I problemi di equilibrio dell’ultimo terribile quinquennio

Per realizzare una adeguata politica dei redditi è necessario mettere a fuoco gli oggetti che a vario titolo ne fanno riferimento. Con una premessa: il reddito è formato da un circuito superiore (consumi, investimenti e spesa pubblica) e da un circuito inferiore che attiene alla remunerazione dei «fattori» (lavoro, capitale e rendita). Questa identità presuppone non solo un equilibrio contabile, vero per definizione, ma anche un equilibrio economico-funzionale: per l’Italia significa avere almeno una distribuzione del reddito equivalente a quella dei Paesi che hanno caratteristiche economico-sociali simili. Da un punto di vista liberale, tutti i «fattori» di produzione dovrebbero «beneficiare» della crescita del Pil e la politica dei redditi dovrebbe agire tra «il processo di formazione del reddito» (Pil) e «la remunerazione dei fattori di produzione».
È indubbiamente vero che non esiste un «equilibrio economico» valido per tutte le stagioni, ma la sperequata distribuzione del reddito in Italia, così come della ricchezza, dovrebbe «stimolare» un dibattito ben più proficuo di quello fatto registrare in questi ultimi anni. Si tratta di recuperare la posizione del riformatore, stretto tra l’ormai stanca critica mossa da sinistra d’essere puntello del «sistema» e il ben più aggressivo ritorno di un’ideologia neoliberale di generica esaltazione del mercato. Due retoriche contro le quali ben poco ha potuto quella «fiducia nella forza delle idee» ostinatamente difesa da Federico Caffè, cioè la «nostalgia del buon governo nel quale in fondo s’identifica quel tanto di socialismo realizzabile nel capitalismo conflittuale» (Caffè, 1990). In questo senso occorre adeguare il dibattito sui tributi. Infatti, i tributi si sono sempre adattati ai modi di produzione e agli assetti patrimoniali emergenti dell’evoluzione economica della società.
Se nel periodo «industriale» le imposte sui redditi da lavoro hanno affiancato e superato di importanza le imposte sulla rendita finanziaria, oggi si apre una discussione su quale debba essere il nuovo equilibrio tra i diversi redditi, soprattutto se consideriamo che alla fine del 2004 la consistenza lorda delle attività finanziarie complessive del Paese era pari a 9.600 miliardi (il doppio di quella del 1995) e a 7,1 volte il Pil».
La sperequata distribuzione del reddito dell’Italia è anche il frutto della struttura produttiva che non contribuisce ad ampliare il reddito almeno nella misura fatta registrare dalla media dei paesi Ue, unitamente ad una crescita, o comunque stabilità, dell’elusione e dell’evasione fiscale (200 mld di euro) che riduce le entrate della e, conseguentemente, la sua azione redistributiva. Ciò impone una riflessione su come deve essere «trattato fiscalmente» il reddito da capitale, nella definizione data dalla Banca d’Italia.
Sostanzialmente si deve avviare una discussione sul peso fiscale della rendita finanziaria e dell’imposizione delle imprese nazionali comparate a quella europea, dell’incidenza delle tariffe e come queste in qualche modo hanno condizionato la distribuzione del reddito, della necessità di trovare un equilibrio superiore tra stato sociale e sistema fiscale generale, di quali possono essere le misure e gli interventi possibili per affrancarsi dalla bassa specializzazione delle imprese che sostanzialmente importano tutte le tecnologie e i beni strumentali e intermedi, invece di realizzarli sul territorio.
Il governo di centro sinistra dovrebbe invertire la tendenza alla polarizzazione del reddito per ragioni di giustizia sociale e per ragioni di equilibrio economico. Il reddito da lavoro dipendente è passato dal 43,7% del Pil nel 1993 al 40,7% del 2004, nonostante il numero dei lavoratori dipendenti nel periodo considerato è cresciuto di 1,3 milioni lavoratori. Sostanzialmente la crescita dell’occupazione, invero impressionante nel numero ma qualitativamente condizionata dal target del tessuto produttivo, non è coinciso con un incremento del reddito complessivo del lavoro dipendente. Dal lato opposto, il reddito da libera professione e impresa è passato dal 12,9% del Pil al 15,3%.
Dal 1993 al 2004 sono stati trasferito dal lavoro dipendente a quello «indipendente» qualcosa come 75 mld di euro. Per i redditi da capitale, sempre nella definizione data dalla Banca d’Italia, si registra una sostanziale tenuta, che però non tiene conto della fluttuazione dei corsi borsistici, anche se interroga il legislatore sulla neutralità del trattamento fiscale. In realtà, la sperequata distribuzione del reddito fatta registrare in questi ultimi anni ha un significato più profondo: il Paese sembra avere rinunciato al lavoro come «fonte» del suo benessere e del suo sviluppo.