“I palestinesi non hanno altra strada che quella dell’unità”

Nayaf Hawatmeh, dirigente storico del movimento di liberazione palestinese, è fondatore e segretario generale del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP), una delle componenti storiche fondative della sinistra palestinese. In una recente intervista al giornale basco “Gara” analizza la complessa situazione del conflitto che contrappone palestinesi e israeliani e l’andamento delle trattative per la ricomposizione dell’unità tra le forze della resistenza.

L’unità della resistenza palestinese è una questione irrisolta. A che punto sono le trattative tra le forze palestinesi in questo momento?

La fase che attraversiamo non è la prima del dialogo tra i palestinesi. La prima si registrò nel marzo 2005, la seconda nel giugno 2006. Questa è la terza volta che lottiamo per recuperare l’unità nazionale, tanto necessaria per riuscire ad avanzare verso l’obiettivo del nostro popolo, il diritto all’indipendenza. Il dialogo che si è realizzato in Egitto è la conseguenza del colpo militare del movimento Hamas, che ha provocato la separazione tra Gaza e la Cosgiordania. Perciò, la lotta è indirizzata a recuperare l’unità del popolo, della resistenza e del territorio palestinese. Noi stiamo partecipando attivamente al dialogo, ma nell’ultima riunione, il 2 aprile, si è arrivati ad una situazione di stallo per l’intransigenza di entrambe le parti, ma soprattutto di Hamas, che non intende rinunciare al suo controllo sulla Striscia di Gaza. Questo dialogo è stato rinviato di un mese.

Quali sono le cause di questa divisione così pericolosa per il popolo palestinese?

Sia la destra laica, rappresentata da Al Fatah, che la destra religiosa fondamentalista, rappresentata da Hamas, non sono interessate all’unità nazionale dal momento che ognuna ha il proprio governo e ciò provoca divisione. Nel 2007, in Arabia Saudita, si è svolta una conferenza palestinese con un accordo tra Hamas e Al Fatah per condividere il governo e non permettere la partecipazione di terze forze, ma questo accordo è stato rotto in conseguenza del colpo militare di Hamas a Gaza.

D’altro canto, i paesi arabi stanno influenzando negativamente il recupero dell’unità della causa palestinese, poiché alcuni di loro appoggiano Al Fatah ed altri Hamas, sia politicamente che finanziariamente.

Come vede allora il futuro immediato di queste conversazioni per l’unità palestinese?

Il dialogo si trova in un vicolo cieco, ma noi speriamo che alla fine si imponga l’unità sulla base di un denominatore comune, non esiste altra alternativa. Il FDLP, insieme alle altre forze democratiche e della sinistra palestinese, lotta sulla base della proposta tendente a recuperare questa unità imprescindibile per la liberazione nazionale. Le forze della sinistra palestinese hanno sempre lottato per risolvere i problemi attraverso il dialogo e a partire da un programma di unità che permetta di affrontare l’occupazione. Abbiamo cercato di mantenere l’unità per più di 30 anni e siamo sicuri che in futuro saremo in grado di recuperare l’unità attraverso un programma comune nazionale.

Quali sono, a suo avviso, i punti essenziali necessari al recupero della tanto anelata unità palestinese?

Primo, approvare un programma politico congiunto, un accordo minimo comune tra tutte le forze palestinesi per combattere l’occupazione sionista, allo scopo di permettere l’applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite per l’autodeterminazione e l’indipendenza del popolo palestinese, e il ritorno dei rifugiati, come stabilisce la risoluzione 194 dell’ONU. Allo stesso tempo, il recupero dell’unità deve realizzarsi su basi democratiche e attraverso elezioni nei territori di Gaza e della Cisgiordania.

Che ruolo giocano attualmente l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e l’OLP in tutto questo processo?

A livello internazionale non si fa distinzione tra l’Autorità Nazionale Palestinese e l’OLP come unico e legittimo rappresentante di tutto il popolo palestinese. L’ANP rappresenta il nostro popolo in Cisgiordania e a Gaza, attraverso elezioni. Vale a dire, rappresenta una percentuale del popolo palestinese ma non la totalità dei palestinesi, poiché la maggioranza vive fuori. Solo quelli di Gaza e della Cisgiordania hanno avuto la possibilità di scegliere democraticamente i loro rappresentanti, ma in cambio quelli che vivono fuori, che sono quasi il 60%, non hanno potuto partecipare all’elezione dell’ANP.

L’OLP è il massimo rappresentante del popolo palestinese, sia di coloro che vivono nei territori di Gaza e Cisgiordania, quanto di coloro che vivono nella diaspora. L’OLP è un’organizzazione molto ampia composta da tutte le organizzazioni che lottano per l’indipendenza e la creazione di uno stato palestinese. [Hamas e la Jihad Islamica non fanno parte dell’OLP e si oppongono al riconoscimento di Israele contemplato dall’accordo di Oslo, nota del traduttore spagnolo].

L’OLP sarebbe allora l’interlocutore legittimo del popolo palestinese in qualsiasi soluzione negoziata con Israele?

L’interlocutore per una soluzione definitiva al problema palestinese è l’OLP, che rappresenta la più vasta alleanza palestinese. Gli accordi sottoscritti da Arafat, che hanno dato corso all’ANP, li firmò come massimo rappresentante dell’OLP.

Intifade, aggressione al Libano e a Gaza… Per Israele è sempre più difficile controllare la resistenza?

