I precari dell’Ispesl a rischio salute

Si chiama Istituto superiore prevenzione e sicurezza sul lavoro, in breve Ispesl. Ma tale Ispesl, con un ruolo così delicato, fa lavorare i propri addetti fuori da ogni sicurezza e salute. In special modo, sono esposti ai maggiori rischi i lavoratori precari, i vari cococò, cocoprò, a termine e in borsa di studio. Quelli che non possono protestare per chiedere una maschera, una tuta, o le scarpe di sicurezza, perché rischiano il posto.
La denuncia arriva dalla Flc Cgil, il sindacato dei lavoratori della conoscenza. L’Ispesl si occupa di ricerche nel campo della sicurezza, i ricercatori si recano spesso nei luoghi di lavoro, o in quelli di bonifica (da agenti chimici, biologici, radioattivi) per testare la pericolosità o individuare sistemi non nocivi di lavoro. Svolgono consulenze ed elaborano studi, non esercitano attività ispettiva. Il personale è formato da circa 1000 dipendenti a tempo indeterminato e 250 precari, insomma un quinto degli addetti totali. Gli ultimi ingressi sono stati quasi tutti «atipici», mentre i rapporti stabili vengono attivati con il contagocce, circa due all’anno.
Si è creata così una particolare «geografia» della precarietà che si può ritrovare ormai in tutti gli istituti di ricerca italiani: over 50 stabili e «garantiti» (almeno per il fatto di avere un rapporto a tempo indeterminato) e 30-40 enni precari da anni. Ci sono due ere «geologiche» della precarietà: quelli che hanno fino a 12 anni di rapporti a termine ripetuti, e che dunque oggi hanno una media di età sui 45 anni, i cosiddetti «ex articolo 23», soprattutto contrattisti a termine (un tempo avevano contratti lunghi 5 anni, appunto l’articolo 23 del contratto nazionale; oggi vanno sulla lunghezza media di un anno); ci sono poi i precari di recente infornata, dai 25 ai 35 anni di età, che hanno «solo» 4-5 anni di rapporti atipici alle spalle. Li fanno con le formule più varie: prima borse di studio (ripetibili al massimo 3 volte), poi passano ai cococò, cocoprò, consulenze o rapporti a termine. Secondo come gira. Così vuole l’Ispesl.
I lavoratori precari sono presenti nel settore amministrativo (più spesso con contratti a termine di 6 mesi-un anno), ma anche nei settori tecnico-scientifici, tra i ricercatori: ad esenpio: quelli che lavorano nei laboratori di igiene del lavoro, e si occupano di agenti chimici, fisici o radiazioni ionizzanti. «Alcuni di questi laboratori, se non ci fossero i precari, dovrebbero chiudere», raccontano alcuni lavoratori.
Mentre i «garantiti» vengono almeno monitorati ogni anno, secondo la legge 626, per verificare se non abbiano contratto delle malattie professionali, i precari non vengono affatto «passati al setaccio». Senza contare che l’Ispesl non si sogna di consegnare ai sindacati il prospetto generale dei monitoraggi: potrebbe farlo conservando l’anonimato, ovvviamente; sarebbe un modo per controllare anno per anno i rischi a cui si espone tutto il personale. Quello che più preoccupa i ricercatori e tecnici dell’Ispesl, però, è lo stato dei precari: di recente, raccontano, degli «atipici» inviati a un sito di bonifica a forte presenza di amianto non avevano la strumentazione di sicurezza adatta.
E’ solo un esempio: se, d’altra parte, i dipendenti stabili hanno già assegnati tutti i materiali di sicurezza, e possono fare domanda se ne servono di nuovi, i precari non hanno dotazioni personali, e se si azzardano a chiedere rischiano il posto. «Che un Ente di ricerca che ha come missione la prevenzione e sicurezza sul lavoro sia il primo a infischiarsene della salute dei suoi dipendenti e che lo faccia con i lavoratori meno garantiti, come il peggior padrone delle ferriere, è un autentico scandalo – afferma Enrico Panini, segretario Flc Cgil – La direzione dell’Ente ha responsabilità gravissime. Un colpo mortale alle politiche per la sicurezza, un pessimo esempio per i troppi padroni che mettono a rischio la salute dei lavoratori. Interesseremo la magistratura e il ministero della Sanità, chiedendo a quest’ultimo di intervenire con urgenza. Incredibile, ma la precarietà purtroppo in un ente pubblico è anche questo. A maggior ragione la nostra parola d’ordine è: mai più precari».