«I miei 27 anni aspettando l’ingiustizia»

«I quasi 27 anni passati senza giustizia hanno offeso la nostra dignità. La sentenza della Cassazione però non fermerà la nostra volontà di verità. Anche se non mi basterà questa vita per ottenerla, ho il dovere di trasmettere questa battaglia ai miei nipoti perché reclamino i diritti di cittadinanza dello Stato a cui appartengono e non si pieghino alla vergogna di una nazione che si vede uccidere 81 persone senza un perché». Fra le vittime dell’abbattimento del Dc-9 di Ustica c’era il marito di Fortuna Davì. Ha lasciato a Palermo, dove doveva rientrare il 27 giugno del 1980, tre figli. «Dire che era un uomo eccezionale non conta nulla. Il dolore deve rimanere privato».
«Noi siamo stati costretti a renderlo pubblico solo perché non abbiamo avuto giustizia. Per sempre io rimarrò una vedova di Ustica e i miei figli orfani di Ustica. Non abbiamo un corpo su cui piangere e non passa giorno che ognuno di noi pensi a quello che è
successo. Noi tutti, parenti delle vittime non abbiamo avuto la grazia di vivere in oblio il nostro dolore. È sempre vivo». Fortuna oggi ha 67 anni: le figlie sono cresciute, hanno avuto figli. Non hanno il padre, ma hanno una famiglia ben più grande: quella dell’Associazione delle vittime. «Partì con una lettera che ci inviò Daria Bonfietti perché da subito, dalla notte in cui dall’aeroporto di Punta Raisi ci dissero che poteva essere successa qualsiasi cosa, capimmo che questa vicenda era stata depistata». La famiglia si allarga mano a mano che le falsità aumentavano e gli anni passavano. «Sono entrati a far parte anche gli avvocati e poi tutte le persone che hanno appoggiato la nostra battaglia in questi 27 anni. Il seme del dolore ha germogliato una pianta di impegno civile e solo questa famiglia ci ha dato la forza di arrivare ad oggi». Una famiglia che non ha mancato di tormentarsi, di accusare. «Mi ricorderò sempre la risposta di Daria ad un altro familiare esasperato dalle lentezze burocratiche che disse: “La verità non l’avremo mai”. Lei battè il pugno sul tavolo, lo interruppe: “Ogni cittadino ha lo Stato che si merita. Se continuiamo a lamentarci la verità non ce la meritiamo”. Quel pugno è come se fosse arrivato sul mio viso. E fu il più salutare della mia vita. Mi fece capire che i diritti vanno conquistati».
Ventisette anni sono un bel pezzo di vita. Quella dei familiari è passato attraverso il buio pesto di depistaggi e mancate risposte rischiarato da pochi barlumi di luce. «I primi spiragli di verità li avemmo solo quando l’inchiesta fu affidata al giudice Priore. Fu lui che con tenacia riuscì a ricostruire lo scenario di guerra di quella notte. Il suo fu un lavoro contro tutto e contro tutti che fu reso giudiziariamente vano dai politici del nostro paese. False perizie, documenti stracciati, testimoni morti. È successo di tutto: dai soldi dei contribuenti spesi per pagare la ditta francese, paese che ancora oggi non ha risposto alle rogatorie, che doveva riportare in superficie il relitto; fino all’ultimo scempio del governo Berlusconi che ha cancellato il reato di alto tradimento quando dal 1948 ad oggi l’unico caso in cui è stato sollevato è proprio per Ustica. Con quel provvedimento hanno voluto affogare nel mare anche la nostra dignità».
Fortuna in questi anni ha avuto la possibilità di guardare negli occhi gli unici imputati di tutta vicenda, i generali Ferri e Bartolucci assolti definitivamente mercoledì. «Li ho incontrati al processo. Negli occhi avevano dentro l’arroganza del potere di chi sa di essere coperto dall’alto e sa che rimarrà impunito. Ci hanno trattato sempre con fastidio e distacco e i fatti purtroppo hanno dato loro ragione». Ora si parla di risarcimenti. «Dopo 26 anni cosa vuole che ce ne importi dei soldi! Noi vogliamo risposte da parte delle istituzioni, non rimborsi. L’attività giudiziaria è finita nel modo che sappiamo. È la politica che deve imporsi e ottenere da Francia, Usa e Libia le risposte ancora negate. Ma sappiano comunque che noi continueremo a lottare».