I miei trenta giorni di prigionia (1)

4 FEBBRAIO – 4 MARZO

Il rapimento In una giornata di pioggia, all’uscita da una moschea rifugio dei profughi di Falluja

Aveva piovuto molto – cosa rara per Baghdad – quella mattina del 4 febbraio, il giorno del mio rapimento. Ricordo il fango che circondava la moschea di al-Mustafa, all’interno dell’università di An-Nahrein. Ci ero andata per raccogliere le testimonianze dei rifugiati di Falluja. Moltissimi di loro sono ancora raccolti lì, alcuni vivono in tenda, altri dentro la moschea. Appena sono arrivata sono stata subito affrontata in modo ostile. «Chi ci assicura che non sei una spia?», mi ha detto un uomo, «cosa vieni a fare?». Gli ho risposto che ero una giornalista: «Vorrei raccontare la sofferenza del vostro popolo, se volete raccontatemi le vostre storie. E siccome non posso fare niente per dimostrarvi che non sono una spia, chi non si fida di me non mi dica niente». Invece sono stata subito circondata da tante donne che mi narravano le loro sofferenze e quasi non volevano più lasciarmi andare. Questo mi ha un po’ rincuorato.

Ho ascoltato tanti racconti, vicende drammatiche di povera gente, che insieme alla casa aveva perso tutto. Prima di andare via però dovevo incontrare l’Imam, sheik Hussein, grazie al quale avevo potuto parlare con i profughi. Quando ero arrivata alla moschea, lo sheikh stava preparando il sermone e mi aveva detto di aspettarlo dopo la preghiera. Ho perso altro tempo. Insomma, la cosa è andata per le lunghe. E quando ho finito mi sono accorta di essere in ritardo all’appuntamento che avevo con altri colleghi.

Sono entrata in macchina, ho chiamato il giornale e ho detto di richiamarmi. Poi ho telefonato, per avvisare del mio ritardo, alla collega Barbara Schiavulli che era in albergo a Baghdad, e mentre il suo telefono stava squillando, esattamente in quel momento, ho sentito la sparatoria e ho capito che mi stavano sequestrando. Per telefonare mi ero distratta, all’improvviso mi sono accorta che il mio autista stava scappando, che l’interprete stava cercando di bloccare lo sportello dell’auto, senza successo, qualcuno mi stava tirando fuori dall’auto. È stato allora che il telefono mi è caduto e uno dei quattro rapitori l’ha raccolto mentre mi costringevano a salire su un’altra macchina. Mi avrebbero poi raccontato che sulle prime quella mia ultima telefonata era stata interpretata come un segnale, una richiesta di aiuto, ma non è stato così. Semplicemente stavo telefonando quando mi hanno preso e chi ha risposto ha potuto seguire i primi passi dei miei sequestratori. Nella macchina mi hanno fatto sedere dietro, in mezzo a due di loro. E sono partiti. Io ho cominciato a urlare: «Cosa volete? Dove mi portate?» e quello che era seduto alla mia destra mi ha detto: «Stai tranquilla, vogliamo solo fare un video per chiedere il ritiro delle truppe a Berlusconi e poi ti rimandiamo a casa». Il che per me era tutt’altro che tranquillizzante. Ero terrorizzata, ma allo stesso tempo furiosa, forse avevo sbagliato a restare troppo tempo lì, a «sfidare» quei profughi che si erano dimostrati ostili: qualcuno di loro doveva, o almeno poteva, avermi tradito. Baghdad è enorme, molte zone non le conosco bene quindi non so dire dove mi hanno portato.

Abbiamo girato per mezz’ora, forse di più. Loro intanto telefonavano, comunicavano. Io guardavo dal finestrino nell’impossibile ricerca di qualcuno che mi aiutasse, ma oltretutto era venerdì, giorno di preghiera, alcune strade erano praticamente deserte, e le macchine che incrociavamo si allontanavano indifferenti. Poi siamo arrivati alla casa e la macchina si è fermata esattamente davanti alla porta d’ingresso. Mi hanno fatto abbassare la testa perché non vedessi bene dove mi trovavo. Mi hanno portato in una stanza, qualcuno è arrivato con le provviste. Volevano farmi mangiare, ma il mio stomaco era bloccato. Avevo freddo, invece. Mi sono sdraiata su un divano e mi hanno dato una coperta. Era una giornata bruttissima, faceva un freddo cane. A pensarci adesso, lo stesso clima freddo e piovoso del giorno in cui mi hanno liberata.

