I “ribelli” pacifisti ribadiscono il no alla missione

Una cosa «semplice e netta», dire no alla guerra senza se e senza ma, «mentre una nuova, vecchia, guerra riemerge violentemente». Questo gesto, semplice ma faticoso, sono venuti a fare, ieri mattina a Roma, un migliaio di pacifisti, esponenti dei movimenti, sindacalisti, parlamentari, uomini e donne di partito, che si sono riuniti in un centro congressi tra la città universitaria e il quartiere di S. Lorenzo. Noterà uno degli intervenuti che proprio qui Roma subì il più sanguinoso dei bombardamenti della sua storia, il 19 luglio del ’43. Si aggiunga al fardello di simboli che una volta il centro congressi era la federazione romana del Pci. Se la divisione nella sinistra radicale dovesse consumarsi fino in fondo, ossia se ci sarà una votazione a favore del rifinanziamento della presenza militare in Afghanistan «sarà un macigno pesante». Lo pensa Gino Strada, e lo dice intervendo telefonicamente da Kabul. Lo sanno tutti nel centro congressi che si riempie in platea e in galleria di gente che ha aderito all’appello di quel pugno di senatori e deputati dissenzienti, ribelli o come li si voglia chiamare. Loro preferiscono fare riferimento allo slogan che ha dato vita al movimento contro la guerra in Italia, quel 10 novembre del 2001, sfilando per Roma in centomila contro l’invasione dell’Afghanistan, primo capitolo della guerra infinita e preventiva.
Dopo quattro ore, gli interventi dal palco, intercalati da messaggi di saluto di alcuni assenti e di telefonate (Beppe Grillo, Alex Zanotelli e il fondatore di Emergency), produrranno una mozione che motiva l’impossibilità di mediazioni, tantomeno di riduzione del danno, sulla guerra.

Perché se la guerra è un «sistema di dominio e di oppressione che non serve a ridurre i fenomeni terroristici», come si legge nella mozione, il no alla guerra è «fondativo di un’identità collettiva che non intende spezzare il filo che lega le mobilitazioni degli ultimi anni». A partire dal Kosovo, è stato ricordato, per arrivare in tempi brevissimi a un’iniziativa sulla Palestina, la «nuova, vecchia guerra», contro cui già da domani si comincerà a manifestare: una fiaccolata a Roma sarà tutt’uno col presidio del pomeriggio sotto Montecitorio a sostegno del no alla missione afgana e di chi lo pronuncerà in Aula.
Questo chiede la mozione finale, solidarizzando col popolo palestinese: il cessate il fuoco e il ritiro di Israele, lo smantellamento del muro e lo sblocco degli aiuti europei all’Anp, la revisione della cooperazione militare con Tel Aviv e un impegno dell’Onu per un’interposizione militare nei Territori occupati. E, ancora, la fine dell’occupazione di Iraq e Afghanistan (che sono il problema non la soluzione) riprendendo la piattaforma lanciata al Fse di Atene per una mobilitazione internazionale in autunno.

Chi si fosse aspettato provocazioni politiche estremiste (l’equivalente di quel “10, 100, mille Nassiriya” che ha avvelenato altre scadenze) sarebbe restato deluso di fronte a un’iniziativa che ha visto la partecipazione di anime e culture con profonde differenze – dai cattolici eredi di don Milani fino agli antimperialisti – ma con un dna segnato dalla «magnifica costituzione, quella dell’articolo 11», come manda a dire Samir Amin nel primo dei saluti letti dalla presidenza. Seguiranno quelli di Walden Bello, Noam Chomski, del missionario di Pax Christi Alberto Vitali, di Vitaliano Della Sala, Giulietto Chiesa e Nella Ginatempo. Fino al sottosegretario all’economia, Paolo Cento che ammetterà le debolezze del governo sulla questione afgana. I “ribelli”, insomma, sono tutt’altro che soli, sebbene consapevoli della drammaticità dello snodo e «del fuoco “amico”», come il verde Bulgarelli chiama le pressioni politiche sui “dissenzienti” come lui. Anzi, altri nomi di parlamentari si aggiungono a quelli già noti. C’è Franca Rame, senatrice dell’Idv con Dario Fo, ci sono Cesare Salvi, Luis del Rojo (Prc) e Dino Tibaldi, Caruso, oltre a Grassi, Giannini, Turigliatto, Malabarba, Pegolo, Rossi, De Petris, Palermi, Burgio ecc…

