I rami segati dalla Legge Biagi

La legge Biagi ha stravolto l’istituto garantista del trasferimento di ramo d’azienda, rafforzato le esternalizzazioni selvagge e la libertà di licenziamento. La vicenda dell’Eutelia è emblematico di un intero universo di aziende e dei loro lavoratori segati senza pietà.

La crisi economica internazionale acceleratasi dal 2007 sta scatenando i suoi effetti e il mondo del lavoro è coinvolto nella tempesta in atto dalla quale è durissimo salvarsi.

Come in ogni crisi, tanto più essa è profonda, le imprese devono ristrutturarsi o fallire, ridurre i costi e razionalizzare la spesa, innovare e investire.

Come in ogni crisi economica inserita in un ambito capitalistico molti lavoratori nelle imprese in difficoltà diventano di troppo. L’internazionalizzazione della produzione e della divisione del lavoro, l’estensione del mercato mondiale, sono causa ordinaria dei processi di risanamento e rilancio aziendale.

In Italia, come in altri paesi, le cure anticrisi va avanti da un pezzo ed è cominciata prima della Grande Crisi che stiamo attraversando.

La via italiana per la competizione produttiva è caratterizzata da comportamenti diversificati. Il cosiddetto Quarto capitalismo fatto da medie imprese viene presentato come una risposta sottovalutata e come una ricchezza imprenditoriale migliore di tante altre anche di molte multinazionali che soffrono e devono ricorrere alla mano dello Stato. Insomma il capitale se lasciato fare è in grado anche da noi di reggere e garantire sviluppo.

La Crisi attuale ha dimostrato però che tutto questo non è vero e che le difficoltà produttive sono più pesanti di quanto viene fatto credere, che il mercato mondiale selvaggio procura danni profondi e se si ha pazienza, purtroppo, di avvenimenti brutti se ne vedranno.

L’idea del capitalismo straccione è una definizione che copre comportamenti economici e scelte di rapporti sociali improntati a comportamenti selvaggi tra capitale e lavoro.

Siamo dentro questa dinamica da quasi due decenni che ha visto vincere il capitale e il mondo del lavoro subire una progressiva Waterloo. Solo la ricchezza prodotta in anni di forte sviluppo, l’ampliamento del mercato mondiale e l’importazione di merci a prezzo modesto da nuove aree produttive, il credito al consumo, ha consentito ai lavoratori e alle loro famiglie di non impoverirsi in modo generalizzato.

Il lungo percorso della crisi però sta allargando e picchiando su una platea sempre più ampia di lavoratori e pensionati. Gli ammortizzatori istituzionali come quelli sociali (famiglia) non possono reggere come in passato.

In questi due decenni la cura che è stata imposta, e anche sul piano ideologico convinto molti cittadini ad accettare, è una generale deregulation dei diritti e delle garanzie occupazionali, sono le privatizzazioni, le esternalizzazioni, la flessibilità, la precarietà, la riduzione dei salari, la riduzione delle pensioni e della spesa sociale e assistenziale.

La crisi economica ha mostrato che spessore ha avuto la speculazione finanziaria, immobiliare e fondiaria. Quale furto di ricchezza ha subito il mondo del lavoro da parte del capitale. Non esiste un capitale onesto. Questa idea è stata però accettata a sinistra dai partiti storici e dai sindacati come Cgil-Cisl-Uil. Una vera e propria tesi politica che ha smobilitato forza organizzativa e analisi critica della società in cui viviamo.

I danni oggi ben calcolabili sono davanti agli occhi di tutti. Diventa quasi superfluo ricordare che la causa della super-recessione in corso non sono stati gli eccessi e la cattiva finanza è il capitale che ha fatto fiasco.

La guerra contro il mondo del lavoro

La ricetta del falso libero mercato è servita a coprire la guerra contro il mondo del lavoro.

In un mondo improntato e dominato dalla competizione intercapitalista, la razionalizzazione (concentrazione e centralizzazione ) della produzione viene dipinta come un corretto percorso e comportamento adottato dalle imprese e le leggi dello Stato devono consentirne e favorirne l’espressione. Negare questo approccio viene considerato ideologico e fallimentare.