La notizia in Tv

Dei quattro che mi hanno rapito due sono andati subito via e sono rimasti i due che mi hanno tenuta prigioniera durante tutte le quattro settimane. Per prima cosa hanno acceso la televisione, ma il satellite non funzionava. Dopo un po’ la tv irachena, al Iraqia, che di solito dà poche notizie sulla guerra e per questo nessuno la guarda, ha mandato in onda una mia foto, ha parlato del rapimento e ha fatto pure vedere una copertina del manifesto. Meno di un’ora dopo il sequestro i rapitori già sapevano chi era e per chi lavorava quella che avevano sequestrata. Io ero terrorizzata. Uno di loro parlava un po’ d’inglese, un altro riusciva a dire due parole in francese, io utilizzavo quel po’ di arabo che conosco, il resto a gesti. Ci capivamo, non sempre e non su tutto, ma abbastanza. Mi hanno chiuso in una stanza in un’ala di quella che mi sembrava una casa piuttosto grande, anche bella direi. Un po’ trasandata, ma parlando con altri ex ostaggi credo di essere stata fortunata. Accanto alla mia stanza c’era quella dei miei due guardiani. Il bagno era in comune. Se dovevo andarci bussavo alla porta e mi venivano ad aprire.

I primi giorni non volevo nulla da mangiare. Avevo lo stomaco legato. Bevevo solo te e succo d’arancia e rifiutavo tutto il resto: pollo, zuppe, etc. «Perché non mangi? Che cosa vuoi mangiare?» sembravano dispiaciuti per il mio digiuno. Poi ho cominciato ad assaggiare le zuppe, erano buone, con un sapore strano, non sembravano zuppe arabe. E servivano a riscaldarmi. Io chiedevo soprattutto frutta, che mi portavano abbondante, banane, mele e persino kiwi.

Quando chiedevo che cosa mi sarebbe successo, ripetevano: adesso facciamo il video per chiedere a Berlusconi il ritiro delle truppe e poi te ne vai. Ma il tempo passava. Io continuavo a dirgli: perché avete preso proprio me che sono sempre stata contraria alla guerra? Volevo spiegargli chi ero, ma volevo anche capire con chi avevo a che fare. La mia prima preoccupazione era capire se ero finita nelle mani dei terroristi di al Zarqawi. Sono arrivata a escluderlo abbastanza presto.

La domenica sera, due giorni dopo il sequestro, sono riuscita a sbirciare per qualche minuto la televisione. Passavo davanti alla loro camera e ho chiesto: «Mi fate vedere qualche notizia?». Mi hanno fatto entrare nel loro stanzone e con il telecomando sono capitati su Euronews. Ho visto il Campidoglio con la mia foto e le fiaccole, ho visto inquadrate le due Simone, ma poi subito dopo hanno dato la notizia della rivendicazione del Jihad: se entro lunedì sera Berlusconi non annunciava il ritiro delle truppe mi avrebbero ammazzata. Mi si è gelato il sangue, ma anche loro erano sconcertati, quasi quanto me. Mi hanno detto «non credere, non credere, non siamo noi», ripetevano. «Voi mi volete uccidere», urlavo. E loro, passandosi il dito sotto al collo, dicevano che non erano così, non erano tagliagole, non erano del Jihad. Ma io ero assolutamente terrorizzata. Il lunedì sera quando sarebbe dovuto scadere quell’ultimatum ero isterica. A un certo punto ho battuto violentemente contro la porta e loro sono venuti subito: «Cosa c’è?» «So che volete uccidermi, voi mi volete uccidere», dicevo io. «No, non è vero», hanno detto loro. «Vuoi vedere un po’ di televisione così ti calmi?». Mi hanno fatto vedere un pezzo di film americano. Sarebbe stata l’ultima concessione per quanto riguarda la tv. E in generale poi sarebbero diventati più rigidi.

