I lavoratori Telecom: «No allo spezzatino»

«Telecom uno e trino, no allo spezzatino». A dire la verità lo slogan non ha avuto molta fortuna tra le migliaia di partecipanti al grande corteo che ieri ha attraverso la zona della stazione centrale, ma in questo momento è l’unico a cui i lavoratori stanno attaccati come a un tronco in mezzo al mare. Mentre gli squali della finanza cercano di capire cosa fa la politica, e la politica, viceversa, sembra titubare di fronte alla complessità dei tanti interessi da mettere insieme, loro, gli 85mila dipendenti si trovano a dover fronteggiare il fantasma dello scorporo. «Non ci scordiamo – sottolinea l’assessore provinciale Bruno Casati (Prc) – che il nuovo presidente Guido Rossi non ha ancora dichiarato esplicitamente l’integrità dell’azienda».
Ieri il sindacato ha provato a mettere insieme il primo sciopero nazionale aziendale. Tutte alte le adesioni alla protesta, mediamente intorno all’80%. Nei luoghi di lavoro c’è molto malumore, anche perché che la situazione fosse cosÏ compromessa loro lo dicevano da tempo. Se non ci saranno risposte la lotta andrà avanti. Miceli, il segretario della Slc-Cgil si impegna di fronte a tutti: «Prima bloccheremo lo straordinario e poi le prestazioni aggiuntive. Se il prossimo consiglio di amministrazione non ci darà risposte faremo un altro sciopero».

Cgil, Cisl e Uil mettono in campo tutta la forza che hanno a disposizione in questo momento. Al fianco dei tre segretari generali di categoria ci sono i due di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, la segretaria nazionale Nicoletta Rocchi, e il segretario della Camera del lavoro di Milano Onorio Rosati.

In ballo non ci sono solo le sorti di una azienda ma quelle di un settore strategico per tutto il paese. Mettere a posto tutte le tessere di questo complicato puzzle appare una impresa davvero ardua. Intanto, Cgil, Cisl e Uil chiedono tutta una serie di incontri sia alla proprietà, «dove qualcuno deve fare un passo indietro», sia all’Authority della Comunicazioni, sia al governo, e poi sottolineano con maggior forza che questa ipotesi della public company non sembra così peregrina. Il punto, però, rimane il peso dei debiti, quei 41 miliardi che rischiano prima di affondare del tutto Pirelli e poi di danneggiare seriamente Telecom e Tim.

«Il governo ha il diritto di occuparsene», ripetono sia Angeletti che Bonanni dal palco. «Non si tratta di intromissione ma di legittimo indirizzo di scelte su aziende che hanno un ruolo sulla competitività del Paese. Il presidente del Consiglio – insiste Bonanni – chieda e imponga garanzie». Prima di loro aveva parlato un delegato della Pirelli, mettendo insieme tutte le tappe di quella scellerata avventura che l’11 settembre scorso ha avuto il suo D-day con l’uscita di scena di Marco Tronchetti Provera. Il delegato usa una immagine forte: «Pirelli è come il boa che vuole mangiarsi il vitello e poi si sventra».

I sindacati vogliono invece rassicurazioni, a partire da un piano industriale convincente che prosegua sulla linea della convergenza. Quel piano, comunque, dicono, aveva assicurato alcuni investimenti. E se proprio ci deve essere uno scorporo che lo si faccia sull’ultimo miglio. La “media company”? «Una impresa con pochi lavoratori», taglia corto Miceli.

C’è poi la questione delle intercettazioni ai danni dei dipendenti. Tutti e tre i sindacati assicurano che si costituiranno parte civile. In questo momento, però, procedimenti in corso non ce ne sono. Miceli ricorda che sul tema c’erano ben quattro accordi.

Nessuno si sbilancia sulla proprietà pubblica della rete o sui futuri assetti proprietari, ma si capisce benissimo che dopo il fallimento della stagione delle privatizzazioni, sulla quale le organizzazioni dei lavoratori non si sono mai seriamente interrogate, ora l’atteggiamento è cambiato. «Telecom è stata scalata due volte e in tutte e due le occasioni è risultata più debole di prima», ricorda Miceli.

Tra coloro che hanno partecipato al corteo c’era Sergio Bellucci, responsabile del dipartimento Comunicazioni del Prc. «E’ stata una mobilitazione importante. A questo punto – afferma Bellucci – occorre costruire una soluzione di politica industriale che dia a Telecom la possibilità di garantire a se stessa la sopravvivenza nel panorama delle telecomunicazioni e alle infrastrutture la garanzia pubblica di accesso per le imprese che intendono investire e svilupparsi».

Per Nicoletta Rocchi, il nodo continua ad essere quello dell’interesse nazionale che contrasta profondamente con una catena proprietaria, quella messa in piedi da Tronchetti Provera, estremamente fragile. Rosati conferma: «Telecom è strategica, non assisteremo impotenti a giochini poco trasparenti».