Le imprese devono così aver garantita la possibilità dunque di ristrutturarsi, tagliare e ovviamente di vendere liberamente l’azienda o sue parti considerate scarsamente produttive, obsolete o diventate veri e propri rami secchi. Per crescere e diventare più forti e competitive sui mercati.

Un ragionamento che dati i vigenti rapporti di produzione non fa una piega (a meno di non mettere in campo soluzioni diverse degli stessi rapporti in questione ) solo che poi ci sono i fatti reali, le soluzioni applicate nel merito, le persone coinvolte in concreto.

Le cose vanno viste sempre nello specifico quello che succede è che questa logica di mercato ha sconquassato il tessuto solidale, i rapporti sociali, i tempi di vita.

La cura da cavallo delle privatizzazioni, delle esternalizzazioni, hanno inselvatichito i rapporti sociali, hanno precarizzato alcuni milioni di lavoratori, accentuato la flessibilità di chi ha un lavoro a tempo indeterminato, impoverito le famiglie coinvolte.

La cura è stata rivolta anche alle leggi del lavoro modificandole in senso peggiorativo per i lavoratori.

Un istituto di diritto del lavoro come il Trasferimento di ramo di azienda che nella formulazione espressa dall’art. 2112 del codice civile ha per scopo la salvaguardia di diritti soggettivi (stabilità del lavoro, salario, condizione professionale, crediti maturati,ecc, ) dei lavoratori nel trasferimento di un’attività di un’impresa ad altra impresa è stato modificato così da consentirne l’utilizzo opposto.

La Legge 30 ha “inselvatichito” i rapporti di lavoro

Le garanzie che l’articolo riconosce sono aggirate nei fatti grazie poi alle successive modifiche legislative prodotte dalla cosiddetta legge Biagi la numero 30/2003 e del DLgs 276/2003.

Le conseguenze sono queste: tecnicamente viene eliminato ogni riferimento alla preesistenza della struttura da cedere; ogni parte aziendale diventa cedibile perché il cessionario e l’acquirente lo considerano un ramo con una sua autonomia; diventa quindi possibile dichiarare un ramo tale nella circostanza stessa della vendita.

La Cassazione ha avuto occasione di pronunciarsi più di una volta affermando che l’autonomia organizzativa deve preesistere alla cessione, altrimenti si tratta di cessione di contratti di lavoro che in proposito richiedono il consenso indispensabile del lavoratore.

La Corte non si è pronunciata contro le esternalizzazioni che anzi considera atto possibile ma contro l’azione di espulsione di manodopera.

La legge Biagi, in riferimento all’art.32, è uno strumento devastante che consente all’impresa di fare quello che vuole, di aggirare il citato art.2112, di rimodularlo annullando l’articolo 1406 dello stesso codice civile che consente di rifiutare il trasferimento aziendale, di consentire la creazione ad hoc di rami d’azienda, di esternalizzare (facendo cassa per investire in aree economiche diverse a minor costo del lavoro o invece in attività speculative) parti produttive di una azienda in società di comodo che non applicano contratti nazionali o aziendali e deboli patrimonialmente, spezzettare il numero di lavoratori in aziende di più ridotte dimensioni ( a cui si può non applicare l’art.18 dello Statuto dei lavoratori), di creare pertanto tutti i presupposti per la precarizzazione, la riduzione di tutele normative, il demansionamento di figure tecniche anche a grande professionalità, la riduzione dei salari, della messa in mobilità con i costi che si scaricano sull’Inps, il licenziamento del personale per fallimento dell’azienda acquirente o creata ex novo incapace di sopportare costi di produzione, ottenendo così di scaricare sul’Inps il peso del trattamento di fine rapporto (Tfr) inesigibile. Licenziare per poi assumere personale con forme contrattuali meno costose e ricattabili. Rendere la prestazione lavorativa separabile dall’impresa libera di chiamare personale disponibile all’occasione. La legge Biagi fa saltare il diritto soggettivo del lavoratore di conservare il proprio lavoro. Disponendo di strumenti così efficienti il padronato non si è accanito più di tanto contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Aziende tagliate a pezzi

Numerose vicende aziendali, diverse centinaia di ricorsi alla magistratura, in tutto il nostro paese testimoniano la messa in atto di questi effetti.

Dalla sorte dei lavoratori della Standa che risale addirittura al 2001, a quella dei lavoratori Telecom, della 3M di Caserta, a quella dei lavoratori IT della Bnl a Milano che hanno avuto l’ok da Cisl, Uil e anche Cgil di categoria.

Alcune riescono a far più cronaca e sono ancora in corso vertenze come nel caso dell’Eutelia – un’importante e non certa obsoleta società di telecomunicazioni – dove circa 1200 lavoratori non certo privi di capacità e conoscenza professionali importanti sono stati messi in mobilità.

La cessione del ramo di azienda prima alla società Agile passata a sua volta alla società Omega, serve a mascherare le procedure che portano al licenziamento tantissimi dipendenti che non vengono pagati da mesi.

Politicamente la legge Biagi l’ha voluta il centro-destra nel 2003, ma non è stata cancellata dall’esecutivo di centro-sinistra che si è avvicendato al governo ed a cui non è dispiaciuta per nulla.

Sul versante sindacale i confederali Cisl e Uil l’hanno sottoscritta e benedetta. Alla Cgil non è piaciuta e vi si è ufficialmente opposta, ma rimane il sospetto che se a produrla (vedi il protocollo Damiano del 26 luglio del 2007 o il Pacchetto Treu del ’97) fosse stato uno dei governi guidati da Prodi ne avrebbe accettata comunque una versione più temperata.

I Sindacati di base Rdb ,Cobas l’hanno totalmente avversata coerentemente alle posizioni che li contraddistinguono..

Il peggioramento dell’art 2112 può spiegarsi anche per le mutate condizioni politiche e dei rapporti di forza presenti nel nostro paese.

Anni di politiche concertative dei sindacati da Cgil-Cisl-Uil, la rinuncia dei partiti storici della sinistra poi liquefattisi di perseguire il conflitto di classe, di politiche dei redditi pagate dal mondo del lavoro, hanno messo le redini al conflitto in azienda e nella società.

Destrutturare più che ristrutturare

Le esternalizzazioni e i trasferimenti di ramo di azienda permettono di mettere in atto licenziamenti collettivi che non figurano come tali. De-strutturano la forza organizzata sindacale presente nell’azienda cedente o complica e impedisce che essa si crei.

Favoriscono una politica industriale dove a prevalere è il recupero della produttività attraverso i bassi salari e le ridotte tutele contrattuali, anziché investire in innovazione, tecnologia e sviluppo delle competenze professionali.

Non si tratta di voler forzatamente rappresentare un capitalismo truce e senza scrupoli. Le aziende che curano le risorse umane e la loro formazione nel nostro paese esistono ma sono poche e hanno attenzioni rivolte principalmente alle figure lavorative direttive quali manager e quadri. (il Sole 24ore ne dà costantemente notizia).

Queste imprese tuttavia non rinunciano a far lievitare gli utili ricorrendo allo strumento, se si rende necessario, dello spacchettamento aziendale e del trasferimento di ramo d’azienda.

Le normative giuridiche del lavoro sono sbilanciate a sfavore dei lavoratori. Occorre imporre il diritto del lavoratore di rifiutare il trasferimento aziendale se peggiorativo e garantire la certezza del posto di lavoro anche in caso di fallimento aziendale.

Il contrasto e la sconfitta della pratica piratesca del trasferimento di ramo di azienda è possibile solo recuperando forza contrattuale sul versante sindacale e forza politica della classe lavoratrice.

Torna ad essere chiara l’importanza di mantenere vivo un conflitto permanente di classe contro il capitale. Come in passato. Di qua il lavoro di là il capitale.

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fonte: http://www.contropiano.org/Documenti/2010/Febbraio10/16-02-10LeggeBiagi.htm