I piani del Pentagono per il nuovo millennio

Due documenti pubblicati dal Pentagono questo mese – The National Defense Strategy of the United States of America, a firma del segretario alla difesa Donald Rumsfeld, e The National Military Strategy of the United States of America, a firma del presidente dei Capi di stato maggiori riuniti Richard Myers – spiegano non solo quale strategia hanno oggi gli Stati uniti d’America ma qual è la loro «visione per il domani». «L’America è una nazione in guerra», che deve affrontare quattro tipi di «sfide». Quelle «tradizionali», provenienti da «stati con forze militari tradizionali e sistemi avanzati, inclusi missili da crociera e balistici, che cercano di controllare regioni chiave del mondo». Quelle «irregolari», provenienti da nemici che usano metodi «non convenzionali» per contrastare le forze militari statunitensi le quali «predominano nel mondo nelle forme tradizionali di guerra». Quelle «dirompenti», provenienti da avversari che usano e sviluppano tecnologie avanzate per «annullare gli attuali vantaggi statunitensi in campi operativi chiave». Quelle «catastrofiche», provenienti da «forze ostili che, di fronte al predominio americano nelle forme tradizionali di guerra, cercano di acquisire armi di distruzione di massa».

In tale categoria – comprendente non solo armi nucleari, chimiche e batteriologiche, ma ordigni radiologici ed esplosivi ad alto potenziale – vengono ora incluse le «armi asimmetriche», come «i cyber-attacchi contro i sistemi statunitennsi di informazione commerciale». Quindi un paese i cui hacker attaccano un sistema informatico commerciale statunitense può essere accusato di usare armi di distruzione di massa e, di conseguenza, può essere militarmente colpito dagli Stati uniti.

Una vasta gamma di nemici

Le differenti «sfide» si sovrappongono l’una all’altra. Ad esempio, quelle degli avversari in Iraq e Afghanistan sono sia «tradizionali» che «irregolari»; quelle di al Qaeda sono «irregolari» ma possono essere anche «catastrofiche»; quelle della Corea del Nord sono allo stesso tempo «tradizionali», «irregolari» e «catastrofiche». E nel futuro «gli oppositori più capaci» possono essere in grado di lanciare simultaneamente i quattro tipi di «sfide».

Gli Stati uniti hanno quindi di fronte una vasta gamma di «nemici»: da quelli che «cercano di terrorizzare la nostra popolazione e distruggere il nostro modo di vita», ad altri che «cercano di limitare la nostra libertà d’azione globale», tentando di «far pagare agli Stati uniti proibitivi costi umani, materiali, finanziari e politici per obbligarli a ritirarsi da una regione chiave o da una azione in corso».

Anche se gli Stati uniti «non avranno alcun competitore globale di pari grado e conserveranno una impareggiabile capacità militare tradizionale», col tempo «alcune potenze in ascesa possono essere in grado di minacciare gli Stati uniti, rivaleggiare con noi in settori chiave della competizione militare e tecnologica, o minacciare gli interessi statunitensi cercando di dominare regioni chiave». La definizione di «nemico» viene così estesa a qualsiasi paese (ad esempio la Cina) sia in grado in futuro di rivaleggiare con gli Stati uniti o minacci i loro interessi in «regioni chiave».

Si prevede inoltre che «la nostra forza come stato nazione continuerà a essere sfidata da coloro che impiegano la strategia dei deboli usando forum internazionali, processi giudiziari e terrorismo». Coloro che criticano nei consessi internazionali le azioni degli Stati uniti o chiedono che anche i militari Usa siano sottoposti alla giurisdizione della Corte penale internazionale dell’Aja, sono così accomunati ai terroristi. La definizione di «nemico» viene in tal modo estesa a chiunque metta in discussione il predominio statunitense.

La «presenza avanzata»

Dopo aver tracciato il quadro delle «sfide» e dei «nemici», i due documenti (l’uno complementare all’altro) sottolineano che la strategia militare nazionale «serve a concentrare le forze armate sul mantenimento della leadership statunitense in una comunità globale sfidata su molti fronti».

A tale scopo le forze armate assicurano la presenza militare statunitense in «quattro regioni avanzate»: Europa, Asia nordorientale, litorale asiatico orientale, Medio Oriente-Asia sudoccidentale. Poiché in queste regioni sono «concentrati importanti interessi statunitensi», qui è concentrato anche «il grosso della nostra presenza militare avanzata». Ciò tuttavia «non diminuisce la nostra capacità di intraprendere missioni militari su scala mondiale, né delimita i nostri interessi globali».

Le forze armate devono perciò essere pronte a «proiettare potenza» ovunque nel mondo, in quanto alcune crisi possono «minacciare gli interessi fondamentali degli Stati uniti e richiedere una risposta militare». Per questo gli Stati uniti mantengono «forze militari capaci e rapidamente dispiegabili», così da «sconfiggere gli avversari nel momento, nel luogo e nel modo di nostra scelta».

E, poiché è «inaccettabile permettere agli avversari di colpire per primi, particolarmente in un’era di proliferazione, gli Stati uniti devono sconfiggere le sfide più pericolose per tempo e a distanza di sicurezza, prima che riescano a svilupparsi». Viene così ufficialmente enunciata nella National Defense Strategy la dottrina dell’«attacco preventivo». Come viene spiegato nella National Military Strategy, «l’impatto potenzialmente catastrofico di un attacco contro gli Stati uniti, i loro alleati e i loro interessi può rendere necessarie azioni di autodifesa per prevenire gli avversari prima che possano attaccare». Si prevede quindi «l’attacco preventivo» anche in caso di minaccia (o presunta tale) agli interessi statunitensi.

La situazione ricorda quella di un film western in cui il pistolero, pensando (o fingendo di credere) che l’avversario stia per sparare, spara per primo. Il paragone non è azzardato: nel mondo, infatti, non vige il diritto internazionale ma la legge del West.