I rapitori: «Non è una spia»

Forse una soluzione, dall’isolamento del gruppo «Jihad» che ha rivendicato il rapimento
Baghdad per Giuliana Nel quartiere di Saidiya, roccaforte della resistenza, decine di famiglie ieri hanno pregato per lei, e un corteo di bambini e anziani ha distribuito viveri in suo nome

In un paese in guerra, dove anche ieri in attacchi e attentati, sono morte almeno trenta persone, la stampa in queste ore ha dedicato grandissimo spazio alla vicenda di Giuliana e nella capitale vi sono state anche spontanee manifestazioni di solidarietà e di simpatia nei suoi confronti. Il comunicato dell’Organizzazione della Jihad Islamica dopo aver invitato l’opinione pubblica internazionale a prestare attenzione alle sofferenze del popolo iracheno sotto occupazione, si rivolge direttamente al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, ricordandogli che «l sangue versato in Iraq sarà vendicato. Non ci fermeremo fino a quando i tuoi soldati e i tuoi agenti saranno liberi sulla terra dell’Iraq». La possibile svolta nella vicenda di Giuliana potrebbe essere maturata sia in risposta alla richiesta degli Ulema, sia in seguito all’unanime condanna dell’opinione pubblica del rapimento di una giornalista cosi impegnata nella difesa dei diritti del popolo iracheno. Una condanna così unanime da spingere persino il gruppo di al Qaeda in Mesopotamia del giordano Zarkawi a negare qualsiasi suo coinvolgimento nel rapimento e a mettere in guardia chiunque «dall’infangare con tali accuse» sia la sua organizzazione sia tutti i musulmani. In una via del quartiere di Saidiya, nei pressi di Dora, una delle roccaforti della resistenza irachena, ieri mattina una ventina di famiglie ha acquistato alcuni montoni e li hanno sacrificati pregando che «la giornalista italiana potesse essere liberata presto e riabbracciare la sua famiglia». Poco dopo un piccolo corteo di bambini e anziani, in nome di Giuliana, hanno distribuito dei pacchetti di carne alle famiglie più povere della zona invitando anche loro a pregare per una positiva soluzione del suo sequestro. Un piccolo gesto di buon augurio da parte di una popolazione martoriata dalla guerra e dall’occupazione, che si aggiunge ai tanti, commoventi, che ci hanno rivolto per le strade di Baghdad appena la gente viene a sapere o intuisce che siamo connazionali di Giuliana. La richiesta delle famiglie di Saidiya, in una città dove ufficialmente non si sa niente, ma dove molti sanno anche quel che deve ancora avvenire, e soprattutto l’accorato appello dell’Associazione degli Ulema musulmani, hanno ricevuto ieri in serata una prima, incoraggiante, risposta. Il gruppo della «Organizzazione della Jihad Islamica» che ha rivendicato il rapimento dell’inviata de il manifesto ha pubblicato sullo stesso sito web sul quale erano usciti i tre precedenti messaggi «un comunicato a proposito della prigioniera italiana» nel quale afferma che: «Dalle inchieste compiute dal comitato della sharia della formazione della Jihad con la prigioniera Giuliana Sgrena è divenuto chiaro che la prigioniera italiana non è implicata in accuse di spionaggio per conto degli atei nel paese dei Rafidain (Mesopotamia) ed in risposta all’appello degli Ulema musulmani noi, la formazione della Jihad, libereremo la prigioniera italiana entro qualche giorno». Il messaggio, che interloquisce direttamente con il Consiglio degli Ulema, rappresentante della comunità sunnita in Iraq – che ieri nella persona dello sheik Abdel Salam al Qubaisi aveva dichiarato «se sono musulmani e se sono o pensano di essere nella resistenza allora si è trattato di un errore e non potranno che raccogliere al più presto il nostro appello a liberare Giuliana», sostiene poi che «la liberazione della prigioniera è una prova irrefutabile del fatto che la Jihad è attuata per il buon Dio e seguendo la tradizione del suo profeta. La liberazione è un messaggio a tutti i popoli del mondo per attirare la loro attenzione sui veri criminali che non smettono di versare il sangue nel paese di Rafidain». Il comunicato è firmato la «Formazione della Jihad» e la data secondo il calendario musulmano è quella del 28/12/ 1425. Dopo pochi minuti, sempre sullo stesso sito, all’«assoluzione» dell’inviata del manifesto è seguita «la condanna» del governo italiano ed in particolare di Silvio Berlusconi.