Non mi sembravano molto esperti di sequestri, almeno i due che stavano con me e che erano giovani. Uno dei due mi diceva che aveva interrotto l’università a causa della guerra. Non li definirei terroristi e nemmeno delinquenza comune perché avevano una certa consapevolezza politica. Da quello che ho capito si collocavano nell’area della resistenza irachena composta anche da settori che usano metodi assolutamente non condivisibili, come appunto i sequestri, e che sono condannati anche dalla resistenza che usa le armi contro gli occupanti senza prendersela con i civili. «Noi vogliamo liberare il nostro paese», mi dicevano. E io: «E va bene, io l’ho sempre detto, ma perché avete rapito proprio me? È troppo facile uccidere una donna indifesa, andate in strada a combattere gli americani», li provocavo. «Noi usiamo tutti i mezzi a disposizione, questa è guerra, la guerra è così» mi rispondevano. E io ancora: «Io sono venuta in Iraq per testimoniare quanto soffre questo paese». E loro: «Voi potete essere tutte spie. Tu sei stata a Nassyria con gli italiani. Noi non facciamo più differenza tra militari, giornalisti, contractor, italiani e francesi, etc. Dovete andarvene tutti».

Ogni tanto, ogni tre o quattro giorni, riuscivo anche a fare una doccia, dovevo aspettare che l’erogazione di energia elettrica durasse almeno due ore, il tempo necessario per riscaldare l’acqua. Il che avveniva abbastanza raramente e a volte succedeva solo di notte. Stavo quasi sempre al buio, la finestra della mia stanza era stata coperta con un armadio. E la luce dipendeva dall’erogazione saltuaria della corrente elettrica e da un generatore spesso senza benzina. All’inizio mi davano una lampada a petrolio, ma la stanza era chiusa e l’odore era insopportabile. Così hanno deciso di darmela solo per mangiare.

Passavo intere giornate al buio, mentre la notte, quando, a volte, improvvisamente riprendeva la distribuzione di elettricità, si accendeva una luce violenta che non potevo spegnere. Stavo quasi sempre a letto, sotto le coperte perché faceva freddo. E non c’era riscaldamento. Di notte le ore erano interminabili. Praticamente non dormivo più, quando cercavo di appisolarmi la luce si accendeva improvvisamente e mi teneva sveglia. Era terribile non sapere nemmeno che ora fosse. Di giorno cercavo di regolarmi attraverso il richiamo delle preghiere. Doveva esserci una moschea vicino, non vicinissimo perché la voce del muezzin a volte arrivava debole, evidentemente dipendeva dal vento. A volte per distrarmi facevo degli esercizi di memoria, cercavo di ricordarmi i nomi, le date. Altre volte avevo dei momenti di depressione. Pensavo ai miei genitori, a mia madre che mi aveva detto di non partire. Avevo dei sensi di colpa. Allo loro età anche questa dovevo fargli! Poi quando sono tornata ho saputo che mamma e papà sono stati bravissimi.

Islam e comunismo

I miei due guardiani alcuni giorni erano più tranquilli e disponibili, altre volte erano nervosi e anche arroganti nei miei confronti. A volte passando davanti alla loro camera mentre andavo in bagno mi intimavano di non guardare la loro stanza. Altre volte erano loro che venivano nella mia stanza a parlare. Erano incuriositi da me e ogni tanto mi sentivo come la scimmietta dello zoo. Si mostravano molto religiosi, a volte persino in modo eccessivo. In questo momento in Iraq l’Islam è un elemento unificante anche per quei gruppi della resistenza che magari hanno al loro interno delle componenti laiche o saddamiste. Forse per questo i miei sequestratori cercavano di accreditarsi una grande religiosità. Soprattutto uno di loro che ascoltava versetti del Corano per tutto il pomeriggio. Una sera sono venuti in camera mia e hanno cominciato a chiacchierare e a scherzare. Si parlava anche di Islam e mi dicevano «tu sei sporca». «Perché?» «Perché non sei musulmana». Non sapevo cosa rispondere. Allora mi chiedevano: «Perché non ti converti all’Islam?» e iniziavano una specie di sceneggiata. Uno diceva «ma non può convertirsi all’Islam, è comunista». Lo ripeteva più volte, fin dall’inizio mi avevano chiesto se io ero «shuyuk», ma io facevo finta di non capire perché non sapevo se per loro era peggio essere cristiana o essere comunista. Ma lo scrivevano tutti i giornali e lo dicevano tutte le tv che il manifesto è un quotidiano comunista. Io gli dicevo che si può essere comunista cristiano, comunista musulmano. «No, no – rispondevano – comunista è senza dio, è impossibile». Allora insistevano sulla mia conversione all’Islam, giocando molto su questa cosa. Ma io rispondevo: «No, con la religione non si scherza».

(1-continua)