«Questa assemblea – dice Salvatore Cannavò, deputato che fa riferimento alla Sinistra critica del Prc – ha ridato dignità a uno spazio che rischiava di non esserci più». E che, invece, resiste al «“menopeggismo”», ne confuta la possibilità che si assuma come linea politica: «Se di liberismo ce ne può essere un po’ di meno – continua – la guerra o c’è o non c’è, è l’unico punto su cui non si può mediare». E all’accusa, respinta, di voler far cadere il governo, si ribatte con un “se”: «Cosa sarebbe successo se oggi, anziché dei parlamentari “sfigati” si fossero mossi i loro partiti?». Infatti, «c’è un gigantesco paradosso – così sostiene Bernocchi dei Cobas – cosa avremmo fatto se fosse stato Berlusconi ad annunciare un ddl come quello?». E’ la «sindrome da governo amico». Una malattia riscontrabile anche nella diagnosi compiuta da Cremaschi della Fiom: «Se ci fosse stato Berlusconi, saremmo già nelle piazze contro il Dpef!». Non sfugge al Sincobas (Paolo Sabbatini) e ad Attac (Marco Bersani) la relazione tra aumento delle spese militari e blocco dei salari. Si pretende dal governo la discontinuità promessa. Lo fa anche Piero Maestri di Guerre & Pace lamentando il ritardo nella riflessione sul nuovo modello di difesa.

«La sindrome agisce e ha un risultato su di noi», dirà un’altra “fiommina”, Alessandra Mecozzi, pensando alle assenze. «E’ un fatto che proprio nel momento topico il movimento sia diviso», ricorda Sergio Cararo di Radio Città Aperta. Mecozzi, però, come il deputato Franco Russo, lancerà un ponte su cui qualcuno potrebbe incontrarsi presto: «Sostengo tutte le iniziative che si propongono come parte di una discussione più generale». Come dire, la battaglia prosegue anche dopo il voto, ci sono giorni importanti di dibattiti e manifestazioni, ci sarà l’assemblea di sabato prossimo a Genova. «Il governo è un terreno di lotta – ricorda Russo – non di compromissioni».

Ma il punto del voto resta: «Il governo non sta rispettando il suo programma – spiega Claudio Grassi, coordinatore di Essere comunisti e senatore “dissenziente” – c’era scritto che non si sarebbero più votate missioni in blocco e sull’Afghanistan non c’è addirittura scritto nulla». Poi, chi, come D’Alema, lo definisce incosciente, viene invitato da Grassi a interpellare gli operai della Zastava per sapere chi sia il vero irresponsabile.

Bernocchi trova che nel centrosinistra ci siano nostalgie per la guerra concertata e Luca Casarini denuncia la scarsa sintonia tra chi aveva sposato la non-violenza, polemizzando nel movimento anche duramente, e oggi rifinanzia le missioni: «La guerra preventiva è entrata in crisi grazie anche ai movimenti e alle resistenze e la guerra “umanitaria” gli va in soccorso». Il più duro con i “riduzionisti del danno” sarebbe stato Gino Strada che ripete l’appello a mettere l’abolizione della guerra, come fu per la schiavitù, «nell’agenda umana: potranno esserci guerre legali (le leggi cambiano) ma mai guerre giuste». Il chirurgo, fondatore di Emergency, è convinto di pensarla come tantissimi altri. «Solo che queste persone non hanno voce».