I riformisti si tolgono la toga

Massimo D’Alema «Alleanza strategica con l’avvocatura. Le leggi vergogna si azzerano innovando»

Abrogare le «leggi vergogna»? Un momento, il centrosinistra, se sarà chiamato a governare, dovrà innanzitutto «riformare». Come? «Cancellando, cambiando, riscrivendo, questo è un problema tecnico – spiega Massimo D’Alema al convegno di ItalianiEuropei – ma se vogliamo ripristinare un livello accettabile di legalità dobbiamo guardare avanti, fare come se Berlusconi non ci fosse». L’Unione insomma, dovrà pensare positivo. «Non possiamo guardare indietro, la parola chiave non è abrogare ma cambiare e sostituire», chiosa il responsabile Ds per la giustizia Massimo Brutti. «D’accordo – puntualizza Guido Calvi, avvocato e senatore Ds – ma nel frattempo facciamo almeno un decreto legge che sospenda gli effetti delle norme peggiori, come l’ex Cirielli se sarà approvata». Il convegno della fondazione di Amato e D’Alema («Appunti per un programma di governo sulla giustizia») nasconde dietro l’«understatement» un messaggio per molti versi nuovo che parte dalle alte sfere riformiste. Il tentativo di una riforma complessiva e non settoriale dell’amministrazione della giustizia, un disegno che prova a troncare con le antiche patine del «partito delle toghe» contro il «partito degli avvocati».

Se il «programma è quella cosa che tutti vogliono quando non c’è e nessuno legge quando c’è», ricorda D’Alema, gli appunti di ItalianiEuropei invece andranno letti con attenzione, perché sono il frutto di due anni di seminari e rappresentano certo un mattone decisivo in vista del futuro programma dell’Unione. Giuliano Pisapia, responsabile del tavolo sulla giustizia, prende nota e approva il tentativo: «Invece che passare tre anni ad abrogare tutte le leggi della Cdl l’Unione dovrebbe essere propositiva e realizzare norme organiche che eliminino alla radice gli effetti negativi di quelle leggi».

Certo, i punti di disaccordo a sinistra rimangono. I riformisti fanno leva su due attori (la magistratura e l’avvocatura) e puntano soprattutto sugli aspetti ordinamentali, anche se anche ieri «diritto penale minimo» è stato il leitmotiv evocato da tutti i protagonisti, da Piero Fassino in giù. Qualche speranza anche verso i tossicodipendenti dietro le sbarre, che nelle sconfortanti statistiche ufficiali sfiorano un terzo del totale e costano 1,8 milioni di euro. Cifra che potrebbe essere liberata per altri, più utili, scopi.

L’incipit della bozza riformista: «La giustizia italiana è malata di lentezza e incertezza», riassume i contenuti offerti alla discussione. Problema dei problemi è soprattutto il processo civile, che coinvolge 12 milioni di italiani ma che non guadagna mai le prime pagine dei giornali. Qui le parole d’ordine sono «sistemi alternativi», arbitrati, una drastica semplificazione dei riti processuali. Punto nodale la riduzione del ricorso in Cassazione (con opzioni alternative: o due gradi di merito o il giudizio di legittimità dopo un unico grado). Una rivoluzione che potrebbe applicarsi anche al sistema penale. Anche qui qualche idea che rompe con alcuni tabù: limitare il potere discrezionale del giudice, rivedere al ribasso il modello sanzionatorio, semplificare i riti e chiudere con l’«ibrido» del processo accusatorio. Parole decise anche sul Csm, che perderebbe il potere esclusivo dell’azione disciplinare (da affidare a un’unica Corte autonoma) e la potestà sulla magistratura onoraria (da decentralizzare in nuovi consigli giudiziari regionali misti).

Recepiti invece alcuni aspetti della riforma Castelli come le priorità nell’azione penale obbligatoria, i «manager» dei tribunali, i rapporti con la stampa gestiti solo dal capo degli uffici, la scuola della magistratura e la valutazione professionale continua delle toghe. Muro invece sulla separazione delle carriere e il sistema dei concorsi.

Un’attenzione speciale anche per l’avvocatura, alla quale viene proposta apertamente un’«alleanza» strategica. Ultimo pilastro, ma non ultimo, la dimensione europea della giustizia, con riforme che com’è noto l’Italia è l’unico paese a non aver ancora adottato.

Se «il riformismo dall’alto non funziona» (D’Alema dixit) il convegno di ieri può aiutare a chiudere una fase quasi «corporativa» della Quercia e provare ad allargare il campo, contaminandosi con altre sensibilità.