I pacifisti a Guantanamo: chiudiamolo

Era l’11 gennaio del 2002 quando i primi prigionieri musulmani nelle mani del Pentagono furono trasportati nel carcere statunitense di Guantanamo, nell’isola di Cuba. Tre giorni dopo, il 14 gennaio, un aereo proveniente da Kabul scaricò un gruppo più consistente di detenuti, una trentina, che andarono a costituire il primo nucleo di quello che cinque anni fa si chiamava ancòra X-Ray camp, campo a raggi X: i sospetti terroristi in tuta arancione erano segregati in grosse gabbie da pollaio nelle quali potevano essere tenuti sotto controllo totale, esposti al sole battente o alle intemperie, senza il minimo di privacy.
Cindy Sheehan in prima fila, un gruppo di pacifisti manifesterà oggi davanti al cancello d’ingresso del carcere di Guantanamo per chiedere la chiusura della prigione che esattamente cinque anni fa l’Amministrazione statunitense istituì per accogliere i prigionieri della war on terror, la guerra al terrorismo lanciata dall’Amministrazione Bush all’indomani degli attentati dell’11 settembre. I detenuti intanto hanno ripreso lo sciopero della fame – attuato a più riprese negli ultimi mesi – nel tentativo di attirare l’attenzione internazionale sui loro diritti violati.
Che l’America avrebbe reagito agli attacchi con la violazione del diritto fu chiaro il 15 gennaio 2001. Donald Rumsfeld dichiarò i prigionieri «combattenti illegali», in seguito ribattezzati «nemici combattenti». Sarebbero stati tratti umanamente, disse l’allora ministro della guerra ma, in pratica, non attribuendo loro lo status di prigionieri di guerra, Washington li stava privando dei diritti garantiti dalle Convenzioni di Ginevra. Buco nero o strumento vitale per quella che gli esperti di comunicazione del governo Bush hanno cercato di ribattezzare – con scarso successo – «lotta all’estremismo globale»? Cosa è Guantanamo cinque anni dopo? Partiamo dai numeri. Sono 775 i detenuti – di una trentina di nazionalità – che dall’11 gennaio 2002 – quando divenne operativo quello che Amnesty international ha definito «uno scandalo per i diritti umani» – sono stati rinchiusi nelle celle di X-Ray camp, Camp delta, Camp 5 e Camp 6. Di questi 379, quasi la metà, sono stati liberati, senza che contro di loro sia stata mossa alcuna accusa formale, così come avviene per la stragrande maggioranza di quelli che restano dietro le sbarre.
Il 29 giugno dell’anno scorso la Corte Suprema statunitense ha stabilito che il presidente non aveva alcuna autorità per istituire i tribunali militari (varati assieme al carcere con decreto presidenziale) in base ai quali avrebbero dovuto essere giudicati i prigionieri, ma ha lasciato a Bush la possibilità di richiedere l’approvazione da parte del Congresso. Cosa puntualmente avvenuta lo scorso settembre. Una vittoria per l’Amministrazione? Non esattamente, perché cresce sempre più, con i continui scioperi della fame, il suicidio di tre detenuti il 10 giugno 2006 e la mobilitazione della società civile internazionale, l’indignazione per quello che è stato definito anche «un gulag dei tempi moderni».
«Sono venuta qui per chiedere la chiusura di Guantanamo e domandare a George W. Bush, che è un padre, come si sentirebbe se avesse una delle sue figlie prigioniere in un posto come questo», ha dichiarato ieri alla Reuters Zohra Zewawi, il cui figlio Omar Deghayes è prigioniero dal 2002, quando fu catturato in Pakistan. Zohra, avvolta nel suo chador, ha rivolto il suo appello senza riuscire a trattenere le lacrime, sostenuta da Cindy Sheehan e dall’ex detenuto Asif Iqbal. La Zewawi e suo figlio Omar sono rifugiati libici con cittadinanza britannica. Omar era in Pakistan, alla ricerca di un visto britannico per la sua moglie afghana, quando è stato arrestato. Come il suo, sono decine i casi – documentati dalle organizzazioni umanitarie e confermati dal governo statunitense – di islamici fatti prigionieri, la maggior parte in Afghanistan e Pakistan durante la guerra ai taliban, «per errore». Venduti ai militari statunitensi o agli uomini dell’Isi, i servizi segreti pakistani, da veri e propri cacciatori di taglie che hanno intascato 5.000 dollari per ogni «terrorista». Ma soltanto dieci tra i 775 prigionieri sono stati finora accusati di coinvolgimento in attività terroristiche. E gli avvocati che rappresentano i «combattenti nemici» sottolineano come il campo abbia perso la sua funzione di centro d’interrogatori e si sia trasformato in un potente simbolo di abusi che danneggia gli sforzi di migliorare l’intelligence e le relazioni con il Medio Oriente.