I metalmeccanici USA sfidano i piani di ristrutturazione della Fiat

L’11 gennaio il Salone Internazionale dell’auto di Detroit ha aperto i battenti ai media. Fuori il Cobo Center un picchetto di lavoratori metalmeccanici hanno manifestato distraendo gli sguardi dalle luci e dal glamour dell’evento al canto “A job is a right! We’re going to fight, fight, fight!” [Il lavoro è un diritto! Stiamo andando a combattere, combattere, combattere!]. Ovviamente le loro preoccupazioni sono state del tutte ignorate negli sproloqui dei dirigenti d’industria.

Nella sua presentazione l’amministratore delegato di Fiat, e ora di Chrysler, all’incontro mondiale delle novità dell’automotive ha impiegato una retorica elevata, ricca di metafore e allusioni ad Aristotele, Nietzsche e persino Karl Marx. “La ripresa, con tante scuse a Karl Marx, è l’oppio delle industrie malate”, ha affermato Sergio Marchionne. (allpar.com)

Per i lavoratori, compresi quelli che hanno resistito al freddo per il picchetto da due giorni, la domanda è ovvia: quale ripresa? Un’altra questione, che Marx sicuramente avrebbe posto è: per quale classe popolare l’industria sarebbe malata?

Marchionne ha dato la risposta dal punto di vista della classe a cui appartiene. L’industria europea dell’auto sarebbe “malata”, semplicemente perché “i produttori europei non chiudono gli impianti. … L’ultima volta che uno stabilimento tedesco ha chiuso, la seconda guerra mondiale doveva ancora iniziare.” Inoltre “La risposta degli Stati Uniti alla crisi ha posto il settore su una pista più promettente di quella europea. Il Charter 11 [Capitolo 11: procedura fallimentare che consente alle imprese che lo utilizzano una ristrutturazione a seguito di un grave dissesto finanziario, wikipedia, ndt] ha insieme forzato e facilitato la riorganizzazione strutturale”.

Il messaggio non poteva essere più diretto: La ristrutturazione deve continuare! Continuare a licenziare, tenere chiusi gli impianti (compreso quello dello scrivente a Twinsburg, Ohio), tagliare salari e benefit, e contenere con qualsiasi mezzo il costo della manodopera! Non limitatevi a sfruttare i lavoratori per il profitto, fatelo meglio e in modo più intelligente!

La ristrutturazione selvaggia non è incontrastata. Mentre Marchionne parlava, un gruppo di autotrasportatori sono riusciti a entrare nella sala spiegando uno striscione per protestare contro la decisione di Chrysler di porre fine alle relazioni decennali con i lavoratori sindacalizzati. Il passaggio all’impiego di autotrasportatori non sindacalizzati per spostare le automobili dagli impianti di assemblaggio ai concessionari consentirà alla società di risparmiare 10 miseri dollari a veicolo. I camionisti stanno per essere licenziati e alcuni di loro potrebbero presto diventare un altro dato statistico nell’epidemia dei pignoramenti. “Vergogna!” ha gridato in italiano un attivista, Matteo Columbi, prima di essere accompagnato fuori dalla sala.

Anche aldilà dell’Atlantico stanno verificandosi episodi di resistenza alla ristrutturazione di Fiat/Chrysler. Il 3 febbraio gli 80.000 lavoratori di Fiat faranno uno sciopero di “avvertimento” per protestare contro la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese, che impiega 1.400 lavoratori sull’isola economicamente depressa della Sicilia. Scioperi sporadici si sono svolti presso l’impianto nel corso dell’anno passato. La produzione verrà trasferita in Polonia, dove i salari sono più bassi. Nel 2008 Fiat ha registrato un utile di 3.36 miliardi di Euro – quasi 5 miliardi dollari – la cifra più alta nei suoi 109 anni di storia.

La massa degli iscritti ai sindacati metalmeccanici dell’industria automobilistica (UAW – United Auto Workers) – in Chrysler, Ford, General Motors, e tra i fornitori di componentistica – è contenta di un’opposizione organizzata all’aggressiva ristrutturazione dei padroni. Ciò include il rifiuto espresso dai lavoratori al referendum in Ford per un nuovo giro di riduzioni contrattuali lo scorso autunno, con l’esito di 3 a 1.

L’amministratore di Ford, Alan Mulally, ha omesso di ricordare l’esito del referedum quando ha parlato il 14 gennaio al Detroit Economic Club. Accettando il premio di “Uomo dell’anno” assegnato da Automotive Hall of Fame, Mulally ha speso in parole di elogio per ciascuno dei suoi subordinati diretti e di ringraziamento alla UAW per le concessioni fatte all’inizio del 2009.

Ciò che i lavoratori vogliono – a prescindere dal paese in cui vivono – non sono lodi, ringraziamenti e vuota retorica. Vogliono mantenere il posto lavoro.

“Che prospettive abbiamo?” È questa la domanda degli attivisti – sulla scia del successo della campagna per il NO alla Ford – oggetto della prossima conferenza a Detroit progettata da Soldiers of Solidarity, Autoworker Caravan e altre organizzazioni che si oppongono alla chiusura delle fabbriche, ai licenziamenti e agli arretramenti contrattuali.

da Worker’s World (http://www.workers.org/2010/us/autoworkers_0128/)

Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare