I pubblici fannulloni

E’ davvero singolare la battaglia di parole su quotidiani e in tv a opera di maîtres à penser di ogni disciplina che da un lato gridano contro la legge finanziaria che punirebbe i «ceti medi», e in parallelo continuano a martellare sulla necessità di dare una batosta ai «dipendenti pubblici» tacciati più o meno da «fannulloni».
La singolarità balza agli occhi per una contraddizione patente nel doppio grido: infatti, per quanto sia utilizzata troppo disinvoltamente la categoria oggi più che mai sfuggente di «ceti medi», non v’è dubbio che se nonostante ciò la si usa, è difficile non comprendervi insegnanti e altre mansioni pubbliche che tradizionalmente ne facevano parte. A meno di non introdurre a loro scapito una classificazione ottocentesca, come sembra fare Michele Salvati sul Corsera di ieri, quando afferma che «risparmi» dal governo su pensioni e pubblico impiego se li aspettano, tra gli altri, i «ceti medi produttivi». Come a dire che, per converso, i dipendenti pubblici vanno annoverati (ottocentescamente) fra i «ceti improduttivi», con buona pace della salvaguadia dei beni comuni – di cui anche i servizi pubblici dovrebbero essere garanti – e di quel ben-essere immateriale che tanti teorici riconoscono come ingrediente fondamentale delle nostre società attuali (in cui, come è evidente, i «ceti» pubblici sono implicati).
E’ forse interessante, al proposito, rileggere l’analisi accurata di Cesare Baldini – su dati Istat e Bankitalia per il periodo 1995-2004 – nel numero estivo della rivista il Mulino, prima dunque di ogni polemica sulla finanziaria. Baldini, scorporando i dati per andare oltre la media del pollo, segnala i cambiamenti intervenuti nella «classe media», che nel suo complesso «non sta peggio di dieci anni fa», e però accomuna al suo interno i «destini opposti che stanno vivendo le sue due componenti principali»: ossia il declino delle «famiglie di impiegati e insegnanti», che hanno visto il loro reddito reale «cresciuto solo del 3%, cioè meno dello 0,5 l’anno» (gli operai l’hanno visto addirittura diminuire), e viceversa il «caso dei lavoratori autonomi» il cui reddito è cresciuto «a tassi annui del 4%». E, in più, «fra il 2000 e il 2004 per gli autonomi c’è un ulteriore incremento del 24%, per insegnanti e impiegati una stagnazione completa».
Certo, il reddito, la pura cifra economica, non può essere l’unico criterio con cui si misura una situazione di vita (escludendo parametri di ben-essere culturale e relazionale) ma, come da tempo ha insistito Amartya Sen, quella «cifra» è sicuramente una precondizione per godere, da parte di ciascuno, di altre libertà e «beni» non misurabili economicamente.
Perciò, è forse il caso di misurare la «precondizione» di cui dispongono i dipendenti pubblici: il segretario della Funzione pubblica-Cgil, Carlo Podda, ha messo in rilievo una tabella dei redditi – elaborata su dati ufficiali e considerata «convincente» anche dal ministero dell’Economia – che vede l’84,37% dei dipendenti pubblici sotto i 27 mila euro, e il 50,46% sotto i 25 mila.
I sindacati pubblici rigettano l’accusa di generica «resistenza» al cambiamento che gli addebita Michele Salvati. E piuttosto leggono l’attacco alla pubblica amministrazione come un attacco alla qualità della politica. «Noi abbiamo chiesto un segnale di discontinuità a questo governo, per discutere insieme come recuperare funzionalità al settore, che a noi sta a cuore da tempo», premette dalla Fp-Cgil nazionale Michele Gentile. La «discontinuità» dovrebbe cancellare l’impronta del governo Berlusconi, che ha aumentato la spesa pubblica e moltiplicato le «esternalizzazioni di funzioni direzionali», trattando la pubblica amministrazione come fosse «un affare di famiglia». Ma oggi, di fronte all’eredità di 1 miliardo e 200 milioni di euro di «consulenze» esterne, il governo, stando ai provvedimenti di questo momento (finanziaria e decreti sono infatti in continua revisione) scrive parole ambigue, che da un lato colpiscono le «consulenze», dall’altro le reinseriscono – a proposito di «qualità» della spesa, prima ancora di parlare di contratti, o delle migliaia di lavoratori pubblici precari.