«I marines ci hanno chiuso nella gabbia dei leoni»

In gabbia con i leoni. Questo l’ultimo metodo di interrogatorio sperimentato dalle forze americane in Iraq. A quanto hanno raccontato al Washigton post Sherzad Khalid e Thahe Sabber due imprenditori arrestati nel corso di un raid a Baghdad nel luglio del 2003 ma mai incriminati – e che si sono costituiti parte civile nella causa intentata dall’American Civil Liberties Union e da Human Rights First contro il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e i vertici militari in Iraq – sarebbero stati sottoposti a varie pratiche degradanti. I due hanno detto di essere stati chiusi in una gabbia con dei leoni o portati più volte di fronte a un plotone d’esecuzione. «È stato un periodo terrificante per me», ha raccontato al Post Khalid, ricordando le tre volte in cui è stato messo in gabbia con i leoni in uno dei palazzi appartenuti a Saddam Hussein a Baghdad. «Mi chiedevo se era possibile che gli americani si potessero comportare in questo modo». Insieme a Sabber, Khalid si trova a Washington, dove è stato sottoposto a controlli medici e dove ha incontrato legali e parlamentari americani. Il portavoce dell’esercito statunitense Paul Boyce ha detto di non aver mai sentito di episodi del genere. «Prendiamo ogni accusa seriamente ma mi sembra strano che un episodio inconsueto come questo sia venuto alla luce solo oggi».

Intanto, in Iraq, è stato scoperto un altro caso di tortura collettiva, questa volta da parte delle forze irachene. Facendo irruzione in un edificio del ministero degli interni in un quartiere di Baghdad alcuni militari americani si sono trovati dento un carcere clandestino, con 173 detenuti provati e denutriti, con evidenti segni di abusi sul corpo.

Tutti i detenuti- a quanto ha poi dichiarata all’agenzia Reuters il premier iracheno Ibrahim al Jaafari – sono arabo-sunniti, «membri presunti della guerriglia». Il primo ministro ha spiegato che i detenuti sono stati trasferiti in una struttura migliore e «sarà loro fornita assistenza medica». Al Jaafari non ha chiarito dove si trovi il carcere, ma il general maggiore Hussein Kamal – sottosegretario alla sicurezza del ministero degli Interni – ha indicato che era stato allestito nel seminterrato di un edificio nel quartiere Jadriyah a Baghdad.

Il premier iracheno ha riconosciuto che i prigionieri erano stati torturati e ha annunciato l’apertura di un’inchiesta. Un annuncio che è stato accolto con soddisfazione dall’ambasciata Usa a Baghdad e anche da Amnesty International. Ma che non convince il Comitato internazionale della Croce rossa. del ministero degli Interni a Baghdad. «È la prima volta che ne sentiamo parlare», ha dichiarato Dorothea Krimitsas, portavoce della Croce Rossa, dopo aver letto ledichiarazioni di Ibrahim al-Jaafari. «Dovremo fare verifiche più approfondite», ha dichiarato Krimitsas.

E le spiegazioni di Jaafari convincono ancor meno Mohsen Abdul-Hamid, leader del Partito islamico iracheno (il principale partito sunnita del paese), secondo il quale «il governo sapeva». A quanto ha raccontato Abdul-Hamid all’Associated press, l’esecutivo a maggioranza sciita ignorò sistematicamente le sue proteste, definendo i detenuti «elementi del precedente regime».