I rapimenti, le «consegne straordinarie» della Cia

La denuncia di Human rights watch: militanti islamici sequestrati e torturati in Egitto

«Se serve un interrogatorio serio, il prigioniero viene mandato in Giordania. Se vuoi torturarlo, lo spedisci in Siria. Se deve sparire – e non riapparire mai più , allora devi mandarlo in Egitto». Parola di Robert Bauer, ex agente della Cia. Negli ultimi dieci anni centinaia di militanti islamici sono stati prelevati da svariati posti nel mondo, spesso dalle cosiddette «unità speciali di rimozione» della Cia, e spediti in Egitto perché fossero torturati e sparissero senza lasciare traccia. «Mucchi di persone», si legge nel rapporto pubblicato oggi da Human rights watch. Il numero esatto, per l’appunto, è imprecisato, anche perché a quei pochi che sono riapparsi, viene impedito di parlare, sotto minacce di rinnovata tortura. Nel rapporto «Buco nero: il destino degli islamisti resi all’Egitto», l’organizzazione indipendente documenta 63 casi certi dal 1995. Nell’appendice ne pubblica i nomi, i paesi coinvolti e le vicende principali dei prigionieri. «Ma non è possibile determinare se quei 63 casi rappresentino il 95% o il 5% del numero totale», ha detto a il manifesto Joe Stork, vice direttore di Hrw. «Il vero numero degli individui riconsegnati è probabilmente molto più alto», sostiene lo studio. Avvocati e attivisti islamici in esilio a Londra intervistati da Hrw affermano che solo dall’11 settembre del 2001 siano stati rispediti al Cairo tra i 150 e i 200 individui. «La maggior parte dei militanti islamici vengono riconsegnati all’Egitto, afferma Stork, perché sono ricercati dal governo. Ma anche perché, aggiunge, esiste un problema specifico nel paese, che è, appunto, un buco nero».

La pratica è del tutto illegale: diversi trattati internazionali (una per tutte la Convenzione Onu contro la tortura del 1984, sottoscritta da tutti gli stati menzionati nel rapporto) vietano esplicitamente «la consegna o l’estradizione di individui in paesi dove corrano il rischio di essere torturati». E’ invece «noto che in Egitto – si legge del rapporto – la tortura viene praticata di routine e in maniera sistematica. E’ un fenomeno diffuso e persistente», precisa. Tra i metodi più usati, «pestaggi con pugni, calci, fruste di cuoio, bastoni e cavi elettrici; sospensione in posizioni contorte e dolorose; elettroshock; intimidazioni sessuali e violenza». Recentemente Hrw aveva già denunciato ripetute pratiche di tortura su migliaia di beduini arrestati l’autunno scorso, dopo l’autobomba all’Hilton di Taba, nel Sinai. E negli ultimi dieci anni l’Organizzazione egiziana per i diritti umani ha documentato in Egitto 292 casi di tortura, 120 dei quali hanno sono finiti con la morte dei sospettati.

Ex o presunti militanti di Jihad al Islami e di Gama’a al Islamiya (egiziani ma non solo) vengono arrestati senza alcun mandato, in paesi non in stato di guerra né con richiesta di estradizione. Anzi, a volte in paesi che hanno concesso lo stato di rifugiato politico proprio a chi viene rapito e riportato nel paese da cui era fuggito. I sospettati sono tenuti in stato di fermo, privi di qualsiasi garanzia processuale e senza capi di imputazione, spesso in custodia Usa. Il programma Cia extraordinary rendition, consegna straordinaria, ha infatti giocato un ruolo determinante anche quando la «consegna» di sospetti islamisti avveniva sotto l’egidia della cooperazione araba – in base alla Convenzione della Lega araba per la soppressione del terrorismo del 1998. Il primo caso di partecipazione della Cia di cui si ha memoria risale al 1995, il secondo al 1998, per la cosiddetta «cellula di Tirana». Dopo l’11 settembre il coinvolgimento della Cia è aumentato a dismisura. Protetti da assoluta impunità, gli agenti segreti statunitensi non avvisano nemmeno più le autorità del paese dove prelevano i militanti. Tant’è che la procura di Milano, nel febbraio 2003, aprì un fascicolo per scomparsa di persona a proposito dell’egiziano Abu Omar, che poi risultò essere stato prelevato in pieno centro a Milano da 12 agenti Cia e portato al Cairo su un aereo decollato dalla base Nato di Aviano. Non pochi degli intervistati da Hrw sono finiti a Guantanamo.

Qualcun altro, come Ahmed Salim Ubaid, ex generale yemenita, ha fatto invece il percorso opposto: dal Cairo a Sana’a. Ma la maggior parte di loro è scomparsa nel nulla. E’ successo, tra gli altri, a Mohamed e Hussein, i due fratelli di al Zawahri, luogotenente di al Qaeda, presi rispettivamente negli Emirati arabi e in Malesia.