I governi israeliani hanno cercato senza successo per 45 anni di abbattere la resistenza palestinese e per 30 anni la resistenza patriottica libanese, e perseverano nella loro aggressività contro la resistenza nazionale palestinese e libanese.

Qualsiasi stato che ne occupi un altro non può realmente farla finita con una resistenza combattente e popolare. Israele pretende di annettersi tutti i territori palestinesi. Le sue sconfitte contro la resistenza libanese, contro la resistenza palestinese, compresa l’ultima aggressione del governo Bark contro la Striscia di Gaza, dimostrano che il suo obiettivo di abbattere la resistenza ed esercitare il controllo completo su questi territori è impossibile.

Per tanto forte che sia qualsiasi stato, non gli sarà possibile controllare la resistenza di un popolo che lotta per la sua autodeterminazione e indipendenza.

Vede la possibilità di un negoziato palestinese-israeliano in questo momento, e che contenuti dovrebbe avere una soluzione definitiva?

Il FDLP lotta per la liberazione nazionale e auspica una soluzione globale al confronto Israele-Palestina. Noi propugniamo l’adozione di un programma politico basato sul diritto e l’autodeterminazione, l’indipendenza, il ritorno dei rifugiati, e cerchiamo con tutti i mezzi di farlo adottare da tutte le forze palestinesi.

Purtroppo, i governi di Israele hanno ostacolato tutti i tentativi di dialogo e negoziato. Il nuovo governo di destra israeliano, diretto dal presidente del Likud, Benyamin Netanyahu, ha dichiarato di non fare affidamento sulla formula di terra per la pace, ma su quella di pace per la pace, sicurezza per la sicurezza, il che rende impossibile qualsiasi soluzione che permetta di avanzare realmente verso la creazione dello Stato di Palestina.

Quale ruolo deve giocare la comunità internazionale di fronte a tante difficoltà?

La comunità internazionale, inclusa la Lega Araba, deve dare i suo appoggio ed esercitare pressione per far applicare le risoluzioni delle Nazioni Unite sulla causa palestinese, e queste risoluzioni stabiliscono con chiarezza il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, all’indipendenza e al ritorno dei rifugiati.

A cosa sono dovute la crescita e l’influenza delle correnti islamiste?

Per il FDLP qualsiasi forza della resistenza è sempre benvenuta, indipendentemente dalla sua corrente ideologica. Rispetto alla crescita dell’islamismo politico, in cui si riconoscono Hamas e la Jihad Islamica, vanno individuate tre cause fondamentali: le conseguenze dei governi di Israele che si sono succeduti dal 1967 che hanno ostacolato qualsiasi possibilità di un accordo di pace nella regione, il che serve alle forze islamiste per argomentare che la strada del negoziato non ha portato da nessuna parte e che non esiste un’alternativa diversa dall’estremismo.

L’altro aspetto è la divisione tra i paesi arabi, gran parte dei quali offrono aiuto economico ad Hamas.

La terza causa è la mancanza di equilibrio a livello internazionale, soprattutto in seguito alla caduta del Blocco Socialista, che ha favorito il fatto che Israele possa impedire un’uscita negoziata e globale dal conflitto nella regione. Tutte queste cause hanno motivato e consentito che si sia prodotta la crescita delle tendenze dell’islamismo politico.

Lei è una figura storica della causa palestinese. Dopo tanti anni di lotta, quali pensa siano stati i principali successi della resistenza?

Prima del 1967, i governi disconoscevano completamente l’esistenza del popolo palestinese, Israele ignorava il popolo palestinese e sosteneva che esistevano arabi all’interno di Israele e palestinesi all’interno dei paesi arabi. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, siamo riusciti a rinascere come popolo, con un’identità palestinese, abbiamo dimostrato che il popolo palestinese esiste e che ha diritto a continuare la lotta per realizzare i suoi obiettivi.

A partire dal 1974, i governi arabi hanno riconosciuto l’esistenza del popolo palestinese e la rappresentatività dell’OLP, e gran parte della comunità internazionale ha cominciato a riconoscere la legittimità delle rivendicazioni nazionali palestinesi. Il riconoscimento internazionale della resistenza, dell’autodeterminazione, del ritorno, ha compreso risoluzioni dell’ONU chiare sui diritti del popolo palestinese.

Abbiamo costruito per il nostro popolo un movimento nazionale di liberazione, l’OLP, che è la piattaforma che unisce tutte le forze politiche e sociali palestinesi, ed è il rappresentante legittimo del nostro popolo. Anche dentro la società israeliana oggi più della metà della popolazione riconosce l’esistenza del popolo palestinese, l’OLP, e sa che una soluzione al conflitto palestinese-israeliano passa attraverso l’applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Questi sono successi strategici.

Che opinione si è fatto, come palestinese, del cosiddetto conflitto basco?

Il popolo palestinese è un piccolo popolo che sta lottando per il diritto all’autodeterminazione contro forze occupanti. Pertanto, appoggiamo il diritto all’autodeterminazione per tutti i popoli oppressi che lottano per l’indipendenza.

Nel caso concreto, salutiamo la lotta che conduce il popolo basco e il suo diritto all’autodeterminazione appoggiati sul dialogo e l’applicazione delle leggi internazionali.

http://www.gara.net/paperezkoa/20090518/137687/es/No-hay-otro-camino-para-palestinos-que-unidad ripreso in http://www.rebelion.org/

Traduzione di Mauro Gemma per www.lernesto.it