prodi è stato individuato come il candidato più “utile” per questo obiettivo. Ma lasciami dire che in questa partecipazione manca una parte importante della nuova generazione, almeno a giudicare dall’età media di chi si è recato ai seggi (si confronti l’intervista di ieri a Nando Pagnoncelli). Così come manca una parte dei movimenti antiglobalizzazione (e che non sono certamente rappresentati dai “senza volto”). Dei fenomeni di partecipazione, per comprenderli prima ancora di giudicarli, va osservato il senso di marcia e, se mi si passa ancora l’espressione, il segno di classe. Ai miei occhi restano ancora più straordinarie e “storiche” le giornate di Luglio a Genova, il 9 novembre 2002 a Firenze, il 15 febbraio 2003 a Roma. E perché dimenticare gli undici milioni di voti al referendum sull’articolo 18 rimossi dal dibattito politico? Si badi che in quelle giornate di altissima partecipazione il gruppo dirigente riformista dell’Unione, quando non era contrario, era costretto a rincorrere e a stare, simbolicamente, in coda: oggi è quello stesso gruppo, con le stesse idee, che guida la corsa e che marcia compatto alla testa.

Insomma, non esiste solo un “popolo delle primarie” a guidare l’azione dei partiti di sinistra, ma più popoli, più forme organizzate, più domande di partecipazione. Altrimenti saremmo condannati a sottostare al rapporto di forza tra sinistra riformista e sinistra di classe fotografato domenica scorso.

Che comunque resta il dato saliente sotto gli occhi di tutti: Giordano può legittimamente relativizzarlo (spero non rimuoverlo come la veemenza del suo attacco farebbe sospettare) sotto il numero dei voti assoluti raccolti dal nostro segretario (tanti, l’abbiamo rilevato nella nostra dichiarazione e in linea con l’influenza di Rifondazione comunista) ma quel rapporto influirà, sta già influendo sul corso della politica. Negare che il risultato sia deludente da questo punto di vista significa, qui sì, non capirne la valenza. Basta guardare i commenti del Corriere della Sera, (“Vince il riformismo moderato, ridimensionata l’ala radicale”), i giudizi di Fassino, l’atteggiamento baldanzoso di Prodi per dedurre la maggiore difficoltà con la quale bisognerà imporre contenuti e programmi di sinistra. Qui sta la “delusione”: se Giordano si guardasse attentamente attorno scoprirebbe che non si tratta di un giudizio frutto di “elitarismo o ideologismo” ma di un sentimento diffuso.

L’autorganizzazione necessaria
Ma se non ci fossimo presentati allora saremmo scomparsi? Le varianti alternative non possono essere prese per parti separate ma vanno considerate in blocco. La nostra posizione critica proveniva da un’impostazione alternativa avviata con la fase successiva al referendum sull’articolo 18 e che abbiamo presentato allo scorso congresso: se l’avessimo seguita la politica italiana oggi sarebbe differente e, magari, invece delle primarie avremmo realizzato una grande manifestazione di massa a Roma per la fine anticipata della legislatura (che però siamo ancora in tempo a organizzare). La candidatura di Bertinotti alle primarie è stata coerente e organica alla linea che ha vinto il congresso, la nostra obiezione riguarda quella linea e quindi, giocoforza, le subordinate che ne seguono.

Si dice, ancora, che la partecipazione di massa è però un valore in sé perché allude a una volontà di riforma della politica ancora troppo autoreferenziale e separata. Sulla necessità della riforma della politica siamo talmente d’accordo che ha costituito la nostra bussola nei movimenti di massa scaturiti dopo Genova (davvero qui non è possibile accettare lezioni solo perché qualcuno parla continuamente di innovazione: mi sento parte di un’area che in questo partito ha innovato più di tutti). E l’abbiamo intesa come processo per costruire un’altra politica, altre forme autorganizzate, altri luoghi di espressione della soggettività. Le primarie hanno rappresentato in parte questo bisogno (ognuno utilizza gli strumenti che ha e in questa fase non ne sono stati offerti altri), ma sono riuscite o riusciranno a costruire luoghi organizzati del conflitto sociale? Momenti di autorappresentanza? Contestazione dal basso della separatezza? O non sono forse legate a una selezione moderata dei candidati? La sfida riparte da qui e si lega al nostro impegno nel movimento.

Una politica di movimento
Io non credo che la proposta da percorrere sia quella di ristabilire una relazione privilegiata con altri pezzettini di sinistra alternativa. Serve una politica di movimento, a tutto campo e sui contenuti. A cominciare dall’agenda attuale: studenti, migranti, scioperi contro la Finanziaria e, dopo il successo del 15 ottobre – in cui la presenza del partito è stata sotto qualsiasi aspettativa – direttiva Bolkestein. Politica di movimento significa riprendere l’iniziativa sociale anche a partire dai punti programmatici presentati da Bertinotti nella campagna delle primarie. Su questo credo che nel partito si possa sperimentare un’unità più larga anche in previsione di un’intensa campagna elettorale. Infine, alludere, come fa Giordano, a un non impegno delle aree critiche, significa semplicemente non conoscere la realtà del partito. Dei tanti esempi di come l’area Sinistra Critica abbia interpretato la lealtà dichiarata ne cito uno soltanto: al seggio allestito all’Università di Roma per i fuorisede, dove lavora il circolo intestato a Livio Maitan, Fausto Bertinotti ha ottenuto il 40%!

Non credo che serva un dibattito fatto di scomuniche e di colpi bassi se non a distogliere l’attenzione dal nodo del contendere. E nemmeno serve un rimpallo continuo tra una maggioranza autosufficiente e una minoranza che si rifugia nella contestazione puntuale. Al centro del dibattito oggi c’è la discussione programmatica e, io credo, il nostro ruolo nei movimenti. Credo che si debba ripartire da qui e lo si debba fare anche ipotizzando sedi innovative interne al partito che rimuovano rigidità e separatezze. Il resto lasciamolo alla vecchia politica.