Nel comunicato – intitolato «messaggio al criminale primo ministro italiano» – il gruppo della Jihad, una sigla del tutto nuova nel panorama delle formazioni della guerriglia irachena, dichiara che «il sangue versato ogni giorno in Iraq non resterà impunito. Noi non ci fermeremo fino a quando i tuoi soldati e i tuoi agenti saranno liberi sulla terra dell’Iraq. I prossimi giorni conosceranno varie azioni della Jihad, gli atei e i tiranni non avranno pace. Rivolgiamo un appello a tutti i mujaheddin nel paese di Rafidain (Mesopotamia) ad unificare i loro ranghi sulla voce di Dio». La presa di posizione del nuovo gruppo, se non si tratta di una sigla di comodo di un settore della resistenza islamico-nazionalista, sempre più in dissenso con l’ala filo al Qaida, è giunta al termine di due giornate nelle quali il Consiglio degli Ulema, che raggruppa i religiosi di oltre 3.000 moschee dell’Iraq e rappresenta l’intera comunità sunnita, aveva gettato sul piatto tutta la sua autorità morale, come mai aveva fatto in precedenza, per ottenere la liberazione di Giuliana Sgrena. Una presa di posizione, per certi versi inaspettata nella sua determinazione, che per la capillarità della presenza dei religiosi all’interno della società, ha avuto una forte influenza in tutto il paese. Ne è prova il fatto che mentre in un primo momento la stampa irachena, presa da tante altre tragedie quotidiane, non aveva dato molto spazio alla notizia, con il passare dei giorni ha invece mostrato un sempre maggior interesse nei confronti della vicenda di Giuliana. La condanna del sequestro da parte degli Ulema, ieri mattina, è stata riportata con grande evidenza praticamente da tutti i giornali, Sabah al Jadid, Al Taakhi, Al Mada e al Nahdha che riferivano anche dei contatti presi ad ogni livello e settore della società dalla diplomazia italiana a Baghdad. Il più diffuso e autorevole quotidiano Azzaman, in riferimento all’ultimatum contenuto in un primo comunicato dei rapitori ha citato uno dei più noti rappresentanti del Consiglio degli Ulema, Abdel Salam al Qubaisi, il quale ha sostenuto, senza mezzi termini, che «l’attuazione della minaccia è una questione molto seria, perché si punirebbe chi simpatizza con il popolo iracheno».

E le tv arabe via satellite «al Jazira» con un suo appello e «al Arabiya», che ieri all’ora di pranzo ha mostrato un positivo reportage. Questa spontanea e calorosa partecipazione alla vicenda di Giuliana, e la dura condanna di un rapimento che ha colpito una giornalista e un giornale da sempre contro l’embargo e la guerra di Bush, ha isolato sempre più i rapitori come mai era successo prima e questi, ammesso che i loro comunicati siano genuini, hanno reagito con un certo nervosismo tanto dal mettere in guardia gli Ulema, nell’ultimo comunicato dell’altra notte, dall’intervenire a favore dell’ostaggio italiano. Le pressioni per il rilascio di Giuliana devono essere state particolarmente forti se lo stesso gruppo del giordano al Zarqawi, «Al Qaida nella terra dei due fiumi», in un suo comunicato ha negato d’avere nulla a che fare con il sequestro dell’inviata de il manifesto e ha denunciato «il tentativo di infangare l’immagine dell’organizzazione di al Qaida della Jihad nel paese di Rafidain (Mesopotamia) e dei musulmani». A questo punto l’isolamento dei rapitori di Giuliana potrebbe averli spinti a cercare una possibile via d’uscita.