I nuovi Usa: Negroponte e il Congresso democratico

John Negroponte cambia di nuovo lavoro. Non più capo di tutte le spie – un ruolo inventato dall’amministrazione Bush con l’intento di mettere ordine nell’intelligence americana – ma fiammante vice segretario di Stato, cioè il numero due della diplomazia americana dopo Condoleezza Rice, un posto rimasto vacante da quando – sei mesi fa – fu abbandonato da Robert Zoellick. La novità non è ancora ufficiale, ma si assicura che lo diventerà «molto presto». In questo modo Negroponte, noto per avere «presieduto» alle mattanze del Salvador e del Nicaragua, dal suo posto di ambasciatore in Honduras negli anni delle stragi degli squadroni della morte salvadoregni e delle stragi per mano dei contras nicaraguensi, si caratterizza come il membro più «ballerino» di questa amministrazione. All’inizio, Bush lo ha posto a capo della missione americana all’Onu; poi lo ha spedito a Baghdad a dirigere quella che sarebbe diventata la più gigantesca ambasciata mai esistita al mondo con i suoi oltre tremila dipendenti; poi è stato nominato capo supremo dell’intelligence con la precisa indicazione che tutte le 14 agenzie di spionaggio americane dovevano rispondere a lui, unico abilitato a parlare col presidente, cui presentava un briefing quasi ogni mattino.
Una specie di marcia travolgente verso l’alto, il suo districarsi nei meandri dell’amministrazione Bush, che però in questo caso – almeno a prima vista – sembra orientata nella direzione opposta. Sulla carta, infatti, il posto di spione numero uno è sicuramente più importante di quello di vice della Condoleezza. E infatti fra le speculazioni che si facevano ieri c’era anche quella che potrebbe essere stato lo stesso Negroponte a volere abbandonare il suo posto considerando ormai irreparabili i guasti combinati da questa amministrazione nella cosiddetta «intelligence community». Ma l’altra ipotesi è che lo spostamento di Negroponte sia legato alla ormai famosa «nuova strategia» in Iraq che che prima o poi Bush dovrà pur decidersi ad annunciare. Il concetto è che siccome qualunque cosa Bush dica non potrà prescindere dal fatto che nella vicenda irachena non bastano le truppe ma ci vuole anche la diplomazia, ecco che uno come Negroponte potrebbe risultargli utile, tanto che c’è chi lo vede già come una specie di «zar» della questione irachena, cioè alle dipendenze formali di Condoleezza Rice ma con un «filo diretto» con Bush.
Ma arriverà mai questa nuova strategia irachena? Ieri è cominciata la vita del nuovo Congresso a maggioranza democratica che il disastro iracheno ha grandemente contribuito a creare, ma i suoi nuovi leader, Nancy Pelosi nuovo speaker della Camera e Harry Reid nuovo leader del senato, hanno scelto di non prendere di petto il problema della guerra in attesa del discorso di Bush e della sua richiesta formale, già annunciata, di altri 100 miliardi di dollari da buttare nel pozzo senza fondo iracheno. Così, la carta che il nuovo Congresso ha gettato sul tavolo è stata una raffica di provvedimenti da approvare «entro le prime cento ore di lavoro», con o senza la «bipartisanship» comunque promessa ai repubblicani con un magnanimo «non faremo come voi».
Si tratta di provvedimenti ampiamente dovuti per correggere alcune delle cose più becere che il potere repubblicano ha fatto o trascurato. Ecco così l’aumento della paga oraria minima stabilita per legge (ferma da 7 anni a 5.5 dollari); il sostegno alla ricerca scientifica sulle cellule staminali; l’abbassamento dei prezzi delle medicine per i pensionati; lo snellimento delle procedure che devono affrontare i giovani per farsi finanziare gli studi dal governo federale; l’annullamento delle facilitazioni alle compagnie petrolifere e soprattutto una nuova regolamentazione dei rapporti fra politica e affari che già viene chiamata la «legge Abramov», dal nome del lobbista principe poi finito in prigione trascinandosi dietro le dimissioni forzate di Tom Delay, allora capo della maggioranza repubblicana alla Camera, la messa sotto inchiesta di una cinquantina di parlamentari. Una vicenda che a conti fatti è risultata la seconda ragione dopo l’Iraq del rivolgimento provocato dal voto del 7 novembre.