I piani di Bush per smontare la Siria

Parla il ministro dell’informazione di Damasco: «Tra noi e il Libano legami storici»

DAMASCO
«Nel suo intervento all’Onu George Bush ha chiesto una conferenza contro il terrorismo ma a tale proposito vorrei ricordargli che la Siria negli anni `80 è stata una delle prime vittime del terrorismo e già nel 1987 aveva promosso la convocazione di un’assemblea internazionale su questo tema con il compito prima di darne una definizione condivisa, in modo da non confonderlo né con i legittimi movimenti di liberazione nazionale né tantomeno con l’Islam, e quindi di individuare i modi di un’azione comune per combatterlo. Purtroppo, dato che allora il terrorismo fondamentalista colpiva solamente noi, gli Usa hanno pensato di usarlo per destabilizzare il nostro paese e si sono opposti a qualsiasi conferenza di questo tipo che non accettasse la loro definizione, tutta strumentale, del fenomeno». Medhi Daklallah, giornalista e saggista siriano e attuale ministro dell’informazione, ci riceve nel grande palazzo della stampa, lungo l’autostrada urbana a quattro corsie che porta verso Beirut, nell’ambito delle iniziative del Comitato «Per non dimenticare Chatila» a Beirut e Damasco per ricordare il massacro del 1982 e la quotidiana tragedia dei rifugiati palestinesi. I toni delle accuse americane a Damasco – di sostenere la resistenza irachena, quella libanese e quella palestinese e di continuare ad avere una presenza non ufficiale in Libano – si vanno facendo sempre più aspri e i pericoli di una nuova devastante collisione sempre più concreti. L’ambasciatore Usa a Baghdad, il «neocon» Zalmay Khalilzad, è andato oltre le dichiarazioni del presidente Bush e non ha escluso la possibilità di un nuovo intervento militare Usa contro Damasco proprio mentre le truppe americane stanno bombardando numerosi centri iracheni vicini al confine con la Siria facendo strage dei loro abitanti sunniti. Sembra quasi che l’Amministrazione stia puntando su di una disgregazione della Siria per poi «toglierla» agli sciiti (gli alawiti, dalle cui fila provengono il presidente Assad e molti esponenti del governo sono considerati tali) e «darla», sminuzzata in tanti pezzi, ai sunniti fondamentalisti in cambio dell’accettazione del dominio Usa, e dei loro alleati sciiti e kurdi, sull’Iraq.

Tra tutte le accuse degli Usa quella che l’esponente siriano contesta con piu forza è quella di un coinvolgimento del governo di Damasco nella vicenda dell’uccisione dell’ex premier libanese Rafiq Hariri . Per contestare le accuse americane Mehdi Daklallah parte da una ricostruzione della vicenda libanese del tutto opposta a quella di molti media e governi occidentali: «Tra il Libano e la Siria ci sono legami storici, geografici, umani, culturali che nessuno può negare o recidere – sostiene l’esponente di Damasco – e se il Libano è ancora, nonostante tutto, un unico paese e non un insieme di cantoni lo si deve proprio alla nostra politica dell’equilibrio. In realtà il ritiro siriano era iniziato dal 2001 e fino al 2004 era rientrato in Siria l’80% delle nostre truppe. In secondo luogo ad essere uccisi in questi misteriosi attentati sono sempre state in realtà voci critiche verso Israele o persone che sostenevano la necessità di buoni rapporti tra noi e il Libano».

A questo punto il discorso non può non toccare la vicenda dell’uccisione di Rafiq Hariri avvenuta sul lungomare di Beirut. Il giudice tedesco incaricato dal Consiglio di sicurezza di indagare sull’omicidio, Detllev Mehlis ha formulato pesanti accuse nei confronti dei vertici dei servizi segreti libanesi sino a chiederne l’arresto sulla base di presunti elementi e prove «segrete». Il capo della commissione di inchiesta Onu è arrivato qui, nella capitale siriana, lunedì, scortato da 14 Suv corazzati e da due elicotteri, per discutere con le autorità modi e tempi dei colloqui da lui richiesti con i vertici dei servizi siriani in Libano e avrebbe ricevuto il via libera dello stesso presidente Bashar el Assad, nonostante l’evidente strumentalizzazione dell’inchiesta da parte dell’amministrazione Bush. «In realtà tutti coloro che sono stati assassinati in Libano da queste misteriose autobomba – sostiene Mehdi Daklallah – hanno in comune due caratteristiche o erano in buoni rapporti con il governo di Damasco o erano fortemente critici della politica israeliana nella regione: ricordiamo gli esponenti della resistenza libanese fatti saltare in aria nei due anni precedenti la strage di San Valentino, l’uccisione di Elie Hobeika alla vigilia del viaggio in Belgio per testimoniare contro Ariel Sharon al processo per Sabra e Chatila, allo stesso Hariri, più volte al governo nel periodo della nostra presenza in Libano e sempre consapevole della necessità di tenere conto dei legami naturali storici, politici, economici, tra i nostri due paesi». «Per quanto riguarda gli altri due assassinii di questi ultimi mesi – dice Daklallah – George Hawi è stato un grande combattente della resistenza contro l’occupazione del Libano e Samir Kassir, pur critico della nostra politica, non ha mai smesso durante la sua vita di opporsi all’oppressione israeliana dei palestinesi e di difendere il loro diritto all’autodeterminazione. La Palestina è sempre la chiave per capire quel che avviene in Medioriente, altrimenti tutto diviene confuso e